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Nespolo, la commedia colorata. L’intervista


di Enrico Giustacchini

Ugo Nespolo ci riceve nel suo sterminato atelier di via Susa, nel cuore di Torino. Quattromila metri quadri di laboratorio, spazi espositivi, una biblioteca di quindicimila volumi, archivi, addirittura un auditorium per conferenze ed un piccolo museo del cinema. Un luogo di intense suggestioni. Uno specchio dell’anima dell’artista.

Nespolo, tu sei un intellettuale a trecentosessanta gradi, che utilizza diversi ambiti di linguaggio, diverse tecniche, diversi materiali.

Credo non ci possa essere arte senza cultura, senza pensiero, né arte senza vita. Si tratta di elementi imprescindibili. L’artista non è un “idiota di genio”. Serve un profondo retroterra culturale, quale fondazione intellettuale del gesto creativo. L’artista opera nella coscienza del passato e del presente: opera nella storia. L’arte deve uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciata, riducendosi a fenomeno autoreferenziale, che interessa pochi. Compito nostro è fare in modo che l’azione si armonizzi meglio con altri momenti di espressività: penso, ad esempio, al ruolo dell’arte applicata, che in epoche precedenti godeva di piena dignità e che magari oggi si tende a considerare di serie B. Io credo invece che l’artista debba porsi quale mediatore tra la cosiddetta “arte alta” e quella che troppo semplicisticamente si definisce “arte bassa”.

Parliamo di citazioni. Di quelle citazioni che sono praticamente da sempre una costante della tua produzione.
Ripensando ora agli inizi, a quando ho cominciato questo tipo di linguaggio, mi rendo conto che si trattava, in fondo, di una sorta di preludio alla postmodernità. Una volta lasciato alle spalle il concetto che la storia sia un binario che va in una sola direzione, è pressoché inevitabile ricondursi al citazionismo. Esistono precedenti di lusso, del resto: mi torna in mente il celebre gatto di Carrà, immortalato in un quadro mentre sbircia i quadri di altri pittori. Per quel che mi riguarda, voglio ricordare che i riferimenti alla Pop art americana erano palesi già nei primi anni Settanta: gli “Andy-Dandy” che citavano Warhol (1973) ne sono un esempio lampante.

Il clima culturale del periodo era sicuramente favorevole allo sviluppo di questo atteggiamento.
Senz’altro. E va detto che io sono sempre stato affascinato da un certo approccio filosofico-culturale. C’erano le idee del mio amico Vattimo; c’erano precisi interessi letterari; c’era la mia laurea in semiologia… C’erano tanti fermenti concomitanti, se pure sviluppatisi in contesti e su presupposti diversi: penso al discorso, interessantissimo, della Transavanguardia.

Il citazionismo, con le sue ricadute combinatorie, trova a mio avviso un riscontro, un rimando nelle tecniche di realizzazione delle tue opere. Se leggiamo, appunto, una di queste alla stregua di un mosaico le cui tessere, pur estremamente differenziate, connettono tra di loro, in una sorta di equilibrio tra forze opposte, non possiamo, credo, che individuarvi la perfetta corrispondenza delle forme e dei materiali con i contenuti: la diversità formale e strutturale fa il paio con quella del racconto iconico, che obbedisce alle sollecitazioni più svariate, magari anche contrastanti.
In effetti, nell’ambito di un processo di accostamenti combinatori il ricorso a tante tecniche, spesso assai differenti tra loro, mi è sempre stato congeniale: dal ricamo al ritaglio di carte e stoffe, dall’intarsio all’intaglio del legno…

Il segno ed il colore nell’arte di Nespolo. Segno forte, marcato. Colori brillanti, vividi, usati in modo timbrico.
Nel 1968 la galleria “Il Punto” di Torino ospitò una mia personale. Si trattò di un momento fondamentale nella mia carriera, e ne scandì la svolta profonda. Ciò perché avvenne dopo l’irresistibile ventata della Pop art internazionale, che mi prese e mi portò fuori dall’informale. Ancor oggi ritengo la Pop art un fenomeno di estrema originalità. E poi, voglio essere sincero: questo concettuale ha rotto le scatole. Sfido la maggioranza delle persone a ricordare il nome di cinque artisti di quell’ambito. Fra i concettuali io salverei Paolini, che è stato e resta il più bravo. Io opponevo – e oppongo – a tutto ciò le mie “cose” colorate, magari da taluni ritenute fuori moda. “Ah, lei usa ancora il colore” mi è stato detto qualche volta, con una certa dose di meraviglia. Eppure io continuo a credere ad un principio che dovrebbe essere ovvio, ossia che segno e colore siano elementi base dell’espressione, anche di quella di epoche più vicine alla nostra, anche di quella contemporanea. Così come credo al valore dell’abilità tecnica, del virtuosismo, in contrasto con chi pensava – o pensa – che all’arte sia bastevole l’enunciazione di se stessa.



E l’immagine? E’ sempre affascinante, nelle tue opere, l’incontro tra figure, per così dire, più vicine a forme rappresentative tradizionali ed immagini dove si avverte la tensione all’immaterialità, immagini sovente frutto di rielaborazioni affidate ad innovative tecnologie.
Ci tengo a sottolineare però che, anche quando sono più marcati i riferimenti alla tradizione, non c’è mai, nel mio lavoro, l’esigenza del rispetto dei canoni visuali. Posso passare di volta in volta dal figurativo all’astratto. Non voglio avere vincoli, la mia figurazione è molto libera, nel solco della lezione della grande Pop art americana, ed anche, in fondo, in omaggio ad essa. Chi non si lega ad un’idea assolutamente purista, calvinista della creazione, ha il vantaggio di essere stimolato dal mondo, dalla vita che gli ruota attorno.

A proposito di stimoli provenienti dalla realtà esterna. Si è parlato di “felicità” della tua produzione, conseguenza, appunto, di questa partecipazione alla vita, di questa joie de vivre. Luciano Caprile individua fra i tuoi punti di riferimento Depero nello specifico, e più in generale i futuristi. E uno degli slogan preferiti dai futuristi era, guarda caso, “L’arte invade la vita”.
Più che di felicità parlerei di vitalità, di ottimismo. E’ che mi annoia fare sempre le stesse cose. E certo non ho mai connotato il mio operato in senso drammatico. Ricordavo prima la mia amicizia con Vattimo, e l’influsso che il suo pensiero ha esercitato su di me. Ebbene, è stato proprio Vattimo a osservare come lo sforzo di ridurre il mondo a figurine sia una maniera di esorcizzare la morte.

Da ciò, vuoi dire, consegue inevitabilmente la profonda necessità della narrazione.
E’ proprio così! Riscrivere il mondo in forma di commedia contribuisce a razionalizzare la drammaticità, ad esorcizzarla, ripeto, sia pure senza dimenticarla. Questo è, almeno, il mio modo di intendere l’arte. Altri hanno, legittimamente, diverse sensibilità. Un quadro di Capogrossi è un assoluto. Io sono, per dirla con Umberto Eco, a favore dell’opera aperta, di una poliedricità di letture che compongono, insieme, il racconto. I miei lavori, tra l’altro, hanno il vantaggio di poter essere approcciati in modo diverso nel tempo.

Accennavamo ai riferimenti che parte della critica ha fatto, nei tuoi riguardi, a Depero ed altri futuristi. Condividi queste valutazioni?
Non c’è dubbio che io ami il Futurismo. E’ stato grave, dal punto di vista culturale, l’oblio che per un lunghissimo periodo ha accompagnato questo movimento, su cui pesava la sostanziale adesione al fascismo di numerosi suoi protagonisti. Persino un genio come Balla era stato messo in un angolo; Depero, poi, non lo ricordava nessuno. La rivalutazione del Futurismo è stata importante. Io sono a tal punto un ammiratore di questi autori da esser diventato un collezionista di opere e di documenti che li riguardano. Possiedo, ad esempio, il più corposo lotto di manoscritti (quasi tremila fogli, tra cui molte “Parolibere”) di Depero dopo quello del museo dedicato al maestro. Tuttavia, il mio modello primario rimane la Pop art americana. Depero non è mai stato tra i miei ispiratori. Di lui mi ha sempre affascinato, semmai, l’idea della “Casa d’arte”, dove trovavano posto le creazioni più differenti: quadri, sì, ma pure abiti, arredi, giocattoli, oggetti d’ogni tipo. Torna qui il discorso sulla pari dignità delle varie forme d’arte che si faceva in precedenza ed a cui rimango assai sensibile.

La tua attività artistica è sempre un work in progress, all’insegna della sperimentazione, e proiettato dinamicamente e senza soste verso nuovi esiti. Ed il pubblico, come reagisce a tutto questo? Ti sembra di avvertire oscillazioni nelle capacità percettive di chi incontra le tue opere, oppure no?
Credo che l’entità-pubblico non esista come tale; vi sono, semmai, le persone, diverse tra loro. Certo, nel tempo la penetrazione del mio lavoro si è modificata. A non cambiare è lo spirito con cui io esercito la mia creatività, che conserva una valenza doppia, poiché può piacere tanto ad un intenditore quanto a chi di arte sa poco o nulla. Forse, negli ultimi tempi registro un maggior credito da parte delle istituzioni più “raffinate” rispetto a periodi precedenti: devo dire peraltro, in tutta sincerità, che ciò non mi lusinga più di tanto. Warhol vendeva le sue opere a chiunque le volesse comprare, non è così?



Un’ultima domanda. Riguarda il tuo lavoro nel cinema. Qui la sperimentazione l’ha sempre fatta da padrona, nella ricerca delle estreme potenzialità dell’immagine, sviluppata anche mediante la frantumazione delle stesse.
Con Mario Schifano sono stato tra i primi artisti, in Italia, a sperimentare nel cinema. Il mio corto d’esordio, “Grazie, mamma Kodak”, risale al 1966; ne sono poi seguiti diversi altri. Cose nervose, notazioni quasi diaristiche, dove la cinepresa era usata come fosse un pennello. Hanno fatto gli attori per me colleghi del calibro di Baj, Fontana, Boetti, Pistoletto; poeti quali Ginsberg e, recentemente, uno straordinario Sanguineti. Ho coltivato una profonda amicizia con celebri cineasti, a partire da Brian De Palma. E posso anticipare che, dopo tanta avanguardia, sto concretizzando il progetto di un lungometraggio destinato al grande pubblico, una produzione Italia-Usa che mi vedrà dietro la macchina da presa in qualità di regista. ( da Stile arte 2004)

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