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Furto della Gioconda – “Mio padre, il ladro della Gioconda” (parte 1)


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Prima parte dell’intervista

intervista di Costanzo Gatta

Dagli archivi di Stile arte la ricostruzione del furto e la preziosa intervista a Celestina Peruggia, figlia dell’autore del “colpo del secolo” scomparsa nel marzo 2011 . La signora Peruggia rispose alle domande di Stile arte, senza reticenza.

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Signora, chi era suo padre? Un illuso? O un epigono di “Fantomas”, personaggio simbolo del crimine impunito, uscito nello stesso 1911 dalla fantasia di Marcel Allain?
Papà Vincenzo era un idealista. Nato a Dumenza l’8 ottobre del 1881, andò in Francia nel 1909 e, dopo essersi adattato a ogni lavoro, fu preso in una squadra di

Vincenzo Peruggia

Vincenzo Peruggia

imbianchini che aveva appalti al Louvre, grazie a un diploma di disegnatore di ornato. Rubò la Gioconda, fu arrestato, processato. Chiamato in guerra, finì prigioniero. Dopo il conflitto si sposò e tornò in Francia, dove morì di infarto l’8 ottobre del 1925. Sempre un 8 ottobre: tragica coincidenza di date. Quel giorno era anche il compleanno di mia madre Annunciata. Lei 29 anni, papà Vincenzo 44. Papà mi stava venendo incontro a braccia aperte, con in mano un cabaret di paste e una bottiglia. Cadde davanti alla porta di casa.

Che età aveva lei?
Poco più di un anno. Sono nata il 22 marzo 1924. Papà e mamma si erano sposati il 26 ottobre 1921.

Quindi dieci anni dopo il furto?
Sì. Papà era già famoso. Regalava anche cartoline della Gioconda firmate da lui. Si conobbero qui a Dumenza, in casa di una parente dove mamma imparava a cucire.

Da chi seppe l’accaduto?
Da Amleto Peruggia, che poi sposai – l’omonimia, che non mi ha fatto mai cambiare cognome, è casuale -. Mamma aveva sempre eluso l’argomento. Altre circostanze le appresi dal fratello di Vincenzo, Ernesto, diventato poi mio secondo padre. Nel 1927 la mamma, vedova da due anni, si risposò con lui che si era preso cura di noi due. Insisto su questi particolari per una circostanza che ancora mi addolora.

Quale?
Nel 1947, chissà perché, scrissero che era morto il ladro della Gioconda. Altri giornali andarono dietro alla voce senza controllare e mia madre apparve in paese come bigama o concubina. Eravamo tutti e tre rientrati a Dumenza dal 1942. Dovetti sbandierare il certificato di morte. Non è finita. Lo sceneggiato tv sul furto della Gioconda, girato da Castellani nel 1978, ripercorrendo le cronache dei giornali, ripeté l’errore. E fece morire mio padre come un alcolizzato, solo e abbandonato da tutti, in una cittadina dell’Alta Savoia.

E invece?
Morì a Saint Maur des Fosses. E’ sepolto al cimitero Condé.

Come mai ancora in Francia? Non era stato espulso come indesiderabile?
Vero! Volle beffare tutti un seconda volta. Fece nuovo passaporto con il suo secondo nome: Pietro. Così rientrò a Parigi con la moglie, non fu mai tradito dagli italiani del quartiere che gli volevano bene, riprese a lavorare, riaccompagnò mia madre a Dumenza per farmi nascere italiana, rientrammo a Parigi dove poi morì.

Torniamo al furto. Quale molla scattò?
Primo: credeva che il quadro fosse bottino di Napoleone. Secondo: voleva beffarsi dei francesi, che ridevano per il suo mandolino, e lo chiamavano sprezzanti “mangia-maccheroni”. Nego speculazioni, complici, corruzione e voglia di arricchirsi rivendendo la Gioconda a mercanti disonesti. Tanto è vero che la riportò in Italia e si mise in contatto con un antiquario fiorentino per riconsegnarla agli Uffizi.

Il vuoto lasciato dalla Gioconda, dopo il furto compiuto da Peruggia nel 1911

Il vuoto lasciato dalla Gioconda, dopo il furto compiuto da Peruggia nel 1911

Lei cosa pensa, in generale?
Il gesto non è certo da elogiare, minimizzare, giustificare. Da ingenuo credeva di aver fatto bene e si aspettava persino una ricompensa: soldi, o una pensione, o un lavoro in un museo italiano come stuccatore o decoratore.

Invece ebbe arresto, processo, condanna e carcere.

Si: Le Murate. Un anno e 15 giorni.

L’intervista continua in un secondo articolo. Se vuoi leggere la ricostruzione del furto, prosegui,subito qui, sotto, mentre se vuoi andare avanti con l’intervista, va in fondo alla pagina e clicca sul link

 

Come avvenne il furto
Anche Picasso e Apollinaire
finirono nell’elenco dei sospetti

Siamo nell’agosto del 1911. Dal 1907 il Louvre è chiuso ogni lunedì. Serrato ma non vuoto. Hanno accesso artisti autorizzati a copiare le opere dei grandi maestri, pochi privilegiati e gli operai delle manutenzioni. Il decoratore Vincenzo Peruggia ha scelto lunedì 21 per il furto e preparato alibi fin dalla domenica, organizzando una serata con gli amici del quartiere italiano al Cafè Rubichat dove canta, suona il mandolino, beve tanto che una guardia gli contesta schiamazzi notturni. Fingersi alticcio gli servirà per il piano del lunedì mattina. Alle 7.15, esce di casa evitando madame Delò, la pettegola portinaia.

 

 

Entra al Louvre, passando sotto il naso del custode che perennemente sonnecchia con la scusa che sta sveglio di notte, punta al Salon Carrè, sacrario dell’arte. Ignora Veronese, Rubens, Raffaello, Tiziano e stacca il quadro appeso fra un Giorgione e un Correggio, lo porta al piano di sopra infilando una scala di servizio. Toglie la cornice, nasconde la piccola tavola sotto il suo camiciotto da lavoro e torna a casa. E’ in Rue de l’Hôpital Saint Louis, proprio a due passi. Da anni divide una soffitta con il cugino Luigi Badone. Luigi è già fuori. Nasconde il dipinto sotto il piano di un tavolino grande poco più dell’opera (77×53 centimetri). Al Louvre ha capito come proteggerla, sa che deve tenerla lontana dal sole in ambiente umidificato. Alle 9 e qualche minuto – capelli arruffati, camicia slacciata, giacca sul braccio – infila di corsa le scale. Chiede l’ora a madame Delò, gridando a voce alta che per colpa della bisboccia domenicale non ha sentito la sveglia e corre verso il museo. “Vite, vite”, raccomanda la portinaia. Al Louvre sveglia con un rumoroso saluto il sonnecchiante custode, si scusa con il capo per il ritardo e inizia a lavorare. Nello stesso momento, il pittore Louis Béroud e l’incisore Frédéric Laguillermie, da poco arrivati al Louvre per studi e ricerche, notano che la Gioconda non è al suo posto. “Sarà dal fotografo interno per una pubblicazione” ipotizza Laguillermie. “Quelli della Maison Adolphe Braun sono sempre privilegiati” borbotta Béroud, infastidito dal contrattempo. Intende abbozzare un olio che abbia come soggetto una graziosa signorina che si rifà il trucco specchiandosi nel vetro che protegge la Gioconda. L’ispirazione nasce da una polemica di attualità: sì o no ai vetri che proteggono i quadri ma ne deturpano la visione? Qualche giorno prima un burlone, per provocazione,era entrato al Louvre con rasoio, sapone, pennello e si era sbarbato davanti a un vetro.

Davanti ai giornalisti esprimeva così la sua contrarietà. Béroud, stanco di aspettare, chiede notizie al brigadiere Poupardin – un cognome che sembra uscito da una vaudeville di Feydeau -, il quale impallidisce quando apprende che i fotografi non hanno la Gioconda. Per prudenza si bloccano le visite. Siamo in agosto e fa caldo. Il signor Homolle, direttore dei musei nazionali, è in vacanza, il ministro dell’istruzione Steeg al mare. Il sottosegretario alle Belle arti del governo francese Dujardin-Beaumetz, lasciando l’ufficio, ha dato disposizioni di non essere disturbato dai funzionari, “a meno che il Louvre bruci e la Gioconda sia rubata”. In campagna troverà un telegramma che annuncia il furto della Monna Lisa. Pensa a uno scherzo degli amici e lo mette in tasca ridendo. Dopo vane ricerche affannose, la direzione mobilita mezza Parigi. Si precipitano al Louvre il capo della Sicurezza Hamard, il prefetto di polizia Louis Lépine, con la sua moderna brigata di agenti ciclisti. Arrivano il giudice Drioux e Bertillon, fondatore del servizio di identificazione. Intanto un ispettore ritrova lungo una scala di servizio la cornice e la teca di vetro che proteggevano la Gioconda.

 

Sul cristallo, un’impronta digitale. Appare chiaro che il furto è avvenuto fra le sette e le nove. Lo confermano due muratori, Robert e Leturt, che alle 7.10 avevano percorso il salone, preceduti dal loro capo Picquet. Un manovale, guardando “Le nozze di Cana” del Veronese (più di sei metri per dieci), aveva sentenziato: “Ecco un quadro che deve costare molto caro”. E Picquet, con aria da intenditore, indicando Monna Lisa aveva replicato: “Questo è il più caro del mondo pur essendo piccolissimo”. Si studia la fuga del ladro. Dal salone deve essere entrato nella galleria “des Primitifs”, quindi nella sala dei “Sette metri”, salito per una scala a chiocciola superando una porta bassa ricavata nello spessore del muro. Facile arguire che il malvivente è di casa, e che è uscito attraversando prima la piccola corte della Sfinge e infine cortile Visconti, che porta alla via del Louvre. Mentre il solito portiere dormiglione non ha visto passare nessuno, sbuca un testimone: ha notato un tale in tenuta da operaio che pareva avere sotto il camiciotto un involucro. Era il ladro? O forse un complice al quale il ladro aveva allungato la tavola da una finestra? Il tempo passa e occorre rendere pubblica la notizia; l’indomani è giorno di apertura. Inutile prender tempo e dire che tutto quel movimento era dovuto a una condotta d’acqua rotta. “Inimaginable”, titola il giorno dopo “Le Matin”. “Le Figaro” urla alla nazione: “La Joconde a disparu”. La crisi di Agadir che vede Francia e Germania sul piede di guerra finisce in seconda pagina. Al Louvre, mentre iniziano gli interrogatori di custodi e impiegati presenti (257 persone), si prendono impronte digitali a tutti. Il conservatore del museo offre per primo le dita al tampone inchiostrato. Furono 1350 i sospettati, ma se non si fossero seguite false piste gli inquirenti avrebbero avuto la soluzione a portata di mano. Si ipotizzò il furto ad opera dei tedeschi. Pensarono al collezionista pazzo. Fu seguita anche la pista del maniaco sessuale. Persino Guillaume Apollinaire venne “incastrato”, l’8 settembre. Lui, già poco gradito perché ebreo di origini polacche e per di più legato ai futuristi di Marinetti, se la vide brutta. Restò dieci giorni in carcere a sfogare la sua rabbia scrivendo delicate poesie a Marie Laurencin, bella pittrice che aveva fama di divoratrice di uomini. Era accaduto che il segretario tuttofare di Apollinaire, tal Géry Piéret, millantatore e mitomane, convinto a buona ragione che il Louvre fosse un colabrodo, qualche anno prima aveva scritto a un quotidiano di aver rubato dal museo alcune statuette fenicie. Poiché quelle statuette non erano nemmeno inventariate, la direzione non aveva replicato, ritenendo che la denuncia fosse solo uno scherzo; e Gery Piéret le aveva rivendute per quattro soldi o regalate agli amici.

Dopo il furto della Gioconda tutto riaffiora. Essendo il segretario introvabile, la polizia va in casa del poeta e su un mobile nota due statuine provenienti dal Louvre, dono di Gery Piéret ad Apollinaire. Lo scrittore, sapendo che il suo uomo le sparava grosse e digiuno di arte fenicia, aveva creduto a delle imitazioni. Le aveva persino prestate a Picasso, che ai visi delle sculture si era ispirato nel 1907 per “Les Demoiselles de Avignon”. Meno guai per Picasso, che però passò un brutto quarto d’ora. Poi, scagionato, ci rise sopra al caffè con la battuta diventata famosa: “Amici,vado al Louvre, serve qualcosa?”. A scagionare definitivamente i due fu lo stesso ex segretario, con una lettera-confessione spedita dalla sua residenza nascosta. Venne sentito anche Peruggia. Disse di aver lavorato con gli altri della squadra e di essere entrato e uscito insieme a tutti. Una perquisizione a sorpresa fu fatta pure nella casa di Rue de l’Hôpital Saint Louis. Accolse con gran sangue freddo gli agenti. Lasciò rovistare in ogni angolo e fece accomodare il Prefetto al tavolino che nascondeva Monna Lisa. Anzi: il verbale venne firmato sul capolavoro nascosto da un tappetino. Mezza Parigi fu messa sottosopra, furono perquisiti numerosi treni in partenza per l’estero, persino il carbone per le locomotive venne rimosso dai tender. Mentre il mondo ipotizzava la Gioconda in Austria, in Medio Oriente, in Spagna, in America, Monna Lisa guardava con i suoi occhi impenetrabili il fondo di un cassetto. Non dormirono sonni tranquilli i responsabili del museo, messi in croce dall’opinione pubblica. Vincenzo Peruggia intanto studiava il modo di far rientrare in Italia il quadro, più che mai convinto che appartenesse al nostro Paese e che, una volta riportato, le autorità avrebbero saputo regolarsi perché non ne uscisse più. La soluzione per arrivare a Firenze la trovò due anni dopo…

 

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