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Nicola, il santo che combatteva le esplosioni del “fuoco greco”. Il quadro


Chi crede che le armi chimiche siano retaggio della modernità non potrà che stupirsi sapendo che già nel VII secolo i Bizantini utilizzavano una sostanza particolare per difendersi dagli attacchi dell’esercito arabo, a quei tempi giunto ad insidiare le porte di Costantinopoli. La proprietà principale di tale sostanza – un bitume naturale denominato di volta in volta Mediakon, olio di Artemide, fuoco greco – era quella di bruciare anche in mare, provocando una forte esplosione e risultando quindi molto utile in caso ci si trovasse ad affrontare una battaglia navale.
Sebastian-Dayg-Il-mi1C30F2E il mare è il luogo in cui si svolge la scena raffigurata da Sebastian Dayg (1508-1554) ne Il miracolo di Artemide (1525-1530), dove il pittore racconta un momento della leggenda che vede coinvolto san Nicola – non a caso considerato patrono dei marinai – nel salvataggio di tre viaggiatori i quali, poco prima, avevano gettato il Mediakon dal ponte della nave provocando così un maremoto. L’opera, che faceva parte di un trittico oggi perduto, mostra in tutta la sua crudezza il devastante effetto causato dal fuoco greco.
La disavventura è conseguenza della decisione di un gruppo di pellegrini di partire per Myra con l’intento di visitare la chiesa di san Nicola. Durante il viaggio sono avvertiti in sogno di gettare a mare una botte di olio – con il quale avrebbero dovuto cospargere l’edificio sacro – che era stata loro offerta alla partenza da una pia donna, in realtà il diavolo in incognito, il quale desiderava vendicarsi del fatto che la chiesa, in precedenza tempio della dea Artemide, fosse stata poi dedicata al santo. Compiuto il gesto, ma trovandosi ancora in pericolo, i pellegrini sono tratti in salvo grazie all’intervento soprannaturale.

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