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Ninfee di Monet – Quotazioni gratis, storia e tecniche pittoriche. Il video


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ninfee monet

 

Il laghetto di Giverny, a lungo sognato, pianificato da Claude Monet con le ninfee, le piante acquatiche, gli alberi e i fiori che ne circondavano l’area, il ponte giapponese sospeso tra due chiostre di salici, non costituisce soltanto la territorializzazione di un elemento biografico. Nel momento in cui l’artista decide di lavorare attorno a uno spazio conchiuso, la pittura en plein air, sciolta e aperta, muta radicalmente e Giverny diviene un vero e proprio laboratorio pittorico, in cui il consueto paesaggio – inteso in maniera ottecentesca con impaginazioni a campo largo – si riduce, con il tempo, a campi medi e primi piani. Ninfee e glicini, nel laghetto di Giverny, sono pertanto una svolta concettuale nel mondo pittorico di Monet. Il cielo scompare – o almeno appare ribaltato nell’acqua, riflesso, intravisto, trasformato in una sostanza equorea -, i personaggi spariscono e ciò che emerge è pura sperimentazione pittorica di texture.  Egli non avverte più la necessità di andare con la barca alla ricerca di inquadrature. Tutto avviene in quel microcosmo ricostruito. La pittura selvaggia, alla Barbizon, alla caccia di inquadrature e di luci, assimilabile a una pratica venatoria, si trasforma qui in un meditativo laboratorio pittorico, che orienta sempre più il pittore a una svolta anti-paesaggistica e anti-naturalistica, quasi in direzione dell’astratto. Pochi hanno sottolineato, sotto il profilo tematico e pittorico, che la scelta della realizzazione del bacino acquatico, secondo il gusto giapponese, non sorge soltanto dalla ricerca di comodità dell’artista, ma porta Monet  da un piano ottico tradizionale a una pittura sempre più concettuale e nuova. Dalla veduta di ampio respiro egli passa a considerare aree molto limitate, che lo portano al blow -up, all’ingrandimento. Dagli spazi ampi egli discende a una porzione di natura, quasi che l’osservazione assumesse, nell’ingrandimento del soggetto, una funzione scientifica che considera la natura in modo assolutamente post-romantico.
a monet
Le ninfee – il ciclo completo di dipinti realizzati dall’autore, negli ultimi trent’anni di vita,  attorno a questo soggetto, è composto da circa 250 opere – appartengono al mondo del giardino giapponese di Ginerny. E i giapponesi sono stati portatori di una visione spesso ravvicinata dei soggetti floreali, nella contemplazione del microcosmo. Monet comprende quanto il bianco apparente delle ninfee possa offrirgli sotto il profilo della sperimentazione cromatica. I fiori d’acqua bianchi s’intridono tonalmente della luce del cielo invisibile, che appare più cupo nel riflesso acquatico; assumono sfumature azzurrine, rosa, verdi, in un concerto cromatico di reciproche influenze provocate delle emissioni e dai riverberi di luci colorate. Le ninfee giallo-rosse richiedono altri complessi esercizi tonali, poiché il colore puro viene colpito da un’infinità di toni che ne mutano profondamente la vibrazione cromatica. Altre complessità sono costituite dal verde dei salici e di altri alberi che si specchiano nel bacino, quanto il riflesso del cielo. Con il passare del tempo, anche a causa delle cataratte che ne limitano la vista, le ninfee si fanno sempre più espanse e irradiano una luce propria. Giverny inteso come laboratorio di ricerca trova conferma nei periodi in cui si possono suddividere cronologicamente e compositivamente le ninfee. Tra il 1899 e il 1904 lo sguardo è allargato sul giardino acquatico e i fiori d’acqua costituiscono semplici elementi di contrappunto cromatico. Il taglio è ancora quello di un dipinto, di una cartolina.  A partire dal 1914 l’inquadratura si restringe ai fiori e all’acqua circostante, alla ricerca di elementi timbrici nuovi.  Lo studio delle ninfee e dei riflessi degli alberi, lo induce a lavorare sulle ascisse verticale-orizzontale. Accanto all’orizzontalità  della superficie dell’acqua opera infatti verticalmente, inducendo una senso di profondità attraverso la resa verticale del riflesso dei rami degli alberi, che crea una notevole, illusorio senso di inabissamento dello sguardo.  Le pennellate, rispetto alla pittura del passato, divengono più lunghe, filamentose e sinuose.


Monet giunse a Ginerny nel 1883, quando aveva 42 anni, condividendo la vecchia casa colonica con la seconda moglie, Alice Hoschedé. Approfittando della vicinanza di un affluente del fiume Reno, fece scavare un ampia buca nel terreno e un canale di derivazione che riempie d’acqua il laghetto, le cui sponde sono unite da un ponte giapponese. Attorno al lago, egli lavora, ad un’ampia tavolozza vegetale, con gladioli, campanule, iris, tulipani, salici piangenti, piante esotiche e tanti fiori che mutano con le stagioni. (curuz)
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