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Nobili, buffoni e dei nell’universo di Diego Velazquez


velazquez

Stile Arte ripropone oggi un’illuminante intervista concessa in esclusiva alla nostra  testata, nell’aprile 2001, da Felipe V. Garin Llombart, che ricopriva le cariche di  Direttore Onorario del Museo del Prado, Direttore dell’Accademia di Spagna e, proprio in quei mesi,  aveva curato la mostra “Diego Velázquez: il suo terzo viaggio in Italia”. Garin Llombart accettò, com’era ed è nostro uso, di affrontare gli elementi strutturali della ricerca, che  restano tuttora validi

dieg41Certamente tra i due Paesi si sono instaurati ottimi rapporti da questo punto di vista, come logica conseguenza della vicinanza culturale che da sempre li caratterizza. A Napoli ad esempio è in corso la mostra su Luca Giordano, per la quale il Prado ha messo a disposizione un nucleo di dipinti. Per quanto riguarda Velázquez, l’Italia è stata estremamente importante: si può affermare con tranquillità che Roma è stata la sua “terza città”, dopo Siviglia e Madrid. Qui ha scritto pagine decisive della propria avventura artistica ed umana, qui ha lasciato il suo unico figlio maschio e ha avuto modo di apprendere molto dal punto di vista stilistico.
Velázquez compì due viaggi in Italia. Fin dalla gioventù a Siviglia, quando era a bottega dal pittore Francisco Pacheco, erudito teorico dell’arte, fu consapevole dell’importanza che avrebbe avuto un’esperienza italiana. La decisione di partire alla volta di Roma fu poi presa a seguito del consiglio di Rubens, trasferitosi a Madrid nel 1628…
I due viaggi in Italia avvennero a distanza di molti anni e furono motivati da ragioni sostanzialmente diverse. Il primo, compiuto tra il 1629 e il 1631, fu il viaggio di studio di un giovane pittore che su invito del suo re giunse a Genova, Venezia, Firenze e poi Roma, per apprendere il più possibile. All’epoca, un’esperienza di questo tipo era considerata indispensabile per la formazione di un artista. Dopo aver studiato le opere di Tiziano e Tintoretto, soggiornò per quasi un anno nella Capitale, studiando e copiando i capolavori di Michelangelo e Raffaello, avvicinando il fervente ambiente romano e frequentandone i massimi esponenti, come Pietro da Cortona e Andrea Sacchi. Il secondo viaggio nella Penisola di Velázquez, avvenuto dopo vent’anni, ebbe una motivazione diversa. Ormai affermato pittore di corte, Soprintendente alle Opere dell’Alcazar e Aiutante di camera di Filippo IV, fu da questi inviato in Italia con l’incarico di selezionare opere d’arte per l’arredo del Palazzo Reale di Madrid, e per convincere Pietro da Cortona a seguirlo in Spagna per lavorare alla decorazione della stessa reggia (in quest’ultimo intento non riuscì, a casa dell’impegno di Pietro da Cortona a Palazzo Pamphilii).

Per l’occasione, quante opere del maestro è stato possibile radunare?
In totale siamo riusciti, non senza difficoltà, a raccogliere trentadue tele. E’ importante sottolineare che non è semplice ottenere in prestito quadri di Velázquez. Per cominciare non fu un pittore molto prolifico: se Goya dipinse dalle tre alle quattrocento opere, il nostro ne realizzò soltanto centoventi circa. Di queste il nucleo fondamentale, composto da cinquanta pezzi, costituisce una sezione fondamentale del Prado, che difficilmente se ne priva. Lo stesso discorso vale, forse a maggior ragione, per tutte le istituzioni pubbliche e private che, possedendo solo due o tre tele di Velázquez, considerano assolutamente svantaggioso negare al proprio pubblico la possibilità di ammirarle, anche solo per il periodo della durata di una mostra importante come questa.
Quindi, per indurre i proprietari, pubblici e privati, a offrire in prestito i capolavori di Velázquez in loro possesso per questa esposizione è stato necessario elaborare e organizzare un progetto scientifico di indubitabile ampiezza e coerenza…


Infatti il nostro proposito è stato quello di offrire una visione di insieme della complessità stilistica che caratterizzò l’intero arco della produzione del Sivigliano, puntando anche sull’esposizione di opere di particolare interesse scientifico, per offrire agli studiosi un inedito percorso di indagine. Così, per la prima volta viene esposto il celeberrimo “Marte” del Prado accanto al suo modello ispiratore: l’ “Ares Ludovisi”, un vero capolavoro della scultura classica, conservato a Palazzo Altemps. Altrettanto interessante è la presenza di una delle due “Vedute di Villa Medici”, oggetto di una discussione critica riguardante la data di realizzazione, che sembra ormai certamente coincidere con il primo – e non con il secondo – viaggio in Italia di Velázquez.
Si tratta dunque di una mostra che riesce a offrire attrattive di notevole interesse…
Direi che senz’altro si tratta della più importante esposizione dedicata a Velázquez realizzata al di fuori dai confini spagnoli. Il 1999 è stato il quattrocentesimo anniversario della nascita dell’artista, e – dopo le grandi esposizioni di Siviglia e di Madrid – era doveroso che anche la sua “terza città”, Roma, gli rendesse omaggio.
La mostra propone un’analisi dell’evoluzione della tecnica del ritratto sviluppata dal pittore. Bisogna ricordare che la grande fama conquistata alla Corte di Madrid da Velázquez fu in buona parte dovuta all’abilità nel dipingere l’effigie del re Filippo IV e del Conte Duca Olivares…
A questo proposito segnalo la presenza, del tutto eccezionale, dello splendido “Ritratto del Conte Duca Olivares” del Museo d’Arte di San Paolo, che non fu presente nemmeno alla grande monografica del Prado nel 1990. Inoltre, ricordo che a soli duecento metri dalla sede della mostra, alla Galleria Doria Pamphilii, è possibile ammirare il “Ritratto di Innocenzo X”, considerato tra i capolavori del genere del Seicento europeo.
Velázquez produsse anche una serie di struggenti ritratti di nani e buffoni, figure che costituivano quasi una divertente “curiosità”, incaricate di allietare la vita di corte…
Recentemente si è messo in discussione il senso profondo di questi ritratti, che secondo alcuni studiosi erano frutto non solo di una volontà di rappresentazione realistica dei ceti più bassi della società, ma anche di intenti di carattere filosofico e mitologico. In essi, infatti, Velázquez riversa un’umanità diversa e distante dall’espressione del potere che solitamente ritraeva. La mostra ne propone uno degli esempi più toccanti: “Il buffone Calabazas” del museo di Cleveland

 

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