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L’elefante nell’arte, il significato allegorico dell’animale più amato da Leonardo da Vinci

Elefante in un bassorilievo del Tempio malatestiano di Rimini

Elefante in un bassorilievo del Tempio malatestiano di Rimini

Elefante. Significati simbolici: potenza, saggezza, memoria, temperanza e amore cristiano che dirige l’uomo e che schiaccia il peccato. Se si presenta con il palanchino sul dorso può alludere alla Madonna, intesa come Turris eburnea. Collegato a immagini di corte, rappresenta la forza e la saggezza del re.

Iconografia storica: rappresenta, nella cultura occidentale, l’esercito di Annibale, durante l’invasione d’Italia, dopo l’eroico transito dalle Alpi

Iconografia geografica: nelle allegorie dei continenti, rappresenta l’Africa

Portafortuna: l’immagine di un elefante con la proboscide eretta, secondo la tradizione, porta fortuna poiché atterrisce il nemico occulto

 

Nel Bestiario, raccolta nella quale sono posti gli scritti di Leonardo da Vinci dedicati a vizi e virtù degli animali, un posto di primo piano spetta all’elefante. E non è solo perchè, a differenza di tanti altri animali esaminati  – le cui pochezze “morali” di bestie umanizzate, non meritavano particolari approfondimenti – ha una lunghezza fluviale, rispetto alle altre schede. Lo scritto con il quale l’artista analizzò le doti morali di questo mastodonte è molto ampio e dettagliato; ben documentato – in parte da Plinio il vecchio – in parte da testimonianze che Leonardo raccolse direttamente.
Insomma. Invece di dedicare i consueti blocchi di quattro-cinque righe, riservati agli altri animali, all’elefante riserva un monumento di parole. Perchè questo trasporto? In effetti i pachidermi sono straordinari per intelligenza, sensibilità, possanza. Al punto che Leonardo pare, tra le righe, indicarli all’umanità proprio come massimo esempio dell’umano fuori dall’umano. Un gioco di parole per dire che all’artista pareva che gli elefanti fossero più uomini degli uomini. Animali da cui imparare.

Prima di leggere quanto scrive Leonardo, riassumiamone ed esaminiamone il contenuto. Leonardo, seguendo la fonte di Plinio il vecchio che già aveva mostrato un’ammirazione particolare per quegli animali – i quali, generazioni prima, con gli uomini di Annibale, avevano atterrito gli antenati romani – osserva soprattutto il rapporto tra potenza, sapienza e amore. E soprattutto sottolinea che gli elefanti concentrano in sé quello che nell’uomo si trova molto di rado: la bontà, la prudenza, il senso innato di giustizia, l’osservanza delle religione. Si lavano spesso, fisicamente e moralmente, scendendo al fiume. E questo lo fanno in particolare una volta al mese, in coincidenza con la luna nuova. Puliti, senza peccato. Mondati. Animali, dice Leonardo, che hanno un forte senso della religione, che si manifesta in diversi modi. Il più evidente è quello che, quando sono malati, giacendo a terra, su un lato, afferrano con la proboscide mazzi d’erba e li gettano verso il cielo, come se facessero un’offerta al Signore. Leonardo è attratto dalla prudenza e dalla clemenza di questi grossi animali. Nel caso dovessero trovare un uomo smarrito nella foresta, lo accompagnano  infatti sul sentiero sicuro. Anche il modo di procedere del gruppo suscita l’ammirazione dell’artista. Davanti, racconta, prende posto il più anziano – e non tanto, fa capire Leonardo, per motivi di cerimoniale, quanto per il valore pratico dell’esperienza e della conoscenza.  Il più vecchio trasmette forza e prudenza al gruppo

Il più vecchio non è il più forte, ma il più saggio. La sapienza è più efficace della violenza. La coda del gruppo finisce, anche’essa con elefante anziano, al quale viene chiesto di coprire la delicata posizione di retroguardia, sempre facilmente esposta all’attacco nemico. Ma è l’insieme coeso, guidato e protetto da saggi a manifestare un potenza inaudita.

Timidi, riservati, rispettosi degli altri, si accoppiano nell’oscurità, in punti discosti, senza dare spettacolo di sé e cancellano questo “peccato originale” della carne – Leonardo, più che omosessuale, era sessuofobo,: aveva cioè disprezzo per l’atto sessuale qualunque esso fosse – con copiose abluzioni.

 

L'elefante può vincere il drago, quindo il male. Particolare del mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto.Il Mosaico della Cattedrale di Santa Maria Annunziata di Otranto ricopre il pavimento delle tre navate ed è opera del monaco Pantaleone, eseguito su commissione del Vescovo di Otranto, fra il 1163 e il 1165. Esso rappresenta uno dei più importanti cicli musivi del medioevo italiano.

L’elefante può vincere il drago, quindo il male. Particolare del mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto.Il Mosaico della Cattedrale di Santa Maria Annunziata di Otranto ricopre il pavimento delle tre navate ed è opera del monaco Pantaleone, eseguito su commissione del Vescovo di Otranto, fra il 1163 e il 1165. Esso rappresenta uno dei più importanti cicli musivi del medioevo italiano.

Secondo la tradizione questo santo animale, nel caso venga aggredito da un drago, simbolo del male demoniaco, finisce per schiacciarlo, con un atto che non ha nulla di violento, in sé; il drago sta scannandolo; lo abbranca alle zampe, cerca di aprirgli ferite nel ventre; e l’elefante si abbandona, lasciandosi semplicemente cadere , ma uccidendo in questo modo, con il proprio peso, l’aggressore. Cristo può quindi essere rappresentato come un pachiderma, che aiuta gli uomini, indica la via corretta, li sostiene e li protegge. E sconfigge il demonio

L’immagine dell’elefante fu particolarmente diffusa nel mondo antico fino al Medioevo. Contrassegnò, ad esempio, le monete di Alessandro il Grande, poi quelle di Cesare. Apparve nelle cristiane cattedrali come elemento architettonico di sostegno o nelle decorazioni delle facciate. Temperante, paziente, forte.

L’elefante era pertanto Cristo, la Chiesa, ma anche – quando portava sul dorso il palanchino – la Madonna che veniva pensata nella “turris eburnea” della struttura lignea, sul dorso dell’animale. Sotto il profilo iconografico – seguendo la linea degli elefanti di Annibale e Alessandro il Grande, nonchè le monete di Cesare – esso può costituire anche l’immagine di un sovrano savio, potente, irraggiungibile.

Il soffitto di Palazzo Gambazocca, a Cremona, presenta l’immagine cristallizzata di vari animali; tra di essi, l’elefante che avanza portando sul dorso un palanchino di legno (rimando all’impiego militare) diviene simbolo di castità e fermezza alludente a Cristo che salva l’umanità dagli attacchi del diavolo.

Con sempre maggior frequenza, a partire dal periodo rinascimentale, gli elefanti costituirono doni per papi e sovrani. E’ noto un disegno di Raffaello con il quale è colto, con perfetta aderenza realistica, la figura dell’elefante che era stato donato a Leone X.

Nel Cinquecento esso appare, nei dipinti, in chiave storica, che rievocano la discesa di Annibale in Italia

Affresco di Rosso Fiorentino a Fontainebleau

Affresco di Rosso Fiorentino a Fontainebleau

Elefante dell'esercito d'Annibale, rappresentato mentre affronta un soldato romano. L'opera, del Cinquecento, è conservata nel Parco dei mostri di Bomarzo, in provincia di Viterbo

Elefante dell’esercito d’Annibale, rappresentato mentre affronta un soldato romano. L’opera, del Cinquecento, è conservata nel Parco dei mostri di Bomarzo, in provincia di Viterbo

LEONARDO DA VINCI
BESTIARIO

62. LEOFANTE. Il grande elefante ha per natura quel che raro negli omini si truova, cioè probità, prudenzia e equità e osservanza in religione, imperochè quando la luna si rinnova, questi vanno ai fiumi, e quivi purgandosi solennemente si lavano, e così salutano il pianeta ritornano alle selve. E quando sono ammalati, stando suppini gittano l’erbe verso il cielo, quasi come se sacrificare volessino. Sotterra li denti quando per vecchiezza gli caggiano. De’ sua due denti l’uno adopera a cavare le radici per cibarsi, all’altro conserva la punta per combattere. Quando sono superati da cacciatori e che la stanchezza gli vince, percotan li denti – l’elefante -, e quelli trattosi, con essi si ricomprano. Sono clementi e conoscano i pericoli. E se esso trova l’omo solo e smarrito, piacevolmente lo rimette nella perduta strada. Se truova le pedate dell’omo prima che veda l’omo, esso teme tradimento, onde si ferma e soffia, mostrandola a li altri elefanti, e fanno schiera e vanno assentitamente. Questi vanno sempre a schiere, e ‘l più vecchio va innanzi, el secondo d’età resta l’ultimo, e così chiudano la schiera. Temano vergogna, non usano il coito se non di notte e di nascosto, e non tornano dopo il coito alli armenti se prima non si lavano nel fiume. Non combattono per femmine come gli altri animali, ed è tanto clemente che malvolentieri per natura noce ai men possenti di sé, e scontrandosi nella mandria o greggi delle pecore, colla sua mano le pone da parte per non pestare co’ piedi, né mai noce se non sono provocati.

Quando son caduti nella fossa, gli altri con rami terra e sassi riempiano la fossa; in modo l’alzano il fondo, ch’esso facilmente riman libero. Temano forte lo stridore de’ porci; e, fuggendo in dirieto, e’ non fa manco danno poi co’ piedi a’ sua che a’ nimici. Dilettansi de’ fiumi e sempre vanno vagabundi intorno a quegli, e pe lo gran peso non possan notare. Divorano le pietre, e tronchi delli alberi son loro gratissimo cibo. Hanno in odio i ratti. Le mosche si dilettano del suo odore, e posandogli addosso, quello arrappa la pelle e ficca’n le pieghe strette, l’uccide. Quando passano i fiumi, mandano i figlioli di verso il calar dell’acqua e stando loro in verso l’erta rompono l’unito corso dell’acqua, acciò che ‘l corso non li menassi via.

Il drago se li gitta sotto il corpo, colla coda l’annoda le gambe e coll’alie e colle branche li cigne le coste e co’ denti lo scanna, e ‘l liofante li cade addosso e il drago schioppa: e così colla sua morte del nemico si vendica.

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