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Mizzi Stratolin

Intervista a Stratolin, pittore giramondo che dalla molteplicità di incontri e di luoghi trae continua ispirazione per la sua opera creativa. L’invenzione di Art report ed il sogno impossibile di una nuova avanguardia.

Mizzi Stratolin (Milano 1973), è artista nomade per vocazione. Pittore, illustratore, situazionista, ha trasformato la sua vita in un’opera d’arte in progress, cartografando i luoghi in cui vive con quadri e affreschi. Fedele al disegno e al colore, non ha mai ceduto alle lusinghe del virtuale.

Stratolin, che cos’è per lei la pittura? Utilizzo la pittura come azione non premeditata e del tutto istintiva; direi che sono un pittore autodidatta che vive tutte le irrequietezze, contraddizioni e gioie del caso. Quando dipingo costruisco situazioni e scenari differenti dove collocare o produrre l’opera. Mi interessa studiare le interrelazioni tra l’opera stessa e lo spazio, creando un’alterazione percettiva da parte di chi guarda. Indago la molteplicità della visione di un medesimo soggetto e lo spostamento dello sguardo e ricerco l’impatto emotivo, spontaneo, immediato. La pittura è un mistero che attraversa la mia esistenza e la mia ricerca. Ho sempre lavorato mescolando linguaggi e tecniche. Ho la fortuna di apprendere rapidamente nuove tecniche, cosa che mi permette di “spostarmi” da un linguaggio all’altro senza perdere il mio segno, il mio codice visivo. Considero importante il fattore spazio. Lo spazio in cui agisco determina la scelta del linguaggio da adottare.

Quando ha iniziato a fare l’artista nomade? Ci racconta dei suoi viaggi? Viaggio sempre per necessità di cambiamento e per fare esperienze che poi alimentano il mio essere pittore. Qualche anno fa cominciai a spostarmi da un luogo all’altro, prima a Milano, dove sono nato, poi a Barcellona. Nella città spagnola mi sono reso riconoscibile come “artista in affitto”, ed ho vissuto in più di trenta case diverse nell’arco di quattro anni. E’stata un’esperienza irripetibile. Da qui è nata la mia mappa di spostamenti, con la quale ho ridisegnato la geografia del territorio seguendo il tragitto da me compiuto. “Nomadismo urbano” è il nome che ho dato a questa forma di trasmigrazione all’interno di una città. Mi interessa, appunto, un nomadismo che si svolga entro il perimetro urbano. Dopo Barcellona, ora è la volta di Berlino, a cui sono arrivato sulla spinta di nuove esigenze.

Lei ha stilato un manifesto scritto, come facevano i movimenti d’avanguardia storica, in cui ha evidenziato la necessità di recuperare l’affresco murale e la funzione sociale dell’arte. A volte mi piace pensare, romanticamente, che nel presente si possa ancora teorizzare un movimento avanguardista, come si faceva un secolo fa. Ma l’individuo contemporaneo è mutato radicalmente, è globale e sogna identità mutanti, segue un ideale di collettività senza peraltro mai raggiungerlo. L’avanguardia è morta, tuttavia mi piace fingere il contrario. C’è stato un tempo a Barcellona in cui ho creduto nel miracolo: c’erano parecchie persone coinvolte, molta euforia e voglia di cambiare le cose, ma alla fine ciò non è stato possibile, per diverse ragioni.

Quali pittori del passato l’hanno particolarmente ispirata? Soprattutto Dubuffet, che mi ha tolto i pregiudizi che avevo sull’arte in generale e sulla figura dell’artista. Le mie prime tele erano ispirate al fumetto e ai maestri della Pop art, non avevo la minima idea di che cosa fosse un percorso pittorico personale. Ho cominciato a crescere quando ho studiato, appunto, l’opera di Dubuffet e l’Art brut, cercando di identificare la mia esigenza personale di disegnare e dipingere. Strada facendo ho amato (e continuo ad amare) il Picasso del periodo blu, Bacon, De Kooning, Schiele, Nolde, Kokoschka, Pechstein, Kirchner, Munch, Lautrec, Klee, Kandinskij, Basquiat, Haring, Schifano, poi sono stato attratto da Pellizza da Volpedo, Giotto, Mantegna, Caravaggio… Conoscere le fasi di elaborazione del Quarto stato, per esempio, per me è stata una grande lezione “avanguardista” sul fare arte oggi.

Che cosa pensa del graffitismo? Gli anni Ottanta sono stati una grande occasione per il graffitismo. Oggi, però, lo stesso è diventato un movimento di decoratori istituzionalizzati, con opere dipinte per musei e gallerie, che hanno perso così la loro vocazione di arte pubblica e di protesta. Ma questo aspetto sociale non interessa più a molti graffitari di oggi, inseriti nelle logiche del mercato.


Passiamo ai soggetti delle sue opere. Predilige la figura o il paesaggio? La figura: sono le persone che fanno un luogo. Mi affascina cogliere differenze e punti in comune che contraddistinguono, ad esempio, gente di varie etnie che convive in uno stesso quartiere urbano, spesso in fase di trasformazione.

Per dipingere si basa su bozzetti preparatori, fotografie od altro? Non seguo mai un solo schema di lavoro. Guardo, penso e dipingo nello stesso tempo. Mi interessa argomentare il processo di elaborazione di un’opera, mi sottometto all’istinto e fino al termine non so che cosa succederà. Mentre dipingo, riaffiorano alla memoria scene di vita che mi hanno impressionato, volti, situazioni: tutto confluisce nelle linee che traccio sulla tela, e che piano piano mi rivelano qualcosa. In una seconda fase passo alla rielaborazione dell’immagine, e non importa se il punto di partenza è stata una fotografia o un bozzetto.

Lei è l’ideatore dell’Art report. Può spiegarci di che si tratta? Si tratta di dare l’informazione quotidiana attraverso un altro punto di vista e un altro linguaggio, quello pittorico, appunto. Uso la pittura al posto della fotografia in reportage pubblicati dagli organi d’informazione. L’idea è nata nel 2006 in Rizzoli, a Milano. Il primo Art report è uscito quest’anno su Amica: rappresenta scene di vita quotidiana realizzate osservando le donne mussulmane nel quartiere Neukölln a Berlino. Il prossimo, a cui sto lavorando adesso, sarà dedicato a Volpedo, il paese del mio amato Pellizza.

Quali sono gli artisti contemporanei che stima maggiormente? Sono davvero molti: Barceló, Baselitz, Richter, Cremonini, Banksy, Salvino, Nordström, Freud, Torregrossa, Fischi, Kentridge e Cattelan, per citarne qualcuno. Mi sento vicino a quegli artisti che riescono a trovare un punto di equilibrio tra ironia e critica, anche senza esplicite dichiarazioni.

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