Home / News / Paul Delvaux, stazioni, labirinti, notti blu e donne nude. Desiderio e paura nei sogni del pittore
Se vuoi ricevere gratuitamente sulla tua bacheca gli articoli e i saggi di Stile Arte, clicca qui sotto "Mi piace".

Paul Delvaux, stazioni, labirinti, notti blu e donne nude. Desiderio e paura nei sogni del pittore


Paul Delvaux, “L’Annonciation”, 1955

Paul Delvaux, “L’Annonciation”, 1955

“Ogni soggetto è stato frutto di un lungo lavoro di elaborazione prima di arrivare all’armonia e all’equilibrio che ho tentato di ricreare”: queste le emblematiche parole di Paul Delvaux per spiegare lo spirito che ne ha sempre accompagnato la prolifica attività. E proprio armonia ed equilibrio animano la maggior parte delle sue suggestive creazioni, dagli oli, ai disegni, fino ai grandi dipinti murali. Ma nonostante il maestro belga sia ormai a pieno titolo riconosciuto come uno dei massimi rappresentanti del movimento surrealista, in Italia è senza alcun dubbio ancora poco noto.Paul Delvaux, dopo un breve inizio caratterizzato dall’influenza dell’impressionismo prima e dell’espressionismo poi, subì un cambiamento radicale nella poetica e nello stile proprio grazie al contatto con i massimi rappresentanti del movimento surrealista. Cadeva il 1934 allorquando il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles ospitò tra le sue mura la mostra “Minotaure”, in occasione della quale vennero esposti otto dipinti di De Chirico, sei di Dalí e cinque di Magritte. Se molte furono le opere che suscitarono l’interesse e l’ammirazione dell’artista belga, egli ammise di essere stato impressionato, in particolar modo, dalla tela “Mistero e malinconia” di Giorgio de Chirico.

“L’Echafaudage”, 1979

“L’Echafaudage”, 1979

E fu proprio il pittore italiano uno dei principali modelli di riferimento di Delvaux. Sebbene con approcci diversi, infatti, i due artisti hanno entrambi sviluppato un interesse per la dimensione onirica della realtà, indissolubilmente legata, al tempo stesso, alla passione per le architetture e le testimonianze di epoca classica. Non è un caso che l’amore nutrito dal maestro belga per la classicità sia nato dopo due importanti viaggi: uno in Italia, a Pompei ed Ercolano, ed uno in Grecia, terra d’origine di De Chirico. Se i ruderi dell’antichità hanno animato numerosissime creazioni dei due pittori, costituendo un vero e proprio leitmotiv della loro intera produzione, va notato che, forse a causa di quell’equilibrio e di quell’amore per il vero e il ragionato sempre ricercati da Delvaux, le architetture di quest’ultimo risultano, nella maggior parte dei casi, molto più dettagliate e particolareggiate rispetto a quelle dechirichiane, frutto, inoltre, di prospettive complesse. Ma non solo monumenti e statue ritornano nelle opere più note dell’artista d’oltralpe.

Altri motivi ricorrenti sono stati i treni e le ferrovie – per un breve lasso di tempo – , i chiari di luna, gli scheletri e, sopra tutti, le donne. La sua intera produzione, infatti, potrebbe essere interpretata come un monumento alla grazia e alla sensualità femminile. Per tale ragione la donna è sublimata, sola – raramente infatti è affiancata dall’uomo -, con lo sguardo vitreo, assente. Tale sguardo vuoto, nota che allontana maggiormente le donne dagli uomini (questi ultimi, dipinti sovente con uno sguardo obliquo, colti nel tentativo di corteggiare o almeno catturare l’attenzione delle sensuali figure femminili), contribuisce ad enfatizzare l’atmosfera che aleggia nella maggior parte dei quadri delvauxiani: tutto è angoscia, mistero, sogno, o meglio incubo. Le sue figure umane sono ineluttabilmente imprigionate in un mondo angosciante, fuori dal tempo, teso tra la realtà e l’immaginazione. Ciò viene ricreato anche facendo abilmente ricorso alla tecnica dello “spaesamento”, utilizzata d’abitudine pure da altri pittori surrealisti, primi fra tutti Magritte e De Chirico. Nonostante i profondi legami con tale corrente, allorquando domandarono a Delvaux se fosse surrealista, egli così rispose: “Non sempre. Non sono un inventore di forme. […] Sono piuttosto, dicono, un naturalista: io non deformo la natura e non lo voglio fare”. Anche in questo sta la grandezza di un artista che meriterebbe di certo maggiore notorietà. Egli ha saputo, partendo dall’influenza di autori quali Magritte, Dalí, De Chirico, Ingres, Permeke e Spilliaert, creare una propria autentica ed originale personalità.

“Le veilleur II”, 1961

“Le veilleur II”, 1961

La vita – Folgorato dal “Minotaure”

Paul Delvaux nacque ad Antheit, in Belgio, nel 1897. Contrariamente ai desideri del padre che lo voleva avvocato, egli manifestò molto precocemente una forte passione per la pittura e per la musica. Nonostante l’opposizione familiare, riuscì ad iscriversi all’Académie des Beaux-Arts di Bruxelles, dapprima seguendo i corsi di architettura e successivamente quelli di pittura nell’atelier di Constant Montald. Contemporaneamente partecipò alla vita artistica belga, dipingendo sovente all’aria aperta ed esponendo con il gruppo “Le Sillon”, ancora influenzato dall’impressionismo.

Dopo un breve periodo espressionista, nel 1934, anno della mostra “Minotaure”, la svolta: fu allora infatti che Delvaux venne folgorato dalle opere surrealiste di De Chirico, Magritte e Dalí, mutando significativamente il proprio stile. Nel 1938 compì il suo primo viaggio in Italia, alla scoperta di Pompei ed Ercolano, rimanendo colpito da una classicità che avrebbe inesorabilmente fatto rivivere nei quadri. Lo stesso anno partecipò all’Exposition Internationale du Surréalisme organizzata da André Breton e Paul Eluard a Parigi. La sua prima antologica ebbe luogo a Bruxelles nel 1944, contribuendo ad accrescerne la notorietà in tutta Europa e non solo. Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta affiancò all’attività di pittore quella di insegnante, prendendo inoltre parte ad esposizioni surrealiste, nonché, in più occasioni, alla Biennale di Venezia. Nel 1980 l’artista, ormai anziano, diede vita alla “Fondation Delvaux”, a St-Idesbald-Koksijde, inaugurata nel 1982. Morì il 20 giugno 1994 a Furnes.

x

Ti potrebbe interessare

piccinini

Nulla è “Ovvio” sotto questo sole. Giovanna Piccinini orienta il nostro guardo verso ciò che non vediamo più

F. HAYEZ, I profughi di Parga, 1831, olio su tela, 201 x 290 cm, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo

Vade retro, Romantico