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Le fotografie di Gregory Crewdson: le pulsioni oscure, come in un film, meglio di un film


di Stefano Maria Baratti

Il cinema è «un’immagine in movimento» , un continuum di immagini morte che esprimono la vita muovendosi, mentre l’immagine morta è un «fermo immagine», oppure una «inquadratura bloccata», un movimento irrigidito.
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Nella finzione letteraria, s’incontra spesso una persona che sembra essere una delle tante all’interno dello spazio diegetico, ma è di fatto un «No-Man», l’orrore del de-soggettivato della pulsione allo stato puro, camuffato da individuo normale. Il paradosso degli oggetti viventi pietrificati – e la perfetta immobilità delle scene – è possibile soltanto all’interno dello spazio della pulsione di morte che, secondo Lacan, è lo spazio tra le due morti, simbolica e reale.
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Gli Stati uniti hanno celebrato, con la mostra «Dream House», il fotografo americano Gregory Crewdson presso il Museum of Art di San Diego, ubicato nel suggestivo Balboa Park, il parco che nacque in seguito alle celebrazioni per l’apertura del Canale di Panama, svoltesi 1915 – 1916, quando nell’ambito dell’Esposizione Internazionale furono presentate insieme collezioni di opere d’arte americana ed europea.
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Le fotografie di Gregory Crewdson – uno dei fotografi contemporanei più geniali e visionari che assumono un ruolo più vicino a quello di un regista sul set di un film – appaiono come dei «fermo immagine» ad alta risoluzione tratti da film hollywoodiani, oppure ambientate nell’America suburbana, rivelando come citazioni, riferimenti e motivi ispiratori più immediati i film e i miti di Hollywood (per alcune delle sue serie l’artista ha ingaggiato, nel ruolo di interpreti, star del cinema come Gwyneth Paltrow, Julianne Moore e William H. Macy, immerse nel grande anonimato delle vaste periferie del microcosmo indifferenziatro delle «any town»).
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Complesse messe in scena preparate accuratamente con l’aiuto di un folto team di aiutanti, in studio o nelle location prescelte secondo una scrupolosa composizione e fissate in un’atmosfera densa e rarefatta, le immagini sono slegate da un possibile contesto o da una supposta concatenazione di eventi, che solo la libera interpretazione dell’osservatore può tentare di ricostruire.
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Il mondo di Crewdson, in seno alla tradizione della «staged photography», è la provincia americana che il fotografo avvolge in atmosfere surreali con riferimenti cinematografici del simbolismo misterioso ed inquietante, il medesimo concetto lacaniano di immagine-specchio che congela l’azione come una pellicola cinematografica inceppata: soltanto l’immobilità permette un’esistenza visibile e salda.
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Siamo di fronte a una contrapposizione tra la vita reale pre-simbolica, che vede solo il movimento, e lo sguardo simbolizzato, che può vedere solo oggetti «mortificati», pietrificati, risultato di complessi montaggi digitali, perfetta messa a fuoco dei diversi piani spaziali, e assemblaggio di porzioni di immagini diverse, dotate di specifiche messe a fuoco.
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In questo contesto – un’atmosfera onirica e inquietante, alimentata dai fantasmi dell’inconscio collettivo americano e prodotta grazie a un’identica profondità di campo – si può individuare il contrasto tra il tema gotico della statua (o immagine) mobile e il suo contrapposto, la procedura inversa dei «tableaux vivants», descritto da Goethe come scene rappresentate nei circoli aristocratici del XVIII secolo per intrattenimento domestico, dove le persone sulla scena rimanevano ferme in una tradizione ideologica che concepisce la statua come un corpo vivente congelato, immobilizzato, un corpo I cui movimenti sono paralizzati (di solito a causa di un malvagio sortilegio).
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Come l’immobilità della statua comporta un vago dolore infinito, le fotografie di Crewdson conferiscono uguale rilevanza e evidenza a tutte le diverse parti della scena, producendo un effetto di iperrealtà e di «ipervisività»
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Ogni singolo dettaglio presente nell’immagine è colto nitidamente come se fosse un’opera pittorica, il momento in cui la complessità del reale sembra fermarsi e tutto resta sospeso. Lo spettatore che guarda le sue fotografie sospende il giudizio tra il reale e la finzione, immagina cosa sia successo, o stia per accadere. Qualcosa di inquietante, forse di tragico, una dimensione dell’inconscio collettivo per «credere» ed entrare in una dimensione poetica.
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