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Demonio nella pittura – Il significato del cervo volante


ICONOLOGIA – Il coleottero venne utilizzato come simbolo satanico in miniature e dipinti tra il Medioevo e il Seicento. Somigliante  a un diavoletto,  il lucanus cervus era considerato responsabile della diffusione degli incendi 

di Federico Bernardelli Curuz

Nero e compatto, le lunghe mandibole che s’aprono a dismisura rispetto alla grandezza del corpo, uno sguardo laterale e truce che si rivela incapace di osservare direttamente la vittima, il cervo volante venne spesso raffigurato come l’insetto antitetico al piano del bene.

Georg Flegel, Natura morta con pesce e cervo volante, 1635

Georg Flegel, Natura morta con pesce e cervo volante, 1635. La natura morta presenterebbe elementi cristologici come il pesce – antica insegna di Cristo – il pane e il vino. E l’antagonista cervo volante che cerca di attaccare il pesce

La sua forma, che nella parte anteriore e nell’articolazione delle zampe mostra un infinito numero di angoli acuti, rinvia alla morfologia dei piccoli demoni volatili che, a partire dall’epoca ellenistica, nel corso della quale avevano la semplice funzione di rappresentare l’anima, entrarono in dipinti, frammisti al respiro agonizzante dei reprobi moribondi e degli indemoniati, o stazionanti, con le nere, pullulanti inquietudini dei loro corpi luridi, nelle città invase dal maligno (come avviene nel celeberrimo affresco di Giotto dedicato alla cacciata del demonio dalla città di Arezzo, grazie alla benedizione impartita da san Francesco).

Albrecht Dürer, Cervo volante

Albrecht Dürer, Cervo volante

Fu pertanto per una sostanziale questione di analogia morfologica con la raffigurazione medievale delle creature sataniche e per il nero ferrigno della dura livrea che il maschio di questo coleottero – il quale dispone, a differenza della femmina, di ampie e inquietanti mandibole – fu osservato con grande preoccupazione negli anni in cui la nera presenza del Maligno pareva così diffusa da inquinare ogni porzione del mondo.

Assai curiosa, a tal proposito, è la stretta connotazione demoniaca dell’insetto nell’ambito di una miniatura realizzata nel 1526 in un messale conservato nell’abbazia di Novacelle, a Bressanone, nella quale il Lucanus cervus – questa la denominazione linneiana della bestiola -, rappresentato con perfetta aderenza al modello reale, aggredisce un paio di angioletti terrorizzati. In quelle oscure mandibole, narra il miniatore, il cervo volante avrebbe voluto fagocitare il Bene.

Nel volgere di un secolo dalla stesura di tale straordinaria, minuta scena di terrore, assisteremo ad un intensificarsi della sinistra comparsa del coleottero nelle nature morte dipinte da artisti fiamminghi, come elemento che mina la realtà silente di oggetti, verdure, frutti. La caducità della vita, l’ossessione per la consumazione del tempo, che trae origine soprattutto dalla lettura del biblico Ecclesiaste, induce a descrivere beni ed averi – e i piaceri ad essi connessi – come destinati a dissolversi nel Male e nella morte.

Molto eloquente, ad esempio, è la Natura morta con pesce e cervo volante, opera di straordinario nitore – evidentemente realizzata con l’uso delle lenti o di uno specchio – di Georg Flegel (1566-1638). Su di una tavola ricca, più per la qualità del bicchiere di cristallo e del contenitore di vino o di birra che per le pietanze – pane, aringa e cipollotti -, un cervo volante si dirige verso il pesce, con intento distruttore. Con le pinze possenti, lascia intendere il pittore, il coleottero riuscirà a divorare il banchetto e soprattutto ad avventarsi sull’aringa.

Ma se volessimo cogliere negli oggetti realisticamente resi nel dipinto il significato allegorico, ci accorgeremmo di dover considerare una composizione d’impianto cristologico, proprio grazie all’associazione tra il vino, il pane – che rappresentano l’eucaristia – e il pesce, che, come ben sappiamo, è simbolo di Gesù, giacché il nome greco (Ichtùs) è acronimo di “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”.

Anonimo, Un cervo volante aggredisce due angioletti, miniatura del 1526

Anonimo, Un cervo volante aggredisce due angioletti, miniatura del 1526

Non va poi sottovalutata la comparsa dei cipollotti sulla tavola di diverse Ultime Cene o Cene in Emmaus, che descrivono una mensa povera. Nel quadro di Flegel sono uniti elementi di ricchezza e di biblica povertà per configurare gli oggetti distribuiti sulle tovaglie dell’Ultima Cena. In questo contesto, il cervo volante simboleggia il Male come causa efficiente – secondo una visione teologica ancora molto diffusa in quell’epoca, legata al contrasto tra le due diverse forze dell’Universo – e pertanto nella sua funzione di eterno avversario di Cristo.

L’appartenenza del cervo volante al mondo dell’oltretomba satanico era testimoniato dalla convinzione dei popoli del Nord che il coleottero avesse il potere di diffondere gli incendi boschivi. Ciò sarebbe stato favorito, appunto, dalle ampie mandibole, che somigliano alle pinze utilizzate per il focolare. Presenza demoniaca, l’insetto avrebbe così stretto le mandibole su minuscoli tizzi ardenti e, volando, avrebbe portato le fiamme anche in punti distanti dallo stesso focolaio. Si riteneva infatti che il coleottero rispondesse in questo modo alla propria vocazione demoniaca, favorito dalla forte protezione del guscio – quasi una corazza – che impediva il contatto con il fuoco.

In altre nature morte si punta più decisamente alla rappresentazione della Vanitas, cioè alla sottolineatura della vanità dei sensi e dell’esistenza di fronte al decadimento del sembiante e al mistero della morte. Già nella fiscella di Caravaggio, seppure attraverso una descrizione naturalistica, appaiono una foglia di vite rinsecchita e i segni dell’avvio del processo di putrefazione che emerge sulla superficie della mela. Altri animali entrano in scena nell’ambito di questo genere pittorico: troviamo topi che divorano biscotti, lombrichi, mosche che depongono uova che si trasformeranno in larve demolitrici o pappagalli affamati che attingono alla tavola, rovesciando brocche e bicchieri.


Ciò si inserisce nell’ambito di una sensibilità tipicamente barocca che instaura un rapporto stretto – ed equivoco – tra il gioioso abbandono ai sensi e l’ineluttabilità della morte. In tale direzione vanno letti i petali di fiori caduti da un vaso, simbolo della caducità della bellezza e della vita. Un memento mori che, da un lato, appaga lo spettatore con le magnifiche, sontuose immagini della materia trionfante e, dall’altro, lo invita a considerare l’errore di investire tutto se stesso sulla linea del presente, senza alcuna proiezione escatologica e metafisica.

Un discorso a parte meriterebbero le opere fiamminghe e lombarde del Cinquecento. Verduraie, venditrici ambulanti di carne o selvaggina, pescivendole collocano sui banchi la loro straordinaria mercanzia. Questi dipinti avevano una finalità contraria a quella espressa dalle Vanitates. Erano quadri benauguranti, eco del Paese di Cuccagna, i quali portavano nei palazzi un variopinto mondo che sollecitava prosperità e fecondità, con una connotazione che appare caratterizzata dagli stessi procedimenti della magia simpatica.

Evocare la ricchezza significava propiziarne la benedicente discesa sulla casa.

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