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Nelle tasche degli impressionisti


Fiumi d’inchiostro sono stati versati attorno al tema della pittura impressionista e degli artisti – percepiti come titani – che mutarono, in Occidente, a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, le modalità di percezione e di rappresentazione della realtà. Del resto l’Impressionismo resta il fenomeno più popolare nell’ambito della storia dell’arte, e sicuramente il più amato dal pubblico, come dimostrano le moltissime mostre ad esso dedicate negli ultimi anni e le straordinarie quotazioni raggiunte dai dipinti di Monet, Renoir, Degas e colleghi. Si potrebbe dunque credere di conoscere tutto sull’argomento.

Ma ciò che sappiamo si rivela sorprendentemente frammentario quando si tratta della vita degli uomini, dei loro profili intellettuali, morali ed economici. Esiste ad esempio la possibilità di leggere il fenomeno impressionista come la simbolica imposizione di una nuova classe sociale che, raggiunta una posizione di forte egemonia, elaborò un linguaggio visivo di rottura rispetto alla tradizione della pittura aristocratica e accademica? monet1Uno degli elementi che contraddistingue il gruppo è quello di un intenso percorso antiaccademico; coloro che poi diventarono pittori di professione, nella devozione all’istante di luce, non avevano seguito generalmente un percorso formativo convenzionale e, in alcuni casi, non avrebbero avuto nemmeno la necessità d’avere un lavoro. La rivoluzione impressionista non nacque poi da un bisogno di tipo economico, ma – almeno inizialmente – dal desiderio di libera espressione di un gruppo di borghesi, in buona parte in grado di provvedere a se stessi sotto il profilo finanziario. Può essere utile in questo senso l’analisi dell’estrazione sociale dei diversi artisti dell’arcipelago impressionista e delle condizioni economiche di partenza di coloro che legarono nome ed attività alla nascita della pittura moderna. Infatti, se è vero che, pur conservando la propria originale personalità, questi autori con i loro paesaggi luminosi, i delicati ritratti, le scene di vita della borghesia hanno unanimemente descritto la realtà di una società sostanzialmente paga e priva di problemi, incline a godere della bellezza delle cose semplici, un’analisi delle loro biografie ci porta a scoprire una regola – l’appartenenza a quella stessa classe borghese – e le eccezioni – gli accessi, seppur minimi, della piccola borghesia commerciale e artigianale -. Pissarro, per esempio, che è stato il più vecchio e in seguito il più irriducibile sostenitore dei principi fondanti della nuova pittura, era nato in una famiglia ebraica che dalla Francia si era trasferita nelle Antille, dove egli avrebbe dovuto seguire le orme paterne e lavorare come commerciante.

Quando giunse a Parigi, per compiere gli studi, egli iniziò a dipingere la natura e a frequentare i musei, maturando la decisione di dedicarsi alla pittura. Assecondato dal padre nella sua vocazione, gli fu concesso di fare ritorno nella capitale francese una seconda volta, al fine di perfezionarsi, grazie all’aiuto economico del ramo locale della famiglia. Aiuto però limitato, visto che non poté mai permettersi studi regolari d’arte; in seguito l’attività pittorica non gli rese molto: sposato e con otto figli, fu costretto a vivere a lungo in condizioni di estrema miseria. Ben diversi furono gli inizi di Manet, che, provenendo da una famiglia benestante di funzionari e ufficiali, frequentò sin dall’infanzia un ambiente assai colto. Sebbene in un primo momento il padre si opponesse al suo precoce desiderio di diventare pittore, gli fu concesso di studiare all’École des Beaux-Arts. Terminata la formazione ufficiale, Manet aprì un atelier e poté concedersi il lusso di compiere frequenti viaggi in Olanda, Italia e Germania, per visitare i grandi musei. La morte del genitore lo rese finanziariamente indipendente e benestante.


Vicino a Manet, per classe sociale, era Degas; veniva da una famiglia aristocratica, colta e abbiente. Ebbe una formazione umanistica di alto livello e il padre, sensibile all’arte, gli concesse di allestire in casa uno studio sin dagli anni del ginnasio. Il perfezionamento avvenne presso diversi pittori (tra cui Ingres) e, come Manet, all’École des Beaux-Arts. In seguito lui pure viaggiò molto: dapprima in Italia, dove si confrontò con gli antichi maestri, poi a Londra, in Belgio, in Spagna, in Marocco e negli Stati Uniti, a New Orleans. Ebbe però la disgrazia di una rapida perdita delle facoltà visive che, a un certo punto, lo costrinse ad una vita ritirata. Monet, figlio di un piccolo commerciante di generi coloniali, trovò sostegno da parte di una zia che amava l’arte e dal pittore paesaggista Boudin, conosciuto a Le Havre. Nella sua lunga vita, che certamente gli serbò successo e serenità, dovette pure assaporare momenti di dure difficoltà economiche. Fra gli amici più stretti di Monet vi erano Bazille, Sisley e Renoir. Bazille, figlio di un ricco agricoltore, vignaiolo e notabile cittadino di Montpellier, godeva di condizioni economiche decisamente buone e in alcuni casi diede anche un aiuto finanziario a Monet, ma ebbe una fine prematura, morendo in guerra nel 1870. Sisley, figlio di un agiato commerciante di fiori inglese, nacque a Parigi ma conservò la cittadinanza britannica; ebbe una vita contrassegnata da una fortuna alterna che, purtroppo, condusse anche lui a momenti piuttosto cupi, contrassegnati dalla miseria: quando nel 1898 si ammalò di cancro, non aveva denaro sufficiente per richiedere la cittadinanza francese. Morì l’anno successivo. E veniamo a Renoir, che, figlio di un piccolo sarto trasferitosi a Parigi da Limoges, poté inizialmente sfruttare il proprio talento pittorico lavorando come apprendista in una manifattura di porcellana. Durante la pausa del pranzo amava recarsi al Louvre per disegnare. Perso quell’impiego, si guadagnò da vivere dipingendo ventagli e tende da chiesa per le missioni d’oltremare. In questo modo riuscì ad accumulare abbastanza denaro da entrare all’École des Beaux-Arts e studiare arte seriamente.

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