Home / Pittura antica / L’elogio della figura
Se vuoi ricevere gratuitamente sulla tua bacheca gli articoli e i saggi di Stile Arte, clicca qui sotto "Mi piace".

L’elogio della figura

di Marisa Zattini

Pubblichiamo uno stralcio del saggio di Marisa Zattini per il catalogo della mostra L’Elogio della Figura.
PopEmiliaRom_025L’opera d’arte è sempre testimonianza, traccia del pensiero, espressione autobiografica dell’artista. In una sorta di derealizzazione – cioè di alterazione nella percezione della realtà, che viene a perdere, così, il proprio carattere di concretezza – l’attività di rappresentazione nell’arte si attua attraverso modalità di rielaborazione capaci di dare spessore alle ombre e ai riverberi della mente.
Oltre le riflessioni storico-artistiche che ci offrono una lettura articolata mediante chiavi interpretative dinamiche, le diciassette opere di pittura antica di proprietà della Banca Popolare dell’Emilia Romagna – che vanno dal XVI al XVIII secolo – prescelte per questa rassegna, vogliono essere un sincero “elogio della figura” per celebrare le declinazioni e l’attitudine alla Bellezza nella perizia tecnica pittorica del passato e un’occasione di riflessione sulle metamorfosi del diverso sentire dell’arte contemporanea.
Dalla collezione della Fondazione della Banca Popolare di Cesena abbiamo selezionato sei fra gli artisti vincitori delle Biennali romagnole degli Anni ’90.
Le diverse letture del dipinto ci riconfermano le proiezioni e le testimonianze operate dall’artista in quanto tracce del pensiero e delle sue capacità peculiari. Mi riferisco alle “letture emotive” letterarie, poetiche, filosofiche e a quelle psicoanalitiche che vanno, tutte, al di là del fatto puramente pittorico.
La creatività artistica esprime da sempre ulteriori identità dell’iconografia umana: ecco quindi che dipinti dedicati al soggetto del ritratto, mezzo busto, figura intera, scene di gruppo, scene religiose si riconfermano, ancora oggi, quali rappresentazioni di eccellenza, specchio dell’eterno nostro sentire e del nostro molteplice apparire.
Il sottotitolo che individua questa mostra, Identità & Alterità, vuole essere anche un omaggio a Jean Clair e alla sua significativa Biennale del 1995. Relativamente alle tematiche in essa sviluppate, in un’intervista lui stesso dichiarava: “[parlare di ‘Identità e Alterità’ significa parlare di] una storia del corpo umano, e più in particolare del volto, attraverso le arti visive. […] Un secolo fa la società moderna e l’arte si sono ambedue indirizzate decisamente alla ricerca, alla rappresentazione, alla misurazione scientifica dell’identità che fonda l’individuo (nel 1895 nascono ad esempio il cinema, i raggi X, l’antropologia criminale, la fotografia d’identità). Poi, durante il secolo, la società e l’arte giungono alla progressiva scoperta dell’Alterità, dell’irriducibilità dell’Altro”.
Nell’energia umana, le trasposizioni artistiche rendono eterno l’istante e proprio grazie all’arte amplificano la campionatura dello sguardo oltre i bagliori della memoria e del ricordo. Dall’anima del tempo passato, dalle sue sedimentazioni, per decantazione, nasce sempre uno spirito rinnovato. Così, al di fuori degli accademismi dei “generi”, i tessuti pittorici delle opere che abbiamo selezionato, documentano le diverse sensibilità, i complessi sistemi di codici, i contenuti e le reinterpretazioni in continua evoluzione nel linguaggio dell’arte di oggi.
Le relazioni, le connessioni, le misteriose sintesi, tutte, insieme, raccontano del nostro presente.
Se la pittura di un tempo serviva anche a “documentare” il visibile così com’era
– sebbene lo scarto dell’interpretazione soggettiva abbia sempre impedito la mera “riproduzione” o copia proprio in virtù dell’animus trasfuso nell’opera realizzata – oggi il mezzo pittorico, o meglio “espressivo” in senso lato, comprendendo in esso tutti i sistemi, cioè le rielaborazioni attuate con ogni mezzo capace di esprimere emotivamente il nostro mondo immaginario e la ricerca della nostra identità, porta, oggi, l’artista in un “oltre” proprio grazie al superamento dei confini stilistici.
Così la figura umana torna, ancora una volta, rinnovata. Grazie alla sua complessità, essa è da sempre “cardine” e rispecchiamento fondante per l’uomo.
Ogni ritratto è infatti scavo psicologico, ricerca timbrica di quel “quid” che sfugge allo sguardo. E’ analisi radiografica dietro l’apparenza, stratificazione dei valori espressi e ricercati nella creatività dell’arte che si pone ineludibilmente al di là del tempo presente. Esso ri-guarda gli altri o meglio riguarda la relazione dell’artista con gli altri. Alcuni condensano una sorta di teoria della rappresentazione stessa trasformando il dipinto in una pura distillazione poetica. Così il pensiero si fa pittura.
L’identità antropologica necessita, nell’uomo, di radici linguistiche capaci di evolversi, mutare e metamorfizzarsi per divenire “bellezza dell’essere”. Perché le alterazioni rispecchiano le diverse identità e connotano il presente per nuovi futuri attraversamenti.
Per un’ampia utilità prospettica, questa rassegna mette a fuoco più corde che ci appartengono nelle sovrastrutture della nostra contemporaneità. Non tutto ciò che i nostri occhi vedono e il nostro sguardo raccoglie si esplicita pienamente: a volte la visione offusca e la comprensione si complica in silenziosi circoli di rimandi ascrivibili proprio alla nostra complessità.
Identità & Alterità… ma cosa si intende con la parola “Identità”? L’artista risponde sublimando il suo sentire se stesso nella “diversità con l’altro”, attraverso la ricerca di un “autoritratto allargato” che diventa pulsione marginale sommata agli acculturamenti che questo genere presuppone.
La questione dell’identità è spesso fatto angosciante e nell’arte prende campo esplodendo pienamente. Oggi, l’artista, libero da consapevolezze critiche, da canoni e tradizioni, da modi e contenuti, si fa più “acuto” proprio nelle valenze psicologiche.
La fitta rete di influenze e citazioni, più o meno dichiarate dall’artista coinvolto – in modo consapevole o inconsapevole – emerge dai segni velati e disvelati nella pittura, nella fotografia così come nella scultura, nella letteratura e nella filmografia. Un tempo il magister phaber si rappresentava nelle sue reali sembianze fra gli astanti di una scena, in un gioco di spaesamento. Oggi l’artista non sente più la necessità di una auto-rappresentazione “tradizionale” poiché egli trasfigura completamente la retorica dell’immagine creando, con le sue opere, una vera e propria “autobiografia diffusa” e inconfondibile.
Egli segna così, pragmaticamente, il suo sguardo e lo fissa privilegiando la sua “natura”, in piena consapevolezza di sé. Celebra e ribadisce coscienza ed etica attraverso modalità peculiari di gestualità e rappresentatività. E le implicazioni si moltiplicano emblematicamente in un circuito denso di significati che ben si dispiegano a nuove letture.
Ma in tutto questo, qual è il ruolo della nostra immagine “interna”? Freud sosteneva che solo nel campo della “finzione” ritroviamo quella pluralità di vite di cui tutti noi abbiamo bisogno. Relativamente all’autoritratto, Van Gogh, in una lettera al fratello Theo, scriveva: “Ho comprato apposta uno specchio abbastanza buono per poter lavorare al mio ritratto in mancanza di modelli; perché se arrivo a poter dipingere il colore della mia testa, il che non presenta poche difficoltà, riuscirò anche a dipingere le teste dell’altra brava gente”.
Pensiamo ad esempio alla “frontalità” del Ritratto: essa è già di per sé caratterizzazione perturbante poiché attua una specie di frontalità riflettente, specchio del riguardante in un gioco di rimandi e di identificazioni. Scrive Victor Stoichita: “L’intera dialettica della rappresentazione occidentale ci ha insegnato […] che la frontalità – e lo specchio – rappresentano la forma simbolica del rapporto tra l’io e il sé, mentre il profilo – e l’ombra – rappresentano la forma simbolica del rapporto del sé con l’altro”. Perché l’identità trova da sempre nel volto il suo vero centro ideale.
L’artista realizza dunque, sempre e comunque, ritratti “mentali”, rappresentazioni dell’animo e della mente, prima ancora che del corpo; stati interiori che si trasfigurano e ci con-fondono in nuove fisionomiche figurali. L’arte moderna può giungere anche all’azzeramento dell’auto-rappresentazione facendo del “ritratto” un simulacro, attuando una vera e propria “espropriazione”. Così esso diventa un mezzo indifferenziato per esprimere la creatività di singole psichicità.
La poetica di ognuno dei nostri sei artisti modula le prefigurazioni dei modelli sociali e degli esempi del passato oggettivando le problematiche di identificazione e le conflittualità dell’Alterità. Il rapporto fra Identità e Alterità, nel complicato meccanismo dell’autoproiezione e della rappresentazione pittorica, ci porta così a sviluppi inaspettati. Nella nostra civiltà consumistica delle immagini “in arte si aprono due strade, opposte, ma entrambe giustamente percorribili: confrontarsi con quelle immagini esaltandone l’ossessività, oppure negarle ritrovando […] il silenzio e la dimensione meditativa”, come sostiene Vittorio D’Augusta.
Nei testi in catalogo, Antonio Paolucci magistralmente ci conduce negli attraversamenti emotivi di una “pittura-pittura” che trasuda mito, letteratura e sentimento. Dell’aura e della luce ci parla, con proficue significanze, Carlo Sini. Del sentimento Massimo Pulini e della spiritualità Alessandro Giovanardi. Janus riflette con pregnanza sul significato dell’Essere e del Non-Essere, mentre Gianfranco Laureano ci offre una serie di frammenti letterari per meditare, ancora una volta, sull’Identità e l’Alterità.
Così il nostro sguardo può cogliere la magia del “colore” capace di dipanarsi e sciogliersi fra simboliche ricchezze emotive e opposte significazioni, fra rapimenti e smarrimenti, mutandosi nel tempo.

Clicca qui per valutazioni gratuite di opere d’arte, antiche e moderne

x

Ti potrebbe interessare

L’urlo e l’immane boato. Quando il pennello dipinge il rumore. Giulio Romano, sala Giganti

I guadagni dei pittori del ‘500. Le dichiarazioni dei redditi di Raffaello, Michelangelo & co.