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Perugino segreto


di Alessandra Zanchi

Pietro Vannucci detto il Perugino, illustre protagonista del Rinascimento italiano si riconosce per la sua arte cristallina, caratterizzata da raffinate trasparenze, da armonie di colori e di luci, da figure piene di grazia delicata e di dolce melanconia, inserite in prospettive sapienti e infinite. Maestro di Raffaello, fu per anni modello e punto di riferimento da seguire, e un’intera generazione di autori diffuse ampiamente il suo innovativo linguaggio. “Stile” intervistò  Vittoria Garibaldi, soprintendente dell’Umbria, che rivelò novità interessanti.

xx_18Dieci anni di studi hanno portato alla luce aspetti inediti dell’opera del Perugino, e – soprattutto – una campagna di interventi di restauro ha coinvolto tutte le testimonianze artistiche del maestro. Ci sono scoperte relative alle tecniche impiegate nella bottega o all’esecuzione dei dipinti?
Gli interventi di restauro hanno offerto l’opportunità di approfondire la conoscenza delle opere dal punto di vista delle tecniche d’esecuzione e dei materiali costitutivi. Ciò è stato possibile anche attraverso l’utilizzo di indagini scientifiche, tecnologicamente avanzate, che hanno permesso di individuare componenti chimiche utili a identificare e classificare i materiali utilizzati dall’artista nel corso della sua attività pittorica. Nello specifico, l’analisi della composizione chimica dei pigmenti effettuata da vari studiosi internazionali su dipinti presenti in Italia e all’estero, un campione dunque molto vasto, è stata utile per la loro datazione. Per esempio, la presenza di zinco sulle campiture di marrone scuro si rintraccia solo a partire dal 1510; oppure, si è riscontrata la presenza di manganese nelle opere del 1498 ma non più in quelle posteriori al 1500.Il confronto tra disegni e dipinti è certamente un’occasione di verifica dell’itinerario artistico di Perugino.

Gli studi preparatori per celebri dipinti, i disegni per figure bibliche e mitologiche, per ritratti, paesaggi e grottesche, permetteranno di cogliere le straordinarie capacità grafiche del Vannucci. Può farci alcuni esempi? Ci sono confronti che hanno svelato novità interessanti?
Il Perugino è stato oggetto di aspre critiche che, a partire dal Vasari, lo tacciavano di ripetitività nella esecuzione dei soggetti, riprodotti attraverso l’uso di modelli o cartoni. Tuttavia, oggi sappiamo, grazie alle nuove tecniche di indagine riflettografica a infrarossi, che l’artista usava apportare sostanziali modifiche al modello, elaborando spesso disegni diretti e originali che ne attestano senza dubbio le eccezionali capacità grafiche e compositive. Esempi significativi sono: il dipinto con la “Deposizione dalla Croce”, degli Uffizi, che è il frutto di ripetuti ripensamenti e non di un ricalco di modelli come sosteneva Vasari (basta confrontare molti disegni, presenti in mostra, con il definitivo); l’“Adorazione dei Pastori”, affresco staccato dalla chiesa di Monteripido vicino a Perugia (ora nella Galleria nazionale dell’Umbria), che dimostra come le figure degli angeli non siano ripetute semplicemente in modo speculare bensì rielaborate, soprattutto nella composizione delle mani; e ancora la “Pala Tezi” e la “Pala della Madonna della Consolazione” (sempre della Galleria nazionale), che sembravano tratte dallo stesso cartone e che in verità hanno una scala differente e quindi necessariamente derivano da due cartoni indipendenti.

Una sezione documentaria, curata dall’Archivio di Stato di Perugia, intende presentare alcuni aspetti della storia della città in epoca contemporanea all’artista. Ci sono documenti inediti? Chi erano i committenti del Perugino?
La mostra non poteva trascurare un aspetto di grande interesse quale quello della contestualizzazione del personaggio e del ruolo svolto nell’ambito della propria epoca. Anche in questo campo i risultati raggiunti si devono a un lungo lavoro di ricerca condotto negli archivi della città, che ha evidenziato aspetti inediti della storia perugina tra ’400 e ’500, dall’analisi della ricca e potente oligarchia nobiliare, alla ricostruzione di pregevoli luoghi di culto oggi distrutti, alla rilettura dei risultati letterari e simbolici della cultura umanistica coeva, agli approfondimenti sulla committenza delle opere del Perugino. A questo proposito nuovi apporti documentari hanno evidenziato la diversità esistente tra le commissioni ricevute dagli enti religiosi o dalle autorità civili e quelle avute da privati cittadini, in prevalenza esponenti dell’antica e della nuova nobiltà cittadina, quali i Baglioni, i Tezi, i Martinelli, i Graziani.



Molte opere del maestro forzosamente emigrarono in Francia durante la stagione napoleonica. Può raccontarci di più in proposito?
E’ noto che le requisizioni operate durante l’occupazione francese del 1797-99 impoverirono enormemente il patrimonio artistico italiano. Le opere dei maggiori autori rinascimentali, considerati capolavori per eccellenza, furono le prime ad essere trasferite a Parigi per la costituzione dei musei dell’impero napoleonico. Anche da Perugia, come negli altri territori occupati, venne operato un sistematico “prelievo” di beni artistici che, destinati inizialmente alla capitale francese, furono in seguito assegnati pure ai musei dipartimentali. Dalla cattedrale perugina fu trasferita in Francia la grande tavola dello “Sposalizio della Vergine”, eseguita dal Perugino tra il 1500 e il 1504 per la cappella che ancora oggi custodisce l’anello della Vergine; mentre dall’altare della cappella del palazzo comunale fu prelevata la cosiddetta “Pala dei decemviri”. Nessuna delle due opere fu restituita alla città: la prima rimase in Francia, destinata al Museé des Beaux Arts di Caen, dove tuttora è custodita, mentre la seconda, resa dai francesi al Pontefice dopo la caduta di Napoleone, rimase a incremento della Pinacoteca Vaticana.

Parlando nello specifico della mostra, in questo percorso così vario e articolato la Galleria nazionale di Perugia ospita la rassegna dei dipinti che consentono di ripercorrere le tappe fondamentali del percorso del maestro. Quali sono le opere fondamentali qui presenti, e come sono state selezionate?
La selezione va dai capolavori giovanili (provenienti da Berlino, Birmingham, Liverpool, New York e Parigi), ai quadri della Cappella Sistina e del periodo romano, fino all’attività fiorentina ed umbra. Per documentare la fase romana dell’artista verrà presentato lo straordinario polittico Albani-Torlonia, un’opera mai uscita dalla villa dei principi Torlonia e presentata, quindi, per la prima volta al grande pubblico. Fondamentali anche alcune ricomposizioni, come quelle del polittico di Sant’Agostino e della già nominata Pala Tezi, quest’ultima riunita alla predella conservata a Berlino.

Oltre alla miniatura esposta nella sezione del Monastero di San Pietro, dove si trova il “Martirio di San Sebastiano”, l’unica miniatura firmata dal Perugino, quali sono gli altri aspetti della produzione artistica umbra indagati dalla mostra?
La mostra indaga la produzione degli anni ’60-’70 del Quattrocento, cruciali per l’introduzione in Umbria delle innovazioni artistiche di ambito fiorentino, padovano e adriatico, soffermandosi su alcuni capolavori locali e focalizzando il ruolo svolto dal Perugino nel rinnovare motivi iconografici e stilistici anche nel campo delle arti minori.

Infine, cosa può dirci riguardo alla fortuna e alla diffusione dell’arte del Perugino tra i suoi seguaci?
Fu straordinario il successo riscosso in Umbria dai modelli e dalle formule peruginesche, che per oltre un cinquantennio verranno sostanzialmente ripetute dai seguaci del maestro, su richiesta di una committenza conservatrice, non sempre pronta ad aprirsi alle novità del Manierismo.

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