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Come dipingeva Claude Monet – Guarda qui “Le ninfee” con la super-lente elettronica


monet

L’ingrandimento offerto da uno dei quadri di ninfee ci consente di vedere perfettamente le pennellate, facendo scorrere lo zoom in ogni parte del dipinto (cliccare sul link qui sotto). E’ possibile notare, nel Monet maturo, un effetto di trascinamento del colore attraverso pennelli piatti, sulla superficie. Da evidenziare un altro aspetto fondamentale che sfata il mito che i quadri fossero realizzati in una sola seduta. Se osserviamo nella parte bassa del dipinto vediamo che il colore di base del lago è blu scuro. Monet ha lasciato asciugare la prima preparazione e ha poi sovrapposto, a film pittorico asciutto, una pennellata trascinata color bianco sporco, che ha creato i riflessi della luce.  Da sottolineare anche il fatto che, con la direzione della pennellata, l’artista tendeva a suggerire la forma, con pochi o un sol tratto di trascinamento del colore stesso.

http://www.christies.com/lotfinder/ZoomImage.aspx?image=http://www.christies.com/lotfinderimages/d57903/d5790360&IntObjectID=5790360

 

Accanto a queste considerazioni, vanno aggiunte le modalità di approccio temporale alla tela. Com’è noto, la precisione luministica e cromatica del maestro francese,  induceva normalmente Monet a più sedute di posa, compiute alla stessa ora. Egli intendeva, infatti, catturare l’istante, sicché, in molti casi – come avveniva per i dipinti conservati nella celeberrima barca utilizzata per soggetti fluviali – sul retro del quadro veniva segnata l’ora della prima o della seconda posa, affinchè la ripresa potesse svolgersi, nelle stesse condizioni, il giorno successivo. E’ certo, poi, che l’artista intervenisse in studio con le ultime pennellate di finitura, cioè nelle condizioni di luce di un luogo luminoso eppure chiuso. Essendo i quadri destinati ad essere esposti in sale o stanze – e non all’aperto – dov’erano avvenute le principali sedute di stesura – era necessario finire i quadri in un luogo che avesse analogie con quello in cui il dipinto sarebbe stato definitivamente esposto.

La ripresa en plein air, tende infatti, a causa della luce intensa che comunque – anche in presenza di ombrelli o tende – irrora il  supporto a far sembrare più vivi i colori stesi sulla trama. Portando il quadro in un luogo riparato, come in un edificio, i colori appaiono molto più scuri. Per quanto Monet correggesse questo naturale  errore percettivo, causato dalla diversa quantità di luce negli spazi apaerti e in quelli chiusi, interveniva in studio per un ultimo accomodamento dei valori luminosi, aumentando evidentemente i contrasti, soprattutto “in levare”, rischiarando gli impasti di luce, tenuto conto anche del fatto che, dopo l’asciugatura, il colore ad olio tende a diventare meno vibrante e brillante. Ultimi colpi di fioretto verso le gamme del bianco intriso di vibrazioni cromatiche. (maurizio bernardelli curuz).

Un’altro “segreto” di Monet, degli impressionisti e di tutti i grandi pittori del passato è la preparazione della tela. Se clicchiamo qui sotto, il nostro link interno, possiamo vedere come Monet operava per dipingere con rapidità e conferendo, attraverso la preparazione del fondo, luminosità al dipinto. Ciò emerge con chiarezza dal restauro di un quadro danneggiato del maestro francese.

 

http://www.stilearte.it/autopsia-su-monet-distrutto-svela-le-tecniche-che-diedero-luce-gioiosa-al-quadro/

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