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La pipì nell’arte


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Al piccolo, grande Giacomo. Auguri!

Incisione da disegno di Annibale Carracci

Incisione da disegno di Annibale Carracci

 

 

pipì copertina

Utilizzata nella medicina antica come sostanza disinfettante – lo attesta, tra gli altri Plinio, nella Storia naturale – e considerata, un tempo, un liquido corroborante, l’urina è sempre stata letta in una connotazione di fecondità-aggressività. Sin da bambino, il maschio inizia a considerare il proprio pene come un’arma da dirigere in modo offensivo, e ciò spesso capitava nelle società contadine, dove lo spruzzo d’orina, nel corso dei giochi infantili, veniva utilizzato per colpire insetti, uccidere farfalle, disegnare sulla neve o durante vere e proprie battaglie tra bande in cui l’arma era proprio quella. Si pisciava anche contro ciò che si disprezzava e, in senso più ampio, contro le forze oscure del destino, con una funzione magica peraltro testimoniata dai simboli della pittura. Ma ciò che distingue l’orina dalle feci è che essa, per quanto costituisca simbolicamente un proiettile, ha le caratteristica di un’arma lecita: all’orina, nei giochi contadini, si risponde con l’orina; l’orina si subisce, ma non costituisce un’offesa irrimediabile come essere colpiti dalle feci.

loro ragazzino che orina, su un'altura della valle del fiume Iya, ricca di sorgenti termali.

Bambino che orina, scultura in bronzo. Altura della valle del fiume Iya, ricca di sorgenti termali.

Se il pene si configura, fin dall’inizio – pur solo parzialmente sessualizzato – un’arma micidiale, i suoi proiettili, con il passare del tempo, sono ancor più dirompenti e possono essere sparati contro ciò che si detesta o per stabilire alleanze di caccia o di guerra. Per i maschi, orinare in compagnia, ponendosi sulla stessa riga, significa cementare l’unità di gruppo – “chi non piscia in compagnia o è un ladro o è una spia” dice un proverbio molto noto – e prepararsi per una possibile impresa.

Fare pipì in un luogo aperto, accanto ad altri, è tuttora una manifestazione goliardica ma di unità del gruppo, che si pratica alla fine di feste o raduni allegri o durante la notte di San Silvestro per eliminare, con i liquidi in eccesso, le negatività del passato e annientare le forze oscure del futuro. Il singolare rito prevede costanti: l’allineamento dei partecipanti, l’individuazione di una possibile posizione sovrastante del gruppo – si orina preferibilmente verso il vuoto, verso una scarpata, verso un fiume – l’osservazione del tratto di oscurità davanti a sè, la percezione della presenza laterale dei compagni, senza che lo sguardo divenga invasivo, l’osservazione del cielo e delle stelle. Nell’ambito dell’azione eversiva attribuita all’orina, può essere colta la frase popolare “Deve aver pisciato in chiesa”, riferita a persona sfortunata e perseguitata dal destino. Orinare in luoghi sacri o sacralizzati, ma anche usare il liquido per profanazioni, significa, a livello più o meno conscio continuare a leggere la minzione come possibile atto di sfida, che può suscitare l’ira della divinità. Va ricordato il fatto che, nel corso degli interrogatori dei processi per stregoneria, uomini e donne confessano – de plano, cioè spontaneamente – o sotto tortura – di aver orinato su un crocifisso. Anche le ragazze tendono a ritualizzare il momento della minzione, se si trovano in gruppo, chiedendo alle amiche, nei locali pubblici, di essere accompagnate in bagno. Nella donna il rito di gruppo si svolge per una condivisione della sicurezza e per un’intimità non aggressiva.

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L’orina, sempre a livello simbolico, è poi collegata alla fecondità, poichè sia nel maschio che nella femmina viene prodotta nell’area dei genitali. La storia della cultura ci permette di dire che questa escrezione, a livello simbolico, favorisce prosperità e allontana le negatività. E non è detto che non lo faccia davvero, se orinare diventa un rito di liberazione traslata di problemi o significa colpire idealmente con il flusso rumoroso quanto ci fa male; o se ci consente, in modo infantile, ma in alcuni casi, efficace, di ristabilire un equilibro di potenza e di auto-affermazione, nell’ambito del rapporto tra sè e il mondo, lungo la traccia vettoriale dello schizzo di pipì. Del resto l’urina è utilizzata anche da molti mammiferi come traccia di territorializzazione. La differenza fra la fisiologia dell’orina e la liturgia magica della stessa è molto collegata al luogo in cui avviene. Orinare nei luoghi aperti, durante l’oscurità ha una forte valenza di lotta e integrazione con ‘elemento naturale. Diversa è l’attività ordinaria di tipo fisiologico, alla quale l’umanità non dà peso, che si svolge in spazi riservati: anche se potrebbe essere oggetto di un’indagine psicologica e antropologica – in grado di rivelare segnali di frustrazione e di aggressività scaricati in bagno – l'”anarchia della collocazione dei bisogni”, sia nei bagni pubblici che in quelli aziendali, nei quali viene sovvertita, dai maschi, ogni regola di rispetto della pulizia del bagno stesso, forse a dimostrazione che fare pipì  può significare ancora, nella mente profonda, territorializzare, annientare, distruggere e umiliare il proprio nemico.

Il bagno aziendale che normalmente, in presenza di maschi, risulta impraticabile già poco dopo l’apertura potrebbe essere luogo che induce a un minor controllo dell’orientamento del flusso d’orina o un deliberato sganciamento dalla regola del rispetto degli spazi altrui in un punto incontrollabile dell’edificio. Un luogo di ritualizzazione occulta delle tensioni del lavoratore contro l’azienda, contro i superiori, contro i proprietari di quel bagno, contro i compagni di lavoro. L’orina considerata come segnale di un processo di territorializzazione e di indipendenza è, del resto, dimostrato dalle erme di Priapo,il dio del pene, che venivano collocate a difesa dei campi e della casa, cioè in luoghi territorializzati e da difendere. Nell’arte romana, veniva spesso raffigurato in affreschi e mosaici, generalmente posti anche all’ingresso di ville ed abitazioni patrizie.

Incisione tratta dall'immagine di una gemma antica che raffigura Priapo come portatore di fecondità e di ricchezza. Dal volume di Pietro Santi Bartoli , (1635-1700); Niccolo Galeotti, (1692-1758),Museo Odescalchum, sive, Thesaurus Antiquarum Gemmarum, 1751

Incisione tratta dall’immagine di una gemma antica che raffigura Priapo come portatore di fecondità e di ricchezza. Dal volume di Pietro Santi Bartoli , (1635-1700); Niccolo Galeotti, (1692-1758),Museo Odescalchum, sive, Thesaurus Antiquarum Gemmarum, 1751

Nicolas Poussin, “Imeneo travestito da donna durante un’offerta a Priapo (circa 1634-1638). Il dio-erma, presiedeva i confini delle proprietà e garantiva la protezione dei campi dai ladri, la prsoperità dell'agricoltura e degli allevamenti e la fecondità dei matrimoni che si celebravano nell'ambito del fondo da lui presidiato

Nicolas Poussin, “Imeneo travestito da donna durante un’offerta a Priapo (circa 1634-1638).Era dio degli orti e sovrapponendosi, già nell’antica Grecia, alla figura di Hermes, presiedeva i confini delle proprietà e garantiva la protezione dei campi dai ladri, la prosperità dell’agricoltura e degli allevamenti e la fecondità,con Imeneo, dei matrimoni che si celebravano nell’ambito del fondo da lui presidiato

 

La connotazione dell’orina
come portatrice di fortuna e di abbondanza

 

Presso alcune fonti romane o nel caso delle fontane dell’albero dei peni di Massa Marittima, la ricchezza d’acqua è segnalata e, al tempo stesso garantita, in modo magico dal pene. Il pene dà acqua e seme. Quindi veniva ritenuto punto di emissione di liquidi “magici”.

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Per una sintesi del nostro studio sull’albero dei peni di >Massa Marittima cliccare, qui accanto il nostro link interno www.stilearte.it/lalbero-dei-peni-analisi-e-nuove-scoperte-sullaffresco-licenzioso-di-massa-marittina/

 

In diversi casi, l’acqua delle fontane veniva convogliata dal pene di statue, in gruppi marmorei o bronzei.  Il Manneken-Pis -il ragazzino che piscia, nel dialetto della capita belga- è una statua realizzata in fusione bronzo, alta una cinquantina di centimetri, che si trova nel cuore di Bruxelles. Essa, oltre ad essere correlata alla fortuna e all’abbondanza, è divenuta il simbolo d’indipendenza della capitale belga, non solo perchè era nota nel circondario, ma in quanto l’azione che essa svolge assume le caratteristiche di pronta aggressività contro il nemico.

Bruxelles_Manneken_Pis

L’opera fu plasmata e fusa, tra nel tardo Cinquecento e il Seicento, durante il regno di Alberto e Isabella Brabante, che ressero il ducato tra 1598 e il  621 -, riprendendo forse modelli rinascimentali toscani.Numerose sono le leggende fiorite attorno all’origine di questa statua, ma ne citiamo solo un paio legate a una lettura eroica del pene e dell’orina. Secondo una di esse, la statua ricorda un bambino che avrebbe spento con la pipì la miccia di una bomba che i nemici avevano  lanciato sulla città alla città; un’altra narra che nel XII secolo un altro bambino, figlio di un celebre duca, fu sorpreso ad urinare contro albero durante le fasi cruciali di una battaglia. Così questa immagine simboleggiò il coraggio militare dei belgi.

Fu forse per l’intervento della chiesa locale che nacque l’uso di coprire con abiti eleganti la statua impudica. Il guardaroba attuale comprende più di ottocento costumi, che sono per lo più conservati nel museo della città. Il primo abito ufficiale realizzato per il “ragazzino che fa pipì” fu  donato nel 1698 da Massimiliano-Emanuele di Baviera, governatore generale dei Paesi Bassi spagnoli. Nel 1747 il re di Francia,  Luigi XV, pensò ad  un vestito sontuoso  per placare l’ira dei cittadini di Bruxelles, dopo il furto dell’opera in bonzo da parte dei soldati francesi. Il cerimoniale prevede che egli indossi uno dei suoi  preziosi pezzi del guardaroba, trentasei volte all’anno, secondo un prefissato calendario dello sfoggio.

MANEKEN PISS

Nell’ambito della parità di genere, per assecondare le richieste delle donne di Bruxelles e riconoscere, in questo modo anche le loro virtù civiche legate all’indipendenza, è stata realizzata, sempre con una fusione in bronzo, la sorellina di Manneken- Janneke-pis, una ragazzina -Janneke ha questo significato – in miniatura – è alta circa trenta centimetri – che si accuccia per fare pipì e che, in questo modo, alimenta una fontana.  Janneke è opera dello scultore Denis-Adrien Debouvrie (1985) ed è stata inaugurata nel 1987.


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Non poteva certo mancare , in una città che onora, si diverte e fa folklore con le statue umane che fanno pipì, anche un bronzo dedicato al fedelissimo tra i fedelissimi: il cane. Ed ecco Zinneke Pis, il bel randagio che alza una zampa e schizza contro un paletto. Pensando che  queste opere si trovano a Bruxelles,sede dell’Europa, e che celebrano l’autonomia, dovremmo pensare, come italiani, se usare le stesse  armi rivolte a Bruxelles, appunto, e, non tanto al Belgio, quanto alla Germania.

Parrebbe pleonastico dire che  il bambino che fa la pipì di Bruxelles è stato imitato da altri popoli, come è avvenuto per i giapponesi, che hanno collocato  il loro ragazzino che orina, su un’altura della valle del fiume Iya, ricca di sorgenti termali.

 

L’orina nell’arte

del primo Cinquecento

sostiene l’ortodossia

 

Prima che i dettati della Controriforma si diffondessero anche relativamente alla pittura e, in genere, all’arte, le capacità interpretative dei pittori, a sostegno della verità degli episodi evangelici e biblici, passavano anche attraverso il dipinto di uomini o cani che orinavano sulla sacra scena. Nulla di blasfemo, in questo caso. La Chiesa cattolica negli anni precedenti a San Carlo Borromeo, inflessibile, terribile, pudibondo riformatore e agli esiti della Controriforma, assecondò o permise ai pittori l’inserimento di frammenti di vita quotidiana nell’ambito delle opere sacre, elementi che successivamente, sarebbero stati eliminati in quanto non pertinenti al tema, che doveva essere sviluppato con la minor fantasia possibile, in perfetta aderenza con le verità esplicitata dalle narrazioni bibliche. Eppure nel periodo precedente a questa stretta iconografica un uomo che orina in fondo  a una valle – come nel Sant’Elia dormiente di Moretto –  o un cane che fa pipì su uno dei pali della capanna di Gesù bambino – come nella Natività di Tiziano, appartenuta proprio a San Carlo Borromeo – avevano un significato di verità teologica.

Elia confortato dall'Angelo

Un viandante che orina, sullo sfondo del quadro Elia confortato da un angelo (foto sopra) del Moretto

Un viandante che orina, sullo sfondo del quadro Elia confortato da un angelo (foto sopra) del Moretto

Essi servivano a comunicare al fedele che nulla dei libri sacri si collocava in una dimensione esclusivamente sovrannaturale e che tutto il percorso biblico. che dalla Creazione porta a Gesù e che da Gesù conduce alla predicazione da parte degli apostoli e dei discepoli, era calato in una realtà umanissima, quasi feriale.Ciò che era oggetto di narrazione non erano fiabe, ma eventi collocati nelle quotidianità, calati nel mondo di ognuno; attraverso questo escamotage linguistico era possibile al pittore aprire una finestra all’interno della quale il fedele riconoscesse in tutto la propria realtà; anche perchè il cattolicesimo, attraverso l’eucarestia, non è una semplice religione di rievocazione dei fatti, ma di rinnovamento degli atti. Gesù, che è figlio dell’uomo, torna ad essere presente quotidianamente sulla terra attraverso il sacrificio eucaristico. Egli permea la realtà. Si avvicina agli altri uomini, ne condivide il mondo. E in questo mondo transitano anche i cani che fanno la pipì contro alberi o pali. Dobbiamo certamente aggiungere che di questo avviso non era già più san Carlo Borromeo  – o comunque uno dei suoi assistenti –  che fece coprire, nel suo adorato quadro di  Tiziano, il cane che orina, figura di animale riportata alla luce durante un recente restauro.

L'adorazione dei pastori di Tiziano Vecellio, in cui appare il cane che orina. Sotto: lo stesso quadro, prima del restauro. Il cane era stato fatto coprire dall'entourage di San Carlo Borromeo.

L’Adorazione dei pastori di Tiziano Vecellio, in cui appare il cane che orina, con la funzione di accrescere la verità della scena. Sotto: lo stesso quadro, prima del restauro. Il cane era stato fatto coprire dall’entourage di San Carlo Borromeo.

TIZIANO ADORAZIONE DEI PASTORI PRIME RESTAURO

Il realismo in pittura
C’è chi defeca in piazza

La scuola lombarda è sempre stata attenta a rendere particolari realistici. Non possiamo dimenticare, in questo ambito Il Nano del Pitocchetto, che appare in tutta la sua nobile espressione mentre, dietro di sè, un vagabondo defeca in piazza. Nuovi studi condotti da Bernardelli Curuz e Conconi Fedrigolli stanno modificando l’interpretazione politica delle figure del Pitocchetto, erroneamente considerato,in precedenza, un precursore del pensiero “progressista”. In realtà i due studiosi lavorano a documenti sulle operazioni di “polizia” svolte contro vagabondi e irregolari, soprattutto agli inizi del Settecento, con internamento in campi di lavoro o in istituzioni formative. che dimostrano che l’artista rendeva così cruda la realtà, nell’ambito di un ampio programma propagandistico scelto dai committenti, per ragioni di sicurezza e controllo sociale contro la mendicità e a favore dell’inserimento dei poveri e dei vagabondi in strutture di rieducazione al lavoro. Pitocchetto opera spesso sulla dicotomia disordine sociale- lavoro. E anche in quest’opera mostra, alla nostra sinistra, le ordinate laboriose operazioni svolte dagli operai e la figura lontana che sporca uno spazio pubblico.

PITOCCHETTO IL NANO

PITOCCHETTO IL NANO (2)

L’orina, la fecondità, l’oro
tra la tradizione alchemica

pipì e alchimia

Lorenzo Lotto fu certamente vicino all’ermetismo e, probabilmente, alle pratiche alchemiche, come dimostrano alcuni disegni e dipinti. La pipì entra nei suoi quadri come oro,elemento di fecondazione e di ricchezza. Ma è soprattutto preziosa pipì dei bambini.

Un putto che minge gioiosamente sui fedeli sottostanti è presente nel graticcio di vite dipinto dal maestro veneto nella cappella Suardi, un oratorio situato nella villa di Trescore Balneario (provincia di Bergamo). Dedicato a santa Barbara e santa Brigida, l’edificio privato di culto venne fatto costruire dai cugini Giovan Battista e Maffeo Suardi, ed è stato affrescato completamente nel 1524 da Lorenzo Lotto per volere della famiglia di Giovan Battista, con il Cristo-Vite e Storie delle vite di sante. Trescore Balneario è storicamente un centro di produzione vinicola e una consistente ricchezza doveva giungere ai Suardi anche dall’attività viti-vinicola. Per questo, evidentemente,  ringraziarono il cielo della’abbondanza dei doni e della feracità dei terreni richiamandosi a Cristo che è simboleggiato dalla vite (Giovanni, 15)

Cristo che diviene simbolo di fecondità, nel Vangelo di Giovanni-15

«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
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Giocando sul doppio registro della materia e dello spirito, Lorenzo Lotto realizza un capolavoro, tanto sotto il profilo tecnico quanto sotto quello quello creativo.E poiché si trova ad operare in edificio privato di culto – libero di unire elementi della classicità pagana ad elementi della religione cristiana -fa spiovere e piovere un eroto vendemmiatore che irrora di “pipì santa” – tale è considerata popolarmente l’orina dei bambini – gli astanti. Oro che egli reitera dal pene infantile di Cupido che scalda con liquido rovente il grembo di una Venera sdraiata, con petali di rosa tra cosce e pube e una grossa conchiglia alle spalle, evidentemente simbolo della cavità femminile. Cupido orina sulla bellissima donna, facendo passare il getto al centro di una corona arborea, forse mirto – pianta matrimoniale – sotto la quale ardono e fumigano incensi rituali. L’opera si presenta come consumazione di un rapporto sessuale. In tale contesto – quello della consumazione – andrebbe letta anche la frantumazione della rosa, anch’essa legata al mistero dei “petali della femminilità”.

lotto venere e cupido

lotto particolare

L’orina e le feci degli adulti

La connotazione aggressiva

e rivoluzionaria

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L’arte del Novecento utilizza orina e feci come linguaggio adolescenziale di rivolta contro  l’ordine costituito.  Dall’orinatoio di Duchamp http://www.stilearte.it/e-questa-la-chiami-arte-capire-150-anni-di-moderno/alla merda d’artista di Piero Manzoni (per approfondimento clicca, qui accanto, il nostro link interno www.stilearte.it/cosa-contengono-davvero-le-scatole-di-merda-dartista/   fino al Cristo nell’orina di Serrano e un’infinità d’altre corrosive applicazioni (http://www.stilearte.it/se-il-corpo-e-un-tubetto-di-colore/)


Lo scultore tedesco Marcel Walldorf ha suscitato scandalo, nel con la presentazione della scultura, realizzata in materiali plastici, intitollata Petra fa la pipì.(2010). Petrà è infatti una poliziotta delle forze speciali impegnate nel contrastare i disordin in piazza. L'artista, che opera lungo il filone di Maurizio Cattelan, crea un cortocircuito tra violenza della divisa e la postura non aggressiva della donna che fa la pipì. Ciò induce una serie di considerazioni, partire dall'impossibilità che la parità tra gen neri implichi un coinvolgimento, culturalmente forzoso,degli elementi pacifisti della società in azioni violente

Lo scultore tedesco Marcel Walldorf ha suscitato scandalo, con la presentazione della scultura, realizzata in materiali plastici, intitolata Petra fa la pipì.(2010). Petra è infatti un’immaginaria poliziotta delle forze speciali, impegnate nel contrastare i disordini di piazza. L’artista, che opera lungo il filone di Maurizio Cattelan, crea un cortocircuito tra violenza della divisa e la postura non aggressiva della donna che fa la pipì. Ciò induce una serie di considerazioni, a partire dall’impossibilità che la parità tra gen
neri implichi un coinvolgimento, culturalmente forzoso,degli elementi pacifisti della società in azioni violente

Two men stand near a statue of Soviet dictator Josef Stalin in Kiev

Una scultura che rappresenta il dittatore sovietico Stalin, mentre orina. Il lavoro, presentato in Ucraina, contesta la sacralizzazione di Stalin compiuta dalla storia comunista e lo coglie nella fragilità umana. Qui, rispetto al personaggio, l’orina è un elemento abbassante poichè i veri Dei non orinano. L’opera fu oggetto di una violenta reazione da parte dei comunisti

Rzeźba_Davida_Černego_z_2004,-Sikający-

 

 

NEL VIDEO: MARINA RIPA DI MEANA GETTA “PIPI’ D’ARTISTA” SU SGARBI

 

I cartelli più strani
Quasi (forse) opere d’arte pop

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