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Munch: Al mare con Vampirella


di Enrico Giustacchini

Edvard Munch, Vampiro sulla spiaggia,  olio su tela, 150x137 cm, 1916-18

Edvard Munch, Vampiro sulla spiaggia,
olio su tela, 150×137 cm, 1916-18

“Lei si chinò sopra di me, premendo le labbra contro la mia nuca mentre i suoi capelli mi sfioravano. Munch dipingeva, e in breve aveva fatto il suo Vampiro”.

Così lo scrittore Adolf Paul ricorda la genesi dell’opera che qui presentiamo. Paul era andato in visita dal pittore norvegese, che al tempo si trovava a Berlino, e lo aveva colto nel momento in cui stava ritraendo una modella dalla lunghissima chioma color rosso fuoco. Munch, d’acchito, aveva chiesto all’ospite di inginocchiarsi e di posare il capo in grembo alla donna, e a questa di abbassarsi sino a toccare il collo di lui.

Un’intuizione improvvisa, dunque, dettata dalla casualità, che consentiva all’autore dell’Urlo di dar vita ad un’ulteriore variazione su un tema già sviluppato più volte in precedenza. Un sogno, un’allucinazione splendida e terribile svelata da Munch in una vecchia poesia: “Egli mise la testa sul suo seno / ascoltava il battito del suo cuore / sentiva il sangue che le scorreva nelle vene / e poi due labbra brucianti sulla nuca / gli procurarono un brivido / che attraversò tutto il suo corpo”.

All’epoca del primo Vampiro, Edvard aveva, negli occhi e nell’anima, fluttuanti fantasmi di arpie, femmine alate pronte a scagliarsi su immote crisalidi maschili. Ne aveva disegnate molte, ossessivamente, senza requie. La donna era, nei suoi incubi, la dominatrice impietosa, la serpe dal dente avvelenato.

Poi, con gli anni, qualcosa doveva essere cambiato. La visione si era come addolcita. Munch aveva dipinto abbracci sempre meno feroci, sempre più consolatori. Fino a questo quadro. Lo guardi, e ti sorprendi a pensare addirittura che la vampiressa dai capelli fiammeggianti e la sua vittima cerchino nel viluppo delle membra, tra il profumo del bosco e il respiro del mare, un barlume di reciproca felicità.

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