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Moda nell’arte – Perché i potenti del Cinquecento vestivano in nero?

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Tiziano, Ritratto di Baldassarre Castiglione

Tiziano, Ritratto di Baldassarre Castiglione

 

di Enrico Giustacchini

 

C’è un enigma, che si nasconde tra le pieghe degli abiti scurissimi dei gentiluomini del Rinascimento. Un enigma che rimbalza fino ai nostri giorni attraverso i ritratti dei gentiluomini medesimi, fissati sulla tela dai grandi pittori dell’epoca.

L’enigma è il seguente. Perché, tutto quel nero? Perché il “colore orribile”, il colore della sventura, della morte e della dannazione, dell’insania e dell’umore cattivo diventa il colore prediletto di saggi prìncipi, borghesi soddisfatti, coltissimi intellettuali?

Era stato Baldassarre Castiglione, a dettare la moda. “Piacemi ancora sempre che tendano un poco più al grave e riposato che al vano: però parmi che maggior grazia abbia nei vestimenti il colore nero che alcun altro. E se pure non è nero, che almeno tenda al scuro”. Così si era espresso dalle pagine del secondo libro del Cortegiano: e, si sa, lui era un personaggio trendy.

Come sottolinea Amedeo Quondam nell’interessante Tutti i colori del nero. Moda e cultura del gentiluomo nel Rinascimento (Angelo Colla editore, 156 pagine), Castiglione giungeva ad esaltare il valore del nero “per differenza e per sottrazione, perché intende essere contrastivamente diverso da ogni pomposo ‘panno’ e dalle ‘oziose gemme’ e ‘vane ricchezze’, dalle loro vistose policromie. (…) La scelta del nero consegue tutta da questa opzione primaria, chiaramente enunciata nelle sue proprie pertinenze e referenze estetiche ed etiche: perché il nero è il colore della gravitas e della tranquillità d’animo (cioè, di una virtù che si sia fatta stabile habitus ordinario, governando l’ingenium naturale di ciascuno mediante fatica e studio, tramite l’arte)”.

Predicava bene e razzolava altrettanto bene, il nostro Baldassarre, come dimostrano i due celebri ritratti, opera di Raffaello e di Tiziano, dove è, appunto, il nero a spadroneggiare, effondendo ovunque la sua aura placida e solenne.

“Castiglione – annota Quondam – sceglie nel proprio guardaroba l’abito con cui farsi ritrarre, e lo sceglie con cura, perché sa bene che quella sua ‘viva immagine’ è destinata a conservare la propria memoria personale; e il pittore ne riproduce mimeticamente, per approssimazione cromatica, fogge e colori ricorrendo alla tavolozza che ha a disposizione, e che peraltro è fatta con gli stessi, o quasi, ingredienti naturali impiegati dal tintore di tessuti.

E se il soggetto che deve essere ritratto sceglie un abito in omogenee tonalità scure, tendenti al nero, è perché così vuole, e perché, prima ancora, quell’abito di quel colore ha fatto confezionare dal sarto di fiducia e non perché nel suo guardaroba non vi siano abiti di altri colori. La dominanza dei ritratti in nero (o in tonalità scure) nella tradizione iconica italiana del Cinquecento consegue dunque da questa consapevole scelta che è solo culturale, visto che di abiti di altri colori ne incontriamo diversi nella galleria dei ritratti cinquecenteschi, anche se in numero nettamente inferiore a quelli in nero”.

Già, ma come si arriva a questa rivalutazione, o meglio, a questo ribaltamento di significato? Nel 1528, anno dell’edizione princeps del Cortegiano, Antonio Telesio dà alle stampe il suo De coloribus libellus, in cui definisce l’intera gamma cromatica, suddividendola in dodici colori base, ognuno dei quali articolato in numerosi sottogruppi, per un catalogo complessivo di oltre cento varianti. I dodici colori “maggiori”, secondo Telesio, sono il coeruleus (azzurro scuro), il caesius (grigio azzurro), il pullus (marrone scuro), il ferrugineus (ruggine), il rufus (rosso chiaro), il roseus (rosa), il ruber (rosso), il puniceus (rosso fenicio), il fulvus (giallo-rosso), il viridis (verde), l’albus (bianco) e, infine, due tipi di nero, l’ater e il niger.

Una differenziazione, questa tra ater e niger, ripresa anche nel successivo (1565) Dialogo di Lodovico Dolce. “Orribile colore eziandio è quello che da’ Latini è detto atro; come esso fosse l’antrace che è il carbone, morbo spaventevole e conosciuto; percioché egli è proprio del colore d’uno estinto carbone. (…) E’ differente l’atro dal color nero, percioché, sì come ogni colore atro è nero, così allo incontro ogni nero non è atro; percioché questo è orribile, tristo, noioso a vedere, e acconcio a chi piange; quello alle volte gentile e grato, come sono nelle donne e negli uomini per lo più gli occhi; i quali si dicono neri e non atri; né però cosa veruna risguardiamo con tanta vaghezza e diletto”.

Né mancano altre sfumature: “il fosco, che nell’uomo non dispiace; anzi per lo più lo si loda, che diremo noi il bruno; il qual colore, quando è troppo fosco, e tende al nero, è detto presso: come avviene della vesta, che stando lungamente pressa sotto il torchio, prende perciò troppo il colore; questo stesso color fosco chiamarono gli antichi aquilo dal color dell’acqua”.

Sfumature a parte, e pur con qualche attenuante, la valenza del nero rimane in assoluto negativa, nella scia di una remotissima tradizione. Lodovico Dolce ci snocciola, con scrupolo inesorabile e palesando una considerevole inclinazione alla prolissità, gli infiniti esempi tramandati in proposito dal mondo classico. Non ci si scappa, conclude il Nostro: il nero è soprattutto tinta funerea, portatrice di disgrazia, simbolo di malvagità e tristezza, indicatore di umana follia. “Pitagora dice che il color nero appartiene alla natura del male e a quella è simigliante. (…) Le nere vele di Teseo dimostrarono infelicità. (…) Il nero dinota pazzia; così conferma Cicerone, nelle Leggi del culto divino, ove ei mostra che per antico comandamento il colore nero doveva esser rimosso, essendo la legge antica, che ogni tintura via si levasse, fuor che dalle insegne della guerra”.

E allora? Torniamo al nostro enigma iniziale. Se tutto ciò è vero, perché tanta fortuna per il più sfigato tra i colori? Perché un umanista come Castiglione sembra all’improvviso infischiarsene alla grande del parere dei padri, e ridersela irrispettosamente di Pitagora e di Cicerone?

La risposta è semplice e complessa insieme. Certo, osserva Amedeo Quondam, Dolce, ed altri prima od insieme a lui, ripropongono “un repertorio di luoghi comuni costitutivi della tradizione antropologica negativa circa i significati del nero, ma al tempo stesso ne confermano la centralità comunicativa”.

Sofonisba Anguissola, Ritratto di Filippo II

Sofonisba Anguissola, Ritratto di Filippo II



Centralità comunicativa che si è via via irrobustita con l’avanzare del riconoscimento della centralità della malinconia. “Questa estetica del nero, nelle implicazioni iconico-simboliche che la riferiscono al campo dell’etica dei comportamenti e della rappresentazione di sé sulla scena del mondo – continua lo studioso -, trova particolare rilievo culturale quando la corrispondenza tra il nero e Saturno (che è un topos di lunga durata, da Ristoro d’Arezzo a Tomaso Garzoni: che riconduce immediatamente, nel 1585, ‘il color scuro e nero a Saturno’) si risemantizza complessivamente e con forza nell’età dei nati sotto il segno di Saturno: quando, cioè, la malinconia sarà diffusa forma del vivere segnata dal disagio e dalla malattia. In questo specifico contesto culturale, il vestito nero è il più visibile emblema di una nuova consapevolezza di sé, l’uniforme quotidiana del gentiluomo malinconico: icona simbolica, segno iperconnotato di un’appartenenza culturale, dove la ‘gravità riposata’ si appresta ad inscrivere un fortissimo campo di tensioni, costitutive e proprie della modernità”.

Giovanni Battista Moroni, Cavaliere in nero

Giovanni Battista Moroni, Cavaliere in nero

Insomma, pur restando all’interno di consolidati confini cromoantropologici, la prospettiva si rovescia. Perché il nero è sì l’equivalente semantico della malinconia (non per nulla detta anche umor nero), ma la malinconia, nel frattempo, è andata sempre più elevandosi a valore positivo. A “uniforme” del gentiluomo, appunto. Come ben esemplificato da un altro ritratto celebre, quello del Cavaliere in nero di Giovanni Battista Moroni. Che, guarda caso, è stato dipinto negli stessi anni del Dialogo di Lodovico Dolce.

Tiziano, Ritratto di uomo o Il medico Parma

Tiziano, Ritratto di uomo o Il medico Parma

I colori sono dodici. Anzi cento.

Parola di Antonio Telesio

Nel 1528 Antonio Telesio dà alle stampe il suo De coloribus libellus,in cui definisce l’intera gamma cromatica, suddividendola in dodici colori base, ognuno dei quali articolato in numerosi sottogruppi, per un catalogo complessivo di oltre cento varianti. I dodici colori “maggiori”, secondo Telesio, sono il coeruleus (azzurro scuro), il caesius (grigio azzurro), il pullus (marrone scuro), il ferrugineus (ruggine), il rufus (rosso chiaro), il roseus (rosa), il ruber (rosso), il puniceus (rosso fenicio), il fulvus (giallo-rosso), il viridis (verde), l’albus (bianco) e, infine, due tipi di nero, l’ater e il niger.

Nel vocabolario di Lodovico

tutti i nomi del colore orribile

Nel suo Dialogo (1565), Lodovico Dolce elenca, sia pure in modo empirico, le diverse tipologie e le diverse denominazioni del colore nero, secondo le conoscenze dell’epoca e sulla base della tradizione classica.

“Orribile colore eziandio è quello che da’ Latini è detto atro; come esso fosse l’antrace che è il carbone, morbo spaventevole. E’ differente l’atro dal color nero, percioché questo è orribile, tristo, noioso a vedere, e acconcio a chi piange; quello alle volte gentile e grato, come sono nelle donne e negli uomini per lo più gli occhi; i quali si dicono neri e non atri”.

E ancora: “il fosco, che nell’uomo non dispiace; anzi per lo più lo si loda, che diremo noi il bruno; il qual colore, quando è troppo fosco, e tende al nero, è detto presso: come avviene della vesta, che stando lungamente pressa sotto il torchio, prende perciò troppo il colore; questo stesso color fosco chiamarono gli antichi aquilo dal color dell’acqua”.

Tiziano, Ritratto di Carlo V

Tiziano, Ritratto di Carlo V

Tiziano, Ritratto di un cavaliere di Malta

Tiziano, Ritratto di un cavaliere di Malta

 

 

 

Giovanni Battista Moroni, Ritratto di Pietro Secco Suardo

Giovanni Battista Moroni, Ritratto di Pietro Secco Suardo

Raffaello, Ritratto di Baldassarre Castiglione

Raffaello, Ritratto di Baldassarre Castiglione

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