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Marco Circhirillo, Coscienza, 2006, fineart, 100x150 cm
Marco Circhirillo, Coscienza, 2006, fineart, 100x150 cm

Marco Circhirillo, la fotografia che coglie i cristalli della psiche

Stile Arte intervista Marco Circhirillo, terzo premio sezione fotografia, categoria over 25, del premio Nocivelli

 

Iniziamo con una breve scheda anagrafica. Sotto il profilo della produzione artistica può immediatamente specificare il suo orientamento stilistico ed espressivo?

Non mi ritengo un fotografo ma casomai un “romantico”, un nostalgico di un certo periodo artistico ed estetico. Credo che un fotografo debba cercare di documentare un qualcosa che sta per scomparire, sia esso un popolo in via d’estinzione (Edward Curtis, The North American Indian, I vol., 1907) o un popolo “culturale” (Maurizio Buscarino, Il popolo del teatro, 1999) o semplicemente “il” popolo: il fotografo cerca di fermare ciò che per propria natura è destinato ad andare verso la deflagrazione finale. Condivido con loro solo il mezzo fotografico, ma lo uso in modo estetico. Ammiro chi esercita la professione di fotografo come testimone del tempo, ma io mi occupo d’altro: sarebbe come confondere un performer con un attore di teatro.

Come fruitore, la fotografia mi interessa in tutte le forme (anche paesaggistica, concettuale, astratta ecc.), ma in particolare prediligo un certo tipo di fotografia artistica prodotta soprattutto nei primi del Novecento (ma anche più di recente da pochi amanti del genere) in cui si cercava di dipingere con la luce, in cui i soggetti apparivano “idealizzati”e la distanza con un certo tipo di pittura non era così marcata se non per la mancanza del  colore. Mi affascina chi riesce attraverso la fotografia a dialogare con la storia dell’arte e con diverse discipline artistiche. Non mi interessa tanto la veridicità degli scatti, ma ciò che contengono; vado verso una costruzione che volge lo sguardo all’indietro e che mantiene intatta la natura della fotografia ai sali d’argento. Ciò nonostante ci tengo a precisare che non sono contro al digitale e in molte mie serie adotto i nuovi mezzi fotografici. Penso che ogni progetto abbia bisogno dei giusti media e che sperimentare diverse forme renda più completa la ricerca espressiva.

 

Nell’ambito dell’arte, della filosofia, della politica, del cinema o della letteratura chi e quali opere hanno successivamente inciso, in modo più intenso, sulla sua produzione? Perché?

I fotografi che adoro sono tre. Primo fra tutti, colui che ritengo il mio maestro ideale è Man Ray. La sua produzione porta con sé sempre una nota onirica andando, così, oltre la natura obiettiva del mezzo fotografico. Ritengo che sia il “pittore” della fotografia. Man Ray era solito ripetere “Io fotografo ciò che non voglio dipingere e dipingo ciò che non posso fotografare“. In realtà penso sia stato un grandissimo pittore, al punto da dipingere anche con la macchina fotografica creando immagini senza tempo.

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Adoro Robert Mapplethorpe per la sua precisione “classica”, per l’attenzione alla purezza della forma, per l’uso sapiente della luce e per la  componente erotica che domina la sua intera produzione artistica. Credo sia l’esempio migliore di trasposizione della scultura nella fotografia. Infine mi affascina tremendamente Joel Peter Witkin con il suo uso particolare del mezzo fotografico con cui è in grado di fare confluire l’amore per la storia dell’arte in una dimensione artistica cinica e scura  senza rinunciare a una forte componente ironica e grottesca. Potrei definire Joel come il fotografo più teatrale e merita sicuramente un posto sul podio. Nelle sue composizioni infatti crea veri e propri set con tanto di attori, scenografie e oggetti di scena. Come in Man Ray, inoltre, acquista un’importanza notevole anche il lavoro di manipolazione in fase di stampa che rende le sue composizioni inimitabili e uniche nel proprio genere.

In filosofia sono tanti i nomi che mi hanno influenzato ma mi voglio soffermare su un grande maestro che ha teorizzato un concetto di “angoscia” non divisibile dalla natura umana e di conseguenza nemmeno dall’arte, che porta con sé, sempre, un tetro e silenzioso respiro oscuro. Penso a Edmund Burke e al trattato sul Sublime (Indagine sull’origine delle nostre idee di sublime e di bello, 1856) in cui si sostiene per la prima volta il primato del Sublime sul Bello. Rivolgendo i miei pensieri verso un territorio prettamente fotografico mi ha colpito molto Roland Barthes (La camera chiara, 1980) e Susan Sontag (Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, 1977). Penso che le loro riflessioni sul segno fotografico siano alla base della natura stessa della fotografia. A mio avviso, tutti i fotografi dovrebbero pensare meno alla tecnica e riflettere di più sulla filosofia e la storia di questa grande invenzione dell’Ottocento.

La politica non so bene cosa sia e la svincolo pienamente dall’arte, anzi, penso spesso che molti bravi artisti se ne facciano troppo influenzare.  Certo, in alcuni ambiti storici è comprensibile una certa influenza (anche totale) ma in altri, e penso ad oggi, la politica è fuorviante e depistante. In un mondo ideale dovrebbe essere l’arte a influenzare la politica, non il contrario.

Per quanto riguarda il cinema, storicamente parlando, a livello estetico mi interessa l’espressionismo tedesco perché è forte, distorto, nebbioso. Sono troppi poi i maestri che hanno dato esempi sapienti dell’uso della fotografia nel cinema; tra i più recenti, penso a Stanley Kubrick e David Lynch.


In letteratura mi ha sempre affascinato il tema del Doppio, che ritorna in tutte le mie serie fotografiche, oltre che nell’opera scelta per il premio (Coscienza, 2006). Penso soprattutto ad alcuni romanzi ottocenteschi a cui tengo in modo particolare, come Il ritratto di Dorian Gray (Oscar Wilde, 1891), Il Sosia (Fëdor Michajlovič Dostoevskij, 1865), Lo strano caso del dr. Jekyll e mr. Hyde (Robert Louis Stevenson, 1886), ma anche, più tardi, a Pirandello e alle influenze che la psicoanalisi ha avuto sulla letteratura del Novecento.

 

Può analizzare nei temi e nei contenuti l’opera da lei realizzata e presentata al Premio Nocivelli, illustrando le modalità operative che hanno portato alla realizzazione?

Sono molto affezionato all’opera con cui ho partecipato al Premio. Si tratta di una fotografia nel vero senso del termine: ho usato una vecchia Nikon con pellicola molto sensibile, luci basse e tempi di esposizione lunghi. Quello che mi piace di questo genere di fotografia, che definisco artistica, è l’impossibilità di eliminare un certo tipo di “errori”. Credo che alcune piccole imperfezioni rendano prezioso questo genere di immagini allontanandosi dalla pulizia spesso ottenuta in post produzione.

Il soggetto ha posato pazientemente in due differenti posizioni creando un incastro morbido e ritmato. La persona fotografata è un caro amico artista brasiliano che interpreta un tema ricorrente nei suoi dipinti. Insieme, dopo tanti tentativi  siamo riusciti ad ottenere la giusta immagine. Nei miei lavori trovo indispensabile una buona collaborazione con i soggetti: non si tratta di meri modelli, ma di persone con buone idee con cui misurarsi e ottenere immagini che fungono da sintesi di un percorso espressivo di collaborazione. Il tema del Doppio emerge e domina in questo scatto:  Eros e Thanatos sono alla base di questa composizione nebulosa e indefinita e sono interpretati dalla stessa persona che compare due volte in una doppia esposizione. Mentre nella prima immagine il soggetto appare più definito e concreto, nella seconda si mostra più etereo e spirituale, quasi ad indicare un esperienza pre-mortem. Non a caso, in molte mitologie vedere il proprio doppio è considerato infausto presagio di morte. Entrambe le figure appaiono nude e mascherate in un groviglio di corpi ambiguo e sensuale che, a mio avviso, dà forza alla composizione.

Anche la stampa dell’immagine ha un ruolo chiave: la grana gioca un ruolo fondamentale. Di fatto, stampando la fotografia ai limiti della propria dimensione, occorre vedere l’opera dalla giusta distanza perché si riproponga solida e delineata nella retina del fruitore. Da molto vicino, infatti, la percezione si sfalda e balzano all’occhio mille punti ai sali d’argento che formano l’immagine.

Indirizzi di contatto

top@marcocirchirillo.com

www.marcocirchirillo.com

 

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