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Lucrezia o Cleopatra, nella pittura antica un pretesto per vedere un bel seno

Che sia una lama, piantata nel candido seno o un aspide che, strisciando, morde il braccio – come un monile dalle morbide spire – o la zona del torace femmineo, gli strumenti di morte delle storie pittoriche di Lucrezia Romana e di Cleopatra, che un analista freudiano non esiterebbe a legare indissolubilmente ad elementi di natura fallica, comportano la narrazione sensuale di una parte cruciale del corpo muliebre, favorendo un viaggio nella carne e al di là della carne, giacché la raffigurazione rappresenta di per sé una penetrazione traslata (lama, denti e veleno).

Se i dipinti del tandem Lucrezia-Cleopatra denunciano da un lato un elevato indice di pretestuosità, fornendo, attraverso storie alte, una risposta appagante al desiderio voyeuristico dei committenti, spesso presente nella pittura secentesca – con intenzioni ben diverse dalla raffigurazione della nudità del seno nel Cinquecento, quando le donne, pur a torace nudo, assumevano forma e sostanza di statue di carne proiettate in direzione dell’eterno -, dall’altro non sfuggono a una connotazione allegorica, che funge da velo, rispetto all’esplorazione del corpo femminile.

Sostanzialmente le due figure si riferiscono all’orgoglio eroico, alla morte come sottrazione dalle spire della sconfitta. Come un volo dal piano della terra a quello dell’eternità. Lucrezia paga con la morte la mancata resistenza alla violenza sessuale e comunque l’incapacità di cancellare la macchia che ella sente gravare indelebilmente su di sé. Ma il gesto eroico di moglie fedele – sul quale i pittori del Seicento indulgono, per estrarne seriche morbidezze e conturbanti nudità – schiuderà un grande periodo per Roma. La moglie di Tarquinio Collatino, donna ricca di virtù, giunse appunto al suicidio dopo aver subito una violenza carnale. Ai lati di un campo militare, Tarquinio e i suoi soldati erano intenti in una discussione sulle virtù delle mogli. Collatino portò come esempio la fedeltà della propria compagna, Lucrezia, sfidando gli altri a tornare a casa all’improvviso per verificare il comportamento delle donne. E così fu. Mentre Lucrezia era impegnata a filare la lana, le altre oziavano e non disdegnavano i piaceri della vita. Sesto Tarquinio, che aveva spiato Lucrezia su sollecitazione di Collatino, venne colpito dalla sua bellezza e cercò di usarle violenza. Minacciò di ucciderla, se non avesse accettato di giacere con lui, e di ammazzare anche un servo della donna, che avrebbe posto nel letto nuziale per infangare la reputazione di Lucrezia, la quale fu così costretta a cedere. Ma il giorno successivo confessò al marito e al padre quanto era successo.

Dopo aver ottenuto il loro perdono, si tolse la vita. I suoi congiunti guidarono allora una rivolta, che ebbe come conseguenza la fuga della famiglia regale, a cui apparteneva il violentatore. Lucrezia è dunque l’epidermide meravigliosa attraverso la quale Roma cambia letteralmente pelle, dalla monarchia alla Repubblica. La lama quindi feconda, con il sangue, la nuova storia del Lazio. Anche il suicidio di Cleopatra presenta caratteristiche che si legano irrevocabilmente all’eros. In questo caso l’iconografia, che tende a evidenziare i tratti essenziali della regina dissoluta e fortemente inclinata alle pulsioni del sesso – femme fatale in grado di sconvolgere, nel proprio talamo, gli eroi della romanità -, coglie la donna nell’istante dell’estremo atto. Le vicende della sovrana d’Egitto furono ampiamente diffuse nel Seicento, come dimostra il dramma shakespeariano Antonio e Cleopatra, in cui vita, sesso, potere e morte si legano indissolubilmente, secondo la linea di rifondazione della tragedia greca, che passava attraverso i primi elementi del sentire barocco. La storia che avrebbe portato l’affascinante regina, nell’ultimo giorno della sua vita, nella “stanza dell’aspide”, è nota. Nel momento in cui Cesare invase l’Egitto, Cleopatra – insuperabile maestra di realpolitik – si legò all’eroe romano e da lui ebbe un figlio, Cesarione, con il quale si trasferì nell’Urbe. Cesarione venne ucciso all’età di diciassette anni dai sicari di Ottaviano, il quale intendeva eliminare un avversario temibile nell’ambito della successione a Cesare stesso. Dopo l’assassinio delle Idi di Marzo, Cleopatra tornò in Egitto, e qui si unì al triumviro Marcantonio con il fine di ottenere l’indipendenza da Roma. A seguito della battaglia di Azio, in cui i due vennero sconfitti, la donna si suicidò facendosi mordere da un serpente velenoso. Anche Marcantonio si tolse la vita. La regina scelse di essere uccisa da un aspide perché serpi e coccodrilli, secondo le credenze degli Egizi, trascinavano le proprie vittime in un percorso di apoteosi, con il quale Cleopatra si proiettava al di là della linea della morte, nell’estremo, magico tentativo di dominare il mondo.

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[PDF] La potenza del seno trafitto



STILE ARTE 2007

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