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Pierangelo Benetollo –

 

L’iperrealismo al servizio delle atmosfere metafisiche. La natura intesa non tanto come evidenza concreta, in grado di conchiudere il proprio ruolo in una sorda determinazione alla vita, ma come entità simbolica, sospesa ed allusiva, attraverso la quale forze esterne preponderanti manifestano se stesse.
La ricerca di Pierangelo Benetollo prosegue con buoni esiti in questa direzione iconografica fino a configurare, sempre più decisamente, dopo i periodi di sperimentazione, le linee di un linguaggio autonomo, per quanto sempre, sul fondale, appaia in controluce, nell’artista camuno, l’omaggio al mondo di Giulio Mottinelli, con i suoi incanti raggelati e gli attimi eterni. L’imprinting mottinelliano, in Benetollo, è anche sottolineato dal ricorso a una titolazione delle opere che transita attraverso l’elemento magico-orfico. Titoli che sono schegge di una poesia ermetica, alle quali viene assegnata la funzione di rafforzare il senso di straniamento del dipinto, in grado di bloccare lo spettatore, in un momento di mistico silenzio – quello che ci predispone alla comprensione e alla rivelazione -, prima che egli abbia accesso al senso dell’opera stessa.
Il fruitore matura pertanto la certezza di non trovarsi di fronte a un brano naturale ricostruito dal pittore minuziosamente, con paziente lavoro, ma di essere entrato nella cornice di un brano in grado di svelare qualcosa che sta al di là dell’apparenza stessa. Il mondo di Benetollo è quello camuno, sul quale persiste una cristallina cupola arcana. Una terra dalla quale non si evidenziano, di fatto, se non nei nuclei abitativi di fondovalle, cancellazioni dello spirito rituale che, a partire dal paleolitico, caratterizzò la valle, trasformandola in una delle cattedrali naturali più ampie e antiche del mondo. E’ in questa natura-tempio che Benetollo si muove alla ricerca delle voci dei numi.
Ma l’artista, quasi a sottolineare la permanenza di quegli arcaici messaggi – che poi transitano attraverso l’identica replica delle stagioni sulla linea circolare del tempo ciclico -, proietta in là nel tempo l’icona numinosa, conferendole il fulgore di un’immagine cinematografica o computerizzata, come accade nell’opera Anita, la seduzione, che non ha la funzione di apparire nella connotazione di un semplice ritratto, ma di assumere il ruolo rappresentativo di una divinità dell’amore, colta ab antiquo e rilanciata, in nuova effigie, nel segmento del contemporaneo. Il tratto umano è proiettato in una dimensione altra, attraverso un raffreddamento cromatico e la resa di un’epidermide di porcellana che tanto somiglia alla pelle delle nuove eroine del computer, come Lara Croft, dea assoluta dei sogni digitali.
E verso questa digitalizzazione dell’eterno muove Benetollo. Anche quando esplora il mondo naturale della Piazza delle Tre lune, dipinto nel quale, con un citazionismo volto alla rilettura e alla riscrittura di antichi brani di storia dell’arte, l’autore interpreta il Dürer esploratore dei micromondi, dei lacerti ignobili, dei prati poveri, proponendo una zolla di piante di tarassaco, che assume evidentemente un carattere di ineffabile mistero. O come, ancora, in Compagni di viaggio, quando descrive con accuratezza lenticolare due enormi alberi della foresta che, pur nell’epoca del digitale, continuano ad estendere agli uomini in transito la propria solenne benedizione.


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[PDF] Pierangelo Benetollo

STILE ARTE 2006

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