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Le tele dei maghi e delle streghe, ritratti dal vero


A tutto va posto una premessa doverosa. Il fatto che i pittori e gli artisti del Quattrocento, del Cinquecento e del Seicento si trovavano a documentare fenomeni tenebrosi o cupi a loro contemporanei. I processi per stregoneria vengono celebrati in Italia -e soprattutto nel settentrione – tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento, periodo che coincide con il fenomeno rinascimentale e con il Manierismo. Ciò significa che gli artisti, rappresentando streghe, demoni o personaggi mitologici sinistri – non occupavano tanto zone immaginarie o fantastiche, ma trasferivano spesso sulla tela o sulle tavole immagini desunte dalle voci popolari o diffuse dai sacerdoti o provenienti dagli interrogatori processuali. Le fonti erano pertanto molto vicine. E tutta la società dell’epoca era fortemente permeata da una visione magica del mondo, che si intersecava con le acquisizioni scientifiche reali. Molto spesso le streghe erano levatrici, mammane, donne che si occupavano dei malati e che utilizzavano le loro conoscenze – in cui si fondevano, appunto elementi reali ed elementi fantastici -. Ciò creava un enorme disordine sotto il profilo del controllo sociale, in quanto queste persone si sostituivano ai medici, agli speciali, ai sacerdoti e cioè a tutti coloro che curavano le anime o i corpi, avendone in qualche modo ricevuto licenza ufficiale.

I processi per stregoneria, che finivano con la condanna capitale degli accusati, furono celebrati in Italia soprattutto negli ultimi decenni del Quattrocento e nei primi del Cinquecento dai Domenicani, anche con rastrellamenti di massa, come avvenne in Valcamonica, nella provincia bresciana, nel 1518, dove l’azione congiunta del clero inquirente portò sotto torchio cinquemila persone.

Dosso Dossi, “Circe”

Dosso Dossi, “Circe”

Se la ricoperta dell’antica sapienza ermetica prese le mosse nella Firenze di Cosimo de’ Medici a partire dagli studi di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, la corte di Ferrara ai tempi di Cosmé Tura fu uno dei grandi ‘laboratori’ di ricerca magica, astrologica e alchemica. Senza dubbio, poi, la ricezione di temi magici nell’arte italiana di quel periodo risulta collegata strettamente alla cultura nordica di maestri quali Dürer o Bosch, autori molto interessati al mondo esoterico che offrirono nella loro opera le testimonianze figurative più esplicite di una radicata credenza nel ruolo attivo di demoni e streghe nella vita umana.

Ambito di di Angelo Caroselli (1585-1652), Testa di Medusa, olio su tavola

Ambito di di Angelo Caroselli (1585-1652), Testa di Medusa, olio su tavola

Molti artisti italiani subirono anche il fascino delle rappresentazioni che giungevano dal Nord e spesso ne rielaborarono in maniera originale le insolite iconografie, basti pensare ad alcune rappresentazioni sacre lasciate da Pontormo (come la “Visitazione” che ricalca palesemente l’incisione “Le quattro streghe” di Dürer) o alle favole dell’epoca cortese di Dosso Dossi, il cui particolare gusto pittorico, anche sul piano propriamente stilistico, appare assai denso di riferimenti magici, come massimamente esemplificato dalla celeberrima “Circe” della Galleria Borghese. La trattazione di temi magici, d’altra parte, non è stata esclusiva espressione di una cultura profana, infatti l’apparato iconografico prelevato dalle scritture canoniche e apocrife che hanno per soggetto “storie di maghi” contengono moniti contro le devianze religiose e le derive ereticali, e il tema della “caduta del mago”, costituisce il momento cruciale della conciliazione tra l’esercizio dell’ortodossia della Fede in piena età controriformata e il fascino del mantenimento della prospettiva magica, che rende possibile l’impossibile e conduce alla speranza nell’integrazione tra mondi apparentemente opposti. Tra i più assidui esploratori artistici di temi magici e stregoneschi, in Italia vanno annoverati Salvator Rosa, Angelo Caroselli e Antonio Cantarelli.

Nell’opera del romano Cantarelli (1585-1652), figura singolare di pittore, restauratore, copista, falsario, esiste un sostanzioso nucleo di dipinti a soggetto magico suggeriscono inaspettati confronti con alcuni passi delle “Daemonologie” di Giacomo I Stuart, alla cui corte l’artista era stato convocato. Mentre, le ‘stregonerie’ di Salvator Rosa affrontano esplicitamente la tematica “negromantica” muovendo dal complesso di stimoli culturali, artistici e religiosi che percorrono, parallelamente allo spirito barocco, la realtà italiana del Seicento: da un lato il complesso ambiente fiorentino, in cui i confini imposti dalla cultura ufficiale non ostacolano la vitalità dell’indagine in ogni settore della realtà, dall’altro la diffusione di stampe nordiche, in cui l’iconografia della strega aveva una forma ormai definita inscindibile dall’aspetto demoniaco, e infine il contatto con testi di magia antichi e contemporanei, all’epoca molto diffusi negli ambienti intellettuali, nonostante i divieti posti dall’Inquisizione.


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