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L’utopia del carrozziere-artista che ispira l’ultima Biennale

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La vittoria della linea delle installazioni e dell’innovazione a tutti i costi, caratterizza anche questa Biennale, che conferma la perdurante vittoria di un’arte che intende stupire lo spettatore e che si sviluppa dalle radici della scenografia teatrale e cinematografica, quando dall’invenzione Dada. Sicché la pittura, è sempre più intesa come espressione deteriore e improponibile di una dimensione domestica. Per quanto spettacolare – in quanto scenografica – la Biennale non riesce a trovare, se non nella tendenza del costante – e a volte noioso – sforzo del rinnovamento, un filone portante. Per questo Massimiliano Gioni, curatore del grande appuntamento veneziano, ha puntato, per spiegare il concetto sotteso all’appuntamento espositivo, sull’immagine simbolo del sogno architettonico-enciclopedico di Marino Auriti, artista italo americano, progettista di un edificio di dimensioni colossali che avrebbe potuto contenere tutti i saperi. Come dire: poiché non è possibile percorrere tutto quanto si produce al mondo, ampio e complesso come l’edificio di Auriti , ci limitiamo ad aprire soltanto alcune porte, pur nella certezza che le opere proposte appartengano ad esperienze fondamentali sotto il profilo della conoscenza del contemporaneo.
“Il 16 novembre 1955 l’artista auto-didatta italo-americano Marino Auriti depositava presso l’ufficio brevetti statunitense i progetti per il suo Palazzo Enciclopedico, un museo immaginario che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell’umanità, collezionando le più grandi scoperte del genere umano, dalla ruota al satellite – dice il critico Massimiliano Gioni – Rinchiuso in un garage perso nella campagna dello stato della Pennsylvania, Auriti lavorò per anni alla sua creazione, costruendo il modello di un edificio di centotrentasei piani, che avrebbe dovuto raggiungere i settecento metri di altezza e occupare più di sedici isolati della città di Washington”.
“L’impresa di Auriti – prosegue Cioni –  rimase naturalmente incompiuta, ma il sogno di una conoscenza universale e totalizzante attraversa la storia dell’arte e dell’umanità e accumuna personaggi eccentrici come Auriti a molti artisti, scrittori, scienziati e profeti che hanno cercato – spesso invano – di costruire un’immagine del mondo capace di sintetizzarne l’infinita varietà e ricchezza”.

Auriti era venuto alla luce nel 1891 a Guardiagrele, un paese della provincia di Chieti, in Abruzzo. Alla fine degli anni Venti si era trasferito negli Stati Uniti, con fratello e rispettive famiglie, si dice perchè in fuga  dalla persecuzione fascista. In breve aveva trovato posto come carrozziere. Ma era un carrozziere particolare, con ambizioni vagamente leonardesche: amante dell’architettura, della meccanica e dell’arte, riuscì a costruirsi un garage dove progettava e faceva funzionare macchinari particolari. Qui vennero alla luce anche modellini di edifici. Ma ciò che impegnò maggiormente il carrozziere-artista fu il Palazzo Enciclopedico del mondo, “un concetto completamente nuovo di museo, progettato per contenere tutte le opere dell’uomo in qualsiasi campo, le scoperte fatte e quelle che possono seguire.”

 

Il progetto era grandioso e ambizioso e, se realizzato, sarebbe stato un grattacielo di 136 piani, alto 700 metri e distribuito su ben 16 isolati, al centro di Washington, DC. Di questo edificio, a forma cilindrica con sviluppo piramidale e con una lunga antenna televisiva sulla sua sommità, Auriti costruì un modello in scala, oggi conservato al Folk Art Museum di New York  L’edificio avrebbe dovuto avere 24 ingressi, 126 statue in bronzo di scrittori, scienziati e artisti del passato, presente e futuro” e, sulla piazza, 220 colonne doriche con altre statue di scrittori, scienziati, artisti. Ai quattro angoli del complesso sarebbero sorti laboratori coperti da una grande cupola dorata, sormontati da statue di figure allegoriche che rappresentavano le quattro stagioni.

 

“Queste cosmologie personali, questi deliri di conoscenza mettono in scena la sfida costante di conciliare il sé con l’universo, il soggettivo con il collettivo, il particolare con il generale, l’individuo con la cultura del suo tempo. – spiega il critico Massimiliano Gioni – Oggi, alle prese con il diluvio dell’informazione, questi tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi ci appaiono ancora più necessari e ancor più disperati. La 55. Esposizione Internazionale d’Arte indaga queste fughe dell’immaginazione in una mostra che – come il Palazzo Enciclopedico di Auriti – combina opere d’arte contemporanea, reperti storici, oggetti trovati e artefatti. Con opere che spaziano dall’inizio del secolo scorso a oggi, e con molte nuove produzioni, la mostra include più di centocinquanta artisti provenienti da trentotto nazioni. Concepita come un museo temporaneo, l’esposizione sviluppa un’indagine sui modi in cui le immagini sono utilizzate per organizzare la conoscenza e per dare forma alla nostra esperienza del mondo. Sfumando le distinzioni tra artisti professionisti e dilettanti, tra outsider e insider, l’esposizione adotta un approccio antropologico allo studio delle immagini, concentrandosi in particolare sulle funzioni dell’immaginazione e sul dominio dell’immaginario. Quale spazio è concesso all’immaginazione, al sogno, alle visioni e alle immagini interiori in un’epoca assediata dalle immagini esteriori? E che senso ha cercare di costruire un’immagine del mondo quando il mondo stesso si è fatto immagine?”

 

Prosegue Massimiliano Gioni:
“La mostra si apre al Padiglione Centrale ai Giardini con una presentazione del Libro Rosso di Carl Gustav Jung, un manoscritto illustrato al quale il celebre psicologo lavorò per più di sedici anni. Raccolta di visioni auto-indotte, il Libro Rosso di Jung – presentato per la prima volta in Italia e mai prima d’ora esposto accanto ad altre opere d’arte contemporanea – introduce una riflessione sulle immagini interiori e sui sogni che attraversa l’intera mostra.
 L’esposizione raccoglie numerosi esempi di opere ed espressioni figurative che illustrano diverse modalità di visualizzare la conoscenza attraverso rappresentazioni di concetti astratti e manifestazioni di fenomeni sopranaturali. Nelle sale del Padiglione Centrale i quadri astratti di Hilma af Klint, le interpretazioni simboliche dell’universo di Augustin Lesage, le divinazioni di Aleister Crowley si intrecciano alle opere di artisti contemporanei. Ma Il Palazzo Enciclopedico non è una mostra sull’occultismo o sull’artista come medium: è una mostra in cui attraverso questi esempi si rende manifesta una condizione che condividiamo tutti, e cioè quella di essere noi stessi media, di essere conduttori di immagini, di essere persino posseduti dalle immagini.
 I disegni estatici delle comunità Shaker trascrivono messaggi divini, mentre quelli degli sciamani delle Isole Salomone sono popolati da demoni e divinità in lotta con pescecani e creature marine. La rappresentazione dell’invisibile è uno dei temi centrali della mostra e ritorna nelle cosmografie di Guo Fengyi e in quelle di Emma Kunz, nelle icone religiose e nelle danze macabre di Jean-Frédéric Schnyder e nel video di Artur Zmijewski che filma un gruppo di non vedenti che dipingono il mondo a occhi chiusi. L’idea che l’immagine sia un’entità viva, pulsante, dotata di poteri magici e capace di influenzare, trasformare, persino guarire l’individuo e l’intero universo oggi ci appare come una concezione datata, offuscata da superstizioni arcaiche. Eppure come negare il potere talismanico dell’immagine quando ancora portiamo nei nostri cellulari le immagini dei nostri cari?
 Un simile senso di stupore cosmico pervade molte altre opere in mostra, dai film di Melvin Moti alle riflessioni sulla natura di Laurent Montaron, fino alle sublimi vedute di Thierry De Cordier. Le piccole ceramiche di Ron Nagle, le intricate geometrie floreali di Anna Zemánková, le mappe immaginarie di Geta Bratescu e i palinsesti dipinti di Varda Caivano descrivono un mondo interiore dove forme naturali e presenze immaginarie si sovrappongono. Queste corrispondenze segrete tra micro e macrocosmo ritornano nelle figure ieratiche di Marisa Merz e in quelle assai più carnali di Maria Lassnig: entrambe trasformano autoritratti e corpi in cifre dell’universo. L’esercizio dell’immaginazione attraverso la scrittura e il disegno è uno dei temi ricorrenti nell’esposizione che, accanto alle opere di artisti contemporanei, raccoglie le sperimentazioni visive di alcuni celebri autori del Novecento, dagli esseri inventati da Jorge Luis Borges e illustrati dall’artista Christiana Soulou, passando per i diari di Franz Kafka tradotti in immagini da José Antonio Suárez Londoño. La collezione di pietre dello scrittore francese Roger Caillois combina geologia e misticismo, mentre le lavagne disegnate dal pedagogo Rudolf Steiner tracciano diagrammi impazziti che inseguono il desiderio impossibile di descrivere e comprendere l’intero universo.
 Il Palazzo Enciclopedico è una mostra sulle ossessioni e sul potere trasformativo dell’immaginazione. Artisti assai diversi quali Morton Bartlett, James Castle, Peter Fritz e Achilles Rizzoli hanno passato la vita a progettare mondi alternativi. La tensione tra interno ed esterno, tra inclusione ed esclusione è il soggetto di una serie di opere che indagano il ruolo dell’immaginazione nelle carceri (Rossella Biscotti) e negli ospedali psichiatrici (Eva Kotátková). Altri spazi di reclusione – più o meno fantastici – sono quelli disegnati da Walter Pichler che per tutta la vita ha progettato abitazioni e case per le sue sculture, quasi fossero creature viventi provenienti da un altro pianeta.
Nei vasti spazi dell’Arsenale – ridisegnati per l’occasione –  l’esposizione è organizzata secondo una progressione dalle forme naturali a quelle artificiali, seguendo lo schema tipico delle wunderkammer cinquecentesche e seicentesche. In questi musei delle origini – non dissimili dal Palazzo sognato da Auriti – curiosità e meraviglia si mescolavano per comporre nuove immagini del mondo fondate su affinità elettive e simpatie magiche. Questa scienza combinatoria – basata sull’organizzazione di oggetti e immagini eterogenee – non è poi dissimile dalla cultura dell’iper-connettività contemporanea.
Cataloghi, collezioni e tassonomie più o meno impazzite sono alla base di molte opere in mostra tra cui le fotografie di J.D. ‘Okhai Ojeikere, le installazioni di Uri Aran, i video di Kan Xuan, i bestiari di Shinichi Sawada e i labirinti di Matt Mullican. Pawel Althamer compone un ritratto corale con una serie di novanta sculture.
Dal Liber Novus di Jung, passando per gli assemblage di Shinro Ohtake fino ai volumi di Xul Solar, la mostra celebra il libro – questo oggetto ormai a rischio di estinzione – come spazio-rifugio, luogo della conoscenza, strumento di auto-esplorazione e via di fuga nel dominio del fantastico. Yüksel Arslan disegna le tavole enciclopediche di una civiltà immaginaria che assomiglia a una versione non troppo distorta dell’umanità. L’ambizione di creare un opus magnum – un’opera che, come il Palazzo di Auriti, contenga e racconti tutto – attraversa i disegni di Arslan e le illustrazioni della Genesi di R. Crumb, le cosmogonie di Frédéric Bruly Bouabrée e le leggende descritte da Papa Ibra Tall. Nel suo nuovo video Camille Henrot studia i miti di creazione di diverse società, mentre le centinaia di sculture di creta di Fischli e Weiss forniscono un antidoto ironico agli eccessi romantici delle visioni più totalizzanti.
Nei disegni di Stefan Bertalan, Lin Xue e Patrick Van Caeckenbergh, assistiamo a tentativi ostinati di decrittare il codice della natura, mentre i film di Gusmão e Paiva, le fotografie di Christopher Williams e dei pionieri Eliot Porter e Eduard Spelterini scrutano ecosistemi e paesaggi con lo sguardo meravigliato di chi vuole catturare lo spettacolo del mondo.
I video di Neïl Beloufa e Steve McQueen e i quadri di Eugene Von Breunchenhein immaginano diversi modi di visualizzare il futuro mentre il ricordo del passato e la memoria sono il punto di partenza per le opere di Aurélien Froment, Andra Ursuta e altri artisti in mostra.
Al centro dell’Arsenale l’artista Cindy Sherman presenta un progetto curatoriale – una mostra nella mostra, composta da più di duecento opere di oltre trenta artisti – in cui è messo in scena un suo personale museo immaginario. Bambole, pupazzi, manichini e idoli si mescolano a collezioni di fotografie, dipinti, sculture, decorazioni religiose e tele disegnate da carcerati che insieme compongono un teatro anatomico nel quale sperimentare e riflettere sul ruolo che le immagini hanno nella rappresentazione e percezione del sé. La parola “immagine” contiene nella sua etimologia una prossimità profonda con il corpo e con la morte: in latino l’imago era la maschera di cera che i romani creavano come calco per preservare il volto dei defunti.
Di corpi e desideri ci parlano anche il nuovo video di Hito Steyerl sulla cultura dell’iper-visibilità e il nuovo reportage di Sharon Hayes che presenta un remake girato in America di Comizi D’Amore, il film inchiesta sulla sessualità di Pier Paolo Pasolini. Il desiderio di verità inseguito da Pasolini stesso in tutta la sua carriera è ricordato nel monumento dedicatogli da Richard Serra.
Quelli sognati da Evgenij Kozlov sono corpi agitati da fantasie di un adolescente inquieto, che non stonano accanto alle matrone procaci di Friedrich Schröder-Sonnenstern o vicino ai guardoni di Kohei Yoshiyuki. Questa tensione scopofiliaca contraddistingue anche i quadri di Ellen Altfest che scruta i corpi dei suoi soggetti con uno sguardo lenticolare, come se volesse catturare e conoscere il mondo poco a poco, centimetro di epidermide dopo centimetro di epidermide.
I corpi post-umani e smaterializzati di Ryan Trecartin introducono alla sezione finale dell’Arsenale in cui opere di Yuri Ancarani, Alice Channer, Simon Denny, Wade Guyton, Channa Horwitz, Mark Leckey, Helen Marten, Albert Oehlen, Otto Piene, James Richards, Pamela Rosenkranz, Stan VanDerBeek e altri esaminano la combinazione di informazione, spettacolo e sapere tipica dell’era digitale.
A fare da contrasto al rumore bianco dell’informazione, un’installazione di Walter De Maria esalta la purezza silenziosa e algida della geometria. Come tutte le opere di questo artista leggendario – figura fondamentale dell’arte concettuale, minimalista e della land art – questa scultura astratta è il risultato di complessi calcoli numerologici, sintesi estrema delle infinite possibilità dell’immaginazione.
Una serie di progetti in esterni di John Bock, Ragnar Kjartansson, Marco Paolini, Erik van Lieshout e altri completa il percorso della mostra che si snoda fino alla fine dell’Arsenale, nel cosiddetto Giardino delle Vergini. Alcune di queste performance e installazioni si ispirano alla tradizione cinquecentesca dei “teatri del mondo”, rappresentazioni allegoriche del cosmo in cui attori e architetture effimere erano usate per costruire immagini simboliche dell’universo.
Da queste e molte altre opere in mostra, Il Palazzo Enciclopedico emerge come una costruzione complessa ma fragile, un’architettura del pensiero tanto fantastica quanto delirante. Dopo tutto, il modello stesso delle esposizioni biennali nasce dal desiderio impossibile di concentrare in un unico luogo gli infiniti mondi dell’arte contemporanea: un compito che oggi appare assurdo e inebriante quanto il sogno di Auriti”.
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