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Come nasceva una miniatura, da cosa deriva il nome e a che serviva il cerume degli orecchi

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miniatura

Il miniatore lavorava con la lente. Poi albume d’uovo, colla, zucchero, gomma arabica, minio (ossido salino di piombo), lapislazzuli, oro, argento, curcuma, nerofumo e… cerume. Sono solo alcuni degli ingredienti base necessari per la creazione dei colori utilizzati per abbellire gli antichi codici. La miniatura non è altro che una piccola decorazione che, a dispetto delle sue dimensioni, ha raggiunto nei secoli un altissimo grado di perfezione, tanto da essere considerata un’arte. Nata in seguito alla caduta dell’impero romano, quando i primi gruppi di ecclesiastici riuniti nei monasteri diedero vita a quest’attività, si è diffusa in tutta Europa per poi decadere alla fine del 500. Il nome deriva dall’abitudine di utilizzare il rosso minio per colorare le lettere iniziali di un capitolo mentre i francesi usavano il termine enluminure, dar luce, nome ispirato dalla brillantezza donata dalle lamine d’oro e d’argento. Ben presto dalle lettere si passa alle immagini. Un codex, il De arte illuminandi, illustra le diverse fasi che portano alla nascita della miniatura. Un processo difficile che prevede un lavoro a molti livelli. Si parte con i copisti, che scrivono il testo lasciando lo spazio per le immagini, per poi passare ai decoratori. Si inizia con un disegno leggero, in modo da permettere correzioni in corso d’opera e, dopo aver evidenziato i bordi di rosso scuro, si stende il primo colore: l’oro.

Su una pergamena, di natura untuosa, si sfrega della pomice o del fiele di bue misto ad albume per permettere ai colori di aderire e dà una calda tonalità al disegno, si stende poi la lamina dorata, che aderisce. Un dente di vitello o di lupo permette una perfetta lucidatura e brunitura. In seguito si conclude aggiungendo gli altri colori che devono essere finemente macinati con chiara d’uovo oppure con gomma arabica e zucchero candito o, ancora, acqua di miele (uno sopra l’altro partendo dal più chiaro), blu dai lapislazzuli, rosso dal minio, giallo dalla curcuma e terre per le tonalità calde. Non va dimenticato un ultimo accorgimento, il cerume è ottimo se usato con il bianco d’uovo per evitare che, battendolo, si formi la schiuma.

 

Giovanni Battista Gigola, Ritratto di (1767-1841) Media:Avorio Dimensioni:Diametro 2 5/8 in. (66 mm)

Giovanni Battista Gigola (1767-1841), Ritratto di Francesca Ghirardi Lechi, pittura su avorio, diametro 66 mm

Tra Settecento e Ottocento ritratti realizzati in miniatura costituivano un notevole supporto affettivo. Le miniature venivamo scambiate tra i fidanzati e gli amanti.L’uomo la conservava frequentemente in una tasca mentre, molto spesso, le donne la portavano legata a una collanina e la lasciavano cadere, sotto gli abiti, tra i seni. Ritratti in miniatura ricordavano anche i defunti. Le madri che avevano perso un figlio, le vedove, i vedovi ricordavano la persona scomparsa portandone l’immagine sul cuore. In un’epoca nella quale la fotografia non era stata ancora inventata, le miniature di ritratti assunsero un grande valore, anche economico. Il pittore doveva essere molto abile nel realizzare, in pochi centimetri – con un pennello dotato di poche setole, ricorrendo all’aiuto di una lente – un ritratto somigliante. Per avere un buon supporto di parten<a, esse si eseguivano normalmente su avorio lucido. La superficie estremamente liscia consentiva di evitare qualsiasi asperità – che sarebbe stata deleteria per il minuto ritratto – e di dare, dopo la verniciatura, o nel corso stesso dell’opera,in alcuni casi realizzata mischiando pigmento alla vernice finale e raggiungendo pertanto un esito vicino a quello della stesura di smalti, una notevole compattezza. Il colore dell’avorio aiutava il pittore poichè gli forniva una colorazione di partenza ottima per realizzare incarnati, che correggeva con poche pennellatte diluite di rosa.

In alcuni casi le giovani donne posavano anche a seno nudo affinchè il proprio amante tenesse con sè un’immagine intensa e conturbante, capace di riaccendere i sensi. Ricordo, amore, sesso, promesse, sogni erano racchiusi in un cerchio di cinque o sei centimetri. Con una possibile copertura stilistica:le opere, si diceva, ricordavano i nudi della classicità e i ritratti senza veli del Rinascimento. Ma certamente, tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, la libertà sessuale eranotevole, anche se doveva esere esercitata nel puro rispetto delle formalità. Per questo l’attività del miniatutista – che peraltro veniva messo al corrente di aspetti molto riservati della vita dei propri clienti – era molto redditizia. Le piccole opere venivano realizzate a fronte del pagamento di cifre molto elevate. Il miniaturista Gigola, ad esempio, che operò a Milano tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, accumulò, con il lavoro, un’autentica fortuna. Uno delle sue miniature ardite ha per soggetto Francesca “Fannie” Lechi (Brescia, 1773 – Brescia, 1806) rivoluzionaria, giacobina e patriota italiana. Figlia del conte Faustino Lechi e della contessa Doralicie Bielli, sorella di Giuseppe Lechi e Teodoro Lechi, fu istruita nel collegio di Salò prima e di Castiglione dopo.Fuggì di casa in giovane età e sposò, il 21 agosto 1793, Ghirardi, un avvocato veneto. Questa donna, bella e passionale è citata in un’opera dello scrittore francese Stendhal, la Vie de Napolèon, dove lo scrittore paragona gli occhi della Lechi, ai più belli di tutta Brescia. “La comtesse, Gherardi fille du comte Lecchi, avait peut-etre les plus beaux yeux de Brescia, le pays de beaux yeux”.
(Da Vie de Napolèon di Stendhal)

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