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L’identità e la varietà percettiva nelle fotografie di Chiara Talacci

L’opera di Chiara Talacci, finalista al Premio Nocivelli 2015, è stata segnalata dal critico Maurizio Bernardelli Curuz come lavoro di particolare pregio nel quale si inseriscono elementi geometrici, più livelli visivi sovrapposti e diversi elementi percettivi come il traslucido, il trasparente, il solido, il nitido e l’opaco, in una composizione ineccepibile e ricca di suggestioni

a chiara talacci opera

Iniziamo con una breve scheda anagrafica

Sono nata a Rimni il 12/9/1995, vivo a Misano Adriatico, ho frequentato il liceo delle scienze umane di Rimini, e ho scelto di studiare all’accademia di belle arti di Ravenna.
Ho sempre avuto un particolare legame con la fotografia, è un documento che aiuta a ricordare; un flash, una luce su un momento della nostra vita. Si tratta di fermare il tempo per sempre, per poterci riflettere, per comprendere meglio quello che normalmente sarebbe una delle milioni di immagini che passano sfocate sotto ai nostri occhi. La fotografia è meditazione.
Il mio stretto rapporto con l’arte è formalmente appena iniziato da due anni, e non riesco ancora a collocare in modo specifico il mio orientamento stilistico ed espressivo.
Sono attratta da tutto ciò che è indice di cambiamento e metamorfosi, dalle cose fuggevoli e incerte, che necessitano di essere bloccate nel tempo. Il paradosso della fotografia è quello di estendere una condizione di eternità e immutevolezza ad un particolare in movimento e in continua evoluzione.
Ricerco luoghi e ambienti degradati, decadenti, in altre parole pittoreschi: ossia che rechino i segni della loro età aurea nel marcio e nella rovina di ciò che sono diventati, un ambiente senza pretese che liberamente inviti a sprigionare l’essenza di chi fotografo.
Utilizzo quasi sempre il bianco e nero poichè unifica e schiaccia sullo stesso piano bidimensionale tutti gli oggetti, l’equilibrio lo trovo attraverso le forme, non nel colore. Il bianco e nero è una sorta di semplificazione della realtà che punta all’essenziale.

Nell’ambito dell’arte, della filosofia, della politica, del cinema o della letteratura chi e quali opere hanno successivamente inciso, in modo più intenso, sulla sua produzione? Perché?

Apprezzo particolarmente la letteratura del 900, che si occupa della problematica di definire l’identità individuale, come T.S.Elliot quando scrive il canto d’amore di J.Alfred Prufrock e parla della fissazione dell’uomo in maschere di ruolo. Una ricerca che ha inciso tantissimo sulla mia produzione è quella di Francesca Woodman, che indaga sul suo corpo da adolescente in mutamento, in spazi decadenti e claustrofobici. Amo l’utilizzo che fa dello sfocato e della messa a fuoco, in cui si manifesta l’irrequietezza del suo animo.

a Chiara Talacci

Può analizzare nei temi e nei contenuti l’opera da lei realizzata e presentata al Premio Nocivelli, illustrando le modalità operative che hanno portato alla realizzazione?

È in una polverosa soffitta senza pretese che emerge l’essenza.
Lo scatto è impersonale, poichè non volevo rappresentare me stessa, ma il momento in cui ogni uomo si libera delle apparenze, delle maschere, del vetro con cui si protegge dal mondo per emergere limpidamente, e non essere più un immagine che non si riesce a mettere a fuoco.
Il vetro attutisce suoni e rumori, rende impalpabili gli oggetti e riflette l’immagine di chi vi si specchia, oscurando chi vi è dietro. É una dimensione in cui si finge di emergere come individualità.
“Essence” mostra un momento di rivelazione: smettere di mentire a noi stessi poichè la verità ci rende liberi di amare gli altri. È una questione di ricerca della propria individualità, è vinta la paura di emergere come identità.

Indirizzi di contatto e foto delle opere

chiaratalacci@yahoo.it

https://www.flickr.com/photos/95193849@N06/

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