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Perchè le donne si innamorano delle statue? Ce lo spiega chi ha scoperto la Sindrome di Stendhal


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david foto per interno con titolo

di Giovanna Galli

Nel suo celebre saggio La Sindrome di Stendhal, pubblicato per la prima volta nel 1989 e oggetto in seguito di numerose ristampe e traduzioni, la psichiatra e psicoanalista fiorentina Graziella Magherini aveva illustrato come l’esperienza estetica, il confronto con il Bello, possa essere causa di una vera e propria “Malattia”, che produce, in alcuni soggetti particolarmente fragili, una serie di scompensi psichici, tra cui crisi depressive e di panico, paure ed euforie immotivate, pensieri onnipotenti e sentimenti di estraniazione.

Il volume raccoglieva il dettagliato resoconto di casi osservati durante gli anni di direzione del reparto psichiatrico dell’ospedale di Santa Maria Novella e di attività ambulatoriale nel centro di Firenze, dove l’autrice aveva visto giungere frequentemente turisti stranieri che accusavano i sintomi di un’acuta, in alcuni casi clamorosa, e per fortuna quasi sempre temporanea, incapacità di sopportare l’”eccesso “ del Bello. Nel corso degli anni, Magherini, che è oggi presidente dell’International Association for Art and Psychology, non ha interrotto la sue ricerche, allargando via via il campo di interesse, e occupandosi non più soltanto di quei casi limite che lei stessa definisce la “punta di un iceberg”, ma pure dei turbamenti più comuni che colpiscono le persone attratte dalle opere d’arte. Il frutto di questi studi è nel libro dal titolo ”Mi sono innamorato di una statua, edito da Nicomp L.E.

Michelangelo Buonarroti, David (part.), 1501-04, marmo, h.410 cm, Firenze, Galleria dell'Accademia

Michelangelo Buonarroti, David (part.), 1501-04, marmo, h.410 cm, Firenze, Galleria dell’Accademia

Un titolo singolare questo libro…
La frase” Mi sono innamorato di una statua” è virgolettata perché è la citazione di un commento scritto da un giovane immediatamente dopo essersi trovato al cospetto del David di Michelangelo, commento scelto tra le migliaia che abbiamo raccolto nel corso di un anno (fra l’autunno del 2004 e l’autunno del 2005) alla Galleria dell’Accademia, e che si trovano sintetizzate nel capitolo conclusivo del volume, ad esemplificare i contenuti degli studi presentati. Il sottotitolo, Oltre la Sindrome di Stendhal, vuole sottolineare come il nuovo libro rappresenti la sintesi di un lavoro di studio ventennale dedicato questa volta alla “normalità”, ovvero a ciò che succede nella vita mentale personale di un individuo quando, con animo disponibile, si espone ad un’esperienza estetica (intensa come l’esperienza artistica).

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Stando ai moltissimi dati che avete raccolto quali sono le principali tipologie di reazione che il confronto con l’arte produce sull’individuo?
In occasione del cinquecentesimo anniversario di “nascita” del David, la direttrice della Galleria dell’Accademia volle organizzare un grande evento che vide il coinvolgimento di cinque artisti contemporanei, le cui opere furono esposte in dialogo con il capolavoro di Michelangelo; per l’occasione furono messi a disposizione dei registri su cui i visitatori potevano annotare liberamente le loro impressioni. Sono stati compilati diciassette registri, su cui si è letto veramente di tutto. Abbiamo raccolto un vero e proprio concerto di voci, con segnali diversi, in quella che può essere disegnata come una curva che conduce dall’indifferenza totale al massimo coinvolgimento, passando dall’attrazione allo sconcerto, dall’incantamento al fastidio.
Si può stilare una “classifica” sia a livello qualitativo che quantitativo, di tali diverse reazioni?
La prevalenza riguarda certamente reazioni di segno positivo. Intanto il David rappresenta un eroe, sia nelle valenza di eroe biblico che civile, e ciò conduce molti a quel processo di identificazione che a sua volta rimanda al processo di crescita interiore che tutti noi abbiamo sperimentato. Ancora più rilevante è poi il fatto che David incarni un ideale di bellezza virile, aspetto che assume valenze omossessuali, scatenando reazioni di grande intensità.

Michelangelo Buonarroti, David (part.), 1501-04, marmo, h.410 cm, Firenze, Galleria dell'Accademia

Michelangelo Buonarroti, David (part.), 1501-04, marmo, h.410 cm, Firenze, Galleria dell’Accademia

Nel capitolo centrale del libro si descrive una sorta di “formula” della fruizione estetica.
Esattamente. Viene cioè spiegato come l’individuo che si accosta ad un’opera d’arte subisca in un primo momento una sorta di incantamento dovuto alla bellezza che lo conduce a rivivere l’esperienza estatica sperimentata nel rapporto madre-bambino, come se nell’incontro con la bellezza l’oggetto estetico richiamasse l’oggetto primario perduto, rimettendo in circolo le stesse energie, fonti di incomparabile piacere. Ma nello stesso momento, ecco la grande opera d’arte riesce anche a penetrare nel profondo della nostra psiche, là dove è contenuto il rimosso, determinandone il ritorno attraverso un improvviso riordino della nostra realtà psichica, e suscitando dunque pure sentimenti di smarrimento, di angoscia. Un aspetto importantissimo che viene messo in evidenza è il fatto che spesso non è l’opera nella sua interezza a suscitare tali reazioni, ma un suo particolare, che rifacendoci all’autorevole psicoanalista Bion definiamo “fatto scelto”; può essere un dettaglio anatomico, un volto, un ginocchio, qualcosa che colpisce l’individuo a seconda della sua profonda realtà psichica. L’incontro con un’opera d’arte dunque può determinare l’affioramento di un insieme molto ampio di emozioni dandovi unità e mettendovi un nuovo ordine.


Secondo la sua esperienza, è possibile parlare di opere o di artisti più “perturbanti”?
In passato, ho spesso sostenuto che non si possono indicare degli artisti, appunto, più “perturbanti”, poiché le reazioni dell’individuo di fronte ad un’opera sono determinate essenzialmente dalla sua storia personale, dalla profondità della sua vita psichica; tuttavia devo dire che di recente mi sono resa conto che, in effetti, ci sono alcuni artisti i quali, più di altri, hanno trasmesso nelle loro creazioni un valore evocativo capace di suscitare reazioni forti. Parlo per esempio di Michelangelo, come ampiamente illustrato nella nostra ricerca ( ci sono in proposito tre casi molti interessanti, che riguardano uno studente universitario francese, un turista americano e un teologo della Baviera), ma anche Caravaggio, che con l’ambiguità dei suoi personaggi risulta essere assai evocativo soprattutto nei confronti della “mente adolescenziale”; per gli adolescenti, dunque, ma pure per chi dal punto di vista psichico non ha ancora superato tale fase di crescita. Oltrepassando i secoli, va sicuramente segnalato un altro pittore dall’enorme potere evocativo e quindi perturbante: Francis Bacon, il quale è forse l’unico ad essere riuscito a rendere “comunicabili” gli stati primitivi della mente, quelli che appartengono al passato remoto della nostra vita psichica, antecedenti anche alla formazione della memoria.
In questo momento, di che cosa si sta occupando?
L’interesse ora è rivolto all’arte contemporanea: sì però è solo all’inizio, anche perché si tratta di un settore molto ampio, certamente stimolante, ma che per essere affrontato richiede una perfetta conoscenza di codici e linguaggi.
Nelle sue ricerche lei non è sola: da qualche anno, infatti, è presidente di un’associazione che si occupa interdisciplinarmente di tali argomenti.
L’International Association of Art and Psychology, con sede – oltre che a Firenze – a Torino, Bologna, Roma e New York, riunisce oramai più di trecento esperti e vede lavorare fianco a fianco psichiatri, psicologi, ma anche storici dell’arte e filosofi estetici. Due sono le branche principali di studio. Da un lato l’educazione estetica, che rappresenta un fondamentale fattore di crescita, poiché è dimostrato che l’emozione estetica produce un miglioramento delle funzioni psico-neurologiche. Dall’altro vi è l’arteterapia, cioè l’attenzione verso le qualità terapeutiche dei linguaggi artistici nelle persone affette da disturbi.

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