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Leonardo, l’intensa erezione del pene dell’angelo incarnato. Perchè?


Leonardo da Vinci (1452-1519) L’ “Angelo incarnato” The “Angel in the Flesh” c. 1513-1515 Carboncino su carta ruvida blu Black chalk or charcoal on rough, blue paper 268 x 197 mm

Leonardo da Vinci (1452-1519), L’ “Angelo incarnato”, The “Angel in the Flesh”, c. 1513-1515, Carboncino su carta ruvida blu
Black chalk or charcoal on rough, blue paper, 268 x 197 mm

 

Nel dettaglio, il pene disegnato da Leonardo da Vinci, nella raffigurazione dell'ermafrodita denominato dagli studiosi "angelo incarnato"

Nel dettaglio, il pene disegnato da Leonardo da Vinci, nella raffigurazione dell’ermafrodita denominato dagli studiosi “angelo incarnato”

di Enrico Giustacchini

 Professor Pedretti, da dove salta fuori questo disegno “a luci rosse”?
Nell’Ottocento, il disegno apparteneva alle raccolte reali di Windsor, dove veniva custodito insieme ad altri undici, tutti di Leonardo, tutti a sfondo erotico. Come ricorda Brian Sewell, critico d’arte britannico, un giorno arrivò a Windsor un noto studioso tedesco, “un uomo imponente con mantellina alla Sherlock Holmes”, che si mise ad esaminare questi fogli. Tempo dopo, gli stessi scomparvero, con evidente sollievo generale, cosa che fa pensare ad un tacito consenso della regina Vittoria, ben lieta di sbarazzarsi di soggetti a dir poco imbarazzanti. Il gruppo di opere licenziose finì dunque in Germania. E qui voglio citare un episodio di cui non si parla nel catalogo della mostra, e che rappresenta dunque una primizia per i lettori di “Stilearte”. A uno di tali fogli fa riferimento la nipote di Goethe, Ottilie von Goethe, quando in un suo scritto racconta – siamo nel 1857 – di un disegno anatomico leonardesco “abominevole” da lei visto al castello di Weimar. Le ricerche che ho condotto in proposito mi hanno permesso di accertare che si tratta di una delle opere provenienti da Windsor; tra l’altro, ho scoperto che il bibliotecario di Windsor, una volta in pensione, si era trasferito proprio a Weimar, dove evidentemente aveva continuato ad occuparsi della custodia di quei disegni tanto osé quanto preziosi. Per oltre un secolo, dunque, l’“Angelo incarnato” è rimasto sepolto in una collezione tedesca. Nel 1991, finalmente, ho potuto farlo tornare alla luce, ottenendo dai proprietari di presentarlo in più occasioni in prestigiose mostre in varie parti del mondo.

Come si pone, quest’opera, all’interno del processo della trasformazione figurativa di Leonardo?
Conosciamo numerose rappresentazioni leonardesche di angeli, in genere ispirate all’artista da Gian Giacomo Caprotti, suo modello dall’età di dieci anni, e da lui curiosamente soprannominato Salaï, come il diavoletto del “Morgante maggiore” di Pulci. Da segnalare, in particolare, diverse versioni di scuola di un “Angelo dell’Annunciazione”, di cui esiste pure un abbozzo di allievo con correzioni di mano del maestro, databile attorno al 1505 e conservato a Windsor. A differenza di queste opere, per così dire, “canoniche”, nell’“Angelo incarnato” l’inguine si mostra esplicito nella sua nudità, col membro virile in erezione. Il sorriso angelico si è trasformato in ghigno, in un’espressione di satiro cui contribuisce la struttura animalesca del capo. Il torso presenta caratteri femminili, messi in evidenza dal seno pronunciato. Un ermafrodita, insomma.

André Green, il noto psicoanalista francese, sottolinea l’importanza del lavoro anche in funzione di trait-d’union fra l’“Angelo dell’Annunciazione”, appunto, ed il “San Giovanni Battista” del Louvre. Quel “San Giovanni Battista” che – nell’accurata dissimulazione degli altri particolari anatomici – rivela soltanto dai tratti del viso la sua sconcertante androginia e, per dirla con Freud, quel “ben conosciuto sorriso che fa presagire un segreto d’amore”. Daniel Arasse ricorda peraltro che “Leonardo, disegnando la figura dell’angelo fin sotto l’inguine, per esibirvi una erezione, va deliberatamente e con estrema decisione contro uno dei principi a fondamento della rappresentazione religiosa, e cioè la raffigurazione di un soggetto solo a metà busto”, e “riprendendo la posa dell’‘Angelo dell’Annunciazione’ e non quella del ‘San Giovanni Battista’, compie una scelta diversa e del tutto personale, uscendo dagli accostamenti ‘autorizzati’ dal sincretismo contemporaneo”.

Interpretazioni a parte, quali osservazioni si possono fare in ambito strettamente iconografico?
Non v’è dubbio che la posa dell’“Angelo incarnato” sia la stessa dell’“Angelo dell’Annunciazione”. Va detto, a onor del vero, che l’idea non è originalissima. Pensiamo alla “Vergine Annunciata” di Antonello da Messina, eseguita intorno al 1475, dove la figura di Maria è “inquadrata” dal punto di vista dell’arcangelo Gabriele. Analogamente, Leonardo ci mostra l’angelo dal punto di vista della Vergine: il che, peraltro – se riflettiamo sulle caratteristiche dell’“Angelo incarnato” – non può non risultare alquanto sconcertante. Si tratta in ogni caso di un approccio quasi cinematografico, cui si giunge con una sorta di immaginaria carrellata che va a stringere sul soggetto.

Il retro del foglio riporta, manoscritte da Leonardo, le tre celebri parole in lingua greca tratte dal racconto di Plinio, relativo alla rappresentazione dell’invisibile nella pittura di Apelle. Apelle, unico a saper dipingere quel che non si può dipingere: “Astrapen, Bronten, Ceraunobolian”, ossia il tuono, lo strepito e le dinamiche del temporale. Esiste, secondo lei, un riferimento al soggetto disegnato sul recto del foglio stesso?
Rispondo con l’interpretazione proposta da Green, quando afferma che “non è difficile suggerire l’analogia tra la tempesta e il diluvio con l’eccitazione sessuale e l’orgasmo”. In una mia monografia avevo segnalato di essere riuscito a ricostruire la frase che Leonardo aveva fatto seguire alla nota “Profezia” intitolata “Del sognare”, che si concludeva con “i torrenti t’accompagneranno e mist(eranno te) col lor rapido corso”. La frase era: “usera(i) carna(lmente c)on madre essorelle”. Da qui l’analisi di Green, che parla di “raffigurazione dell’Angelo scaturita dal fantasma dell’incesto tra figlio e madre, per cui, se l’indice è segno dell’unione con Dio – unione senza contatto, unione metaforica -, il pene è segno di un’unione carnale con la madre, e i due sessi si fondono in una sola immagine”.



Si è detto che quest’opera sarebbe stata ispirata a Leonardo da una leggenda di cui era venuto a conoscenza durate la permanenza nel Casentino, dove era stato chiamato per realizzare, a scopi militari, approfondite rilevazioni geomorfologiche e topografiche del territorio. Si tratterebbe della leggenda del “Ballo angelico”, che narrava di una creatura soprannaturale che appariva di notte in un castello, durante un ballo, per rapire bellissime fanciulle. Tra l’altro, ciò si ricollegherebbe al mito antico degli angeli che, rifiutando di scegliere tra Dio e Lucifero, vollero scendere sulla Terra per unirsi a una donna come comuni mortali…
E’ possibile, certo. Così come fonte probabile, a mio giudizio, è il poema trecentesco di Antonio Pucci, “Historia della bella reina d’oriente”, che Leonardo sappiamo conosceva, visto che ce ne ha lasciato la trascrizione di un’ottava. Ebbene, ad un determinato punto dell’opera, laddove un giovane re viene trasformato dal Padreterno dapprima in fanciulla, poi di nuovo in maschio fornito di eccezionali attributi, leggiamo: “Poi ch’ella ebbe assaggiato quello occello, / Disse: “Amor mio, onde avesti tu quello?” / Ed e’ rispose: “L’Agnol Gabriello / Come Iddio volle mel fe’ manifesto”. / “Non maraviglia che gli è buono e bello / (Diss’ella) se dal ciel venne sì presto!”. In questo contesto, il gesto della mano alzata al cielo, ad indicare l’intervento divino, assume un significato ancor più evidente.

Il disegno va visto, secondo lei, quale esplicitazione del principio platonico ed ermetico della “bisessualità universale” intesa come rappresentazione della completezza e quindi della perfezione? Ed in tal caso, possiamo dire che Leonardo intendeva forse, così, “sublimare” le proprie inclinazioni bisessuali?
La mia risposta è: sì, le cose stanno certo così. Ma mi piace affiancare a ciò un’interpretazione meno seriosa, meno dottorale. Credo che Leonardo, quando realizzò quest’Angelo, avesse anche e soprattutto una gran voglia di divertirsi. Penso al Leonardo immerso e partecipe della straordinaria tradizione popolare della sua terra, trascorsa da una vena beffarda, salace e sboccata. Il Leonardo che celia, definendo la “verga” come “ministro dell’humana spezie”; o che si propone ai posteri come probabilissimo autore di una strepitosa “Testa fallica”; od ancora, che si compiace di stilare sulla carta un lungo elenco di denominazioni del membro virile, a cominciare da “Nuovo cazzo” per concludere con “Pinchellone”…

Il “Genio universale” entra dunque a pieno titolo nel novero degli spiritacci toscani…
E perché no? Partendo dal suo tempo, anzi da prima ancora, si finisce per arrivare a Benigni. (STILE ARTE, 1 settembre 2001)

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