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Pietro Annigoni: “I miei incontri di pittura con Jacqueline, Kennedy, la Regina Elisabetta e papa Giovanni”


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annigoni al cavalletto annigoni nello studio con un manichino

Il “pittore delle regine”. Ma anche dei papi e dei presidenti. Perché Pietro Annigoni questo fu, il ritrattista prediletto dai potenti della Terra. Se Berenson certo esagerava nel definirlo in vita “il più grande” del secolo, è altrettanto vero che egli non meritava il declino della popolarità di cui è stato vittima dopo la morte, sopraggiunta nel 1988.

Abscondita ha pubblicato, a cura di Angela Sanna, il Diario (collana Carte d’artisti, 144 pagine). Di notevole interesse il racconto degli incontri con alcuni protagonisti della storia del Novecento – John Kennedy, Giovanni XXIII, Elisabetta II -, che Annigoni era stato chiamato ad effigiare e che per tale motivo accolsero il pittore all’interno dei propri sancta sanctorum.

Ecco come viene descritto il primo approccio con Kennedy.

Finalmente, dopo qualche ulteriore sosta in due o tre uffici, sono introdotto in quello del presidente. Cordialità moderata. E’ piuttosto alto, con le spalle a gruccia, testa quadra, occhi che strabuzzano, pesti.

“Lei ha fatto un ritratto alla duchessa del Devonshire, è vero?”.

 

 

“Sì, circa sei o sette anni fa”.

“Già, me lo diceva giorni or sono”.

Poi mi domanda cosa vorrei che facesse per il ritratto che s’ha da incominciare.

“Beh! Vorrei mi potesse concedere più tempo possibile e posare per bene, fermo”.

Discorso al vento. Potrò star lì, nel suo ufficio, quanto vorrò, anche cinque o sei ore, ma lui leggerà, scriverà, riceverà gente, segretari, ambasciatori, discuterà di problemi chissà quanto ghiotti per i giornalisti che attendono fuori… senza mai star fermo un momento. Qualche volta dirà: “Well, Mr Annigoni, is having an hard time”, con la buona intenzione d’aiutarmi, ma sarà per un attimo.

Un paio di volte – si vede che i personaggi in visita erano importanti – la famosa stanza ovale è stata invasa letteralmente dai fotografi, per una frazione di tempo esattamente cronometrata dalla segretaria numero uno. Presidente e personaggio in piedi accanto alla scrivania, strette di mano, largo sorriso ad hoc, e via tutti. Fuorché lui e me, naturalmente, che siamo tornati al nostro lavoro senza alcuna voglia di sorridere.

Durante l’unica brevissima sosta che s’è concessa, dà un’occhiata a quello più progredito dei miei schizzi e, con tono di disapprovazione, commenta un segno di carbone un po’ troppo duro col quale ho tentato di definire il mento. Poi, indicandomi un quadretto, sul tavolo, mi confida che è di sua moglie, e subito aggiunge: “Per carità, non glielo dica. Si arrabbierebbe se sapesse che io gliel’ho mostrato”.

 

Jacqueline Kennedy, pittrice dilettante

 

Di quel quadretto invece Annigoni, con Jacqueline, finisce per parlarne. Presto, infatti, ha l’occasione di conoscere la first lady, che si intrattiene a chiacchierare di pittura con lui.

La signora Kennedy è simpatica e carina, fragile. Indossa pantaloni e impermeabile (si vede che è venuta dal suo appartamento agli uffici attraverso il giardino). Mi accoglie con molto calore.

Si rende conto di quanto difficoltose siano le sedute con un marito che, poveretto, ha così gravi impegni da risolvere. Dovrei stabilirmi a Washington per qualche tempo – mi dice – e trovarmi uno studio. Sarebbe felice se io potessi eseguire per loro un vero e proprio ritratto. “Eppoi, ogni tanto potrei venirla a vedere mentre dipinge, perché il suo procedimento tecnico mi interessa e mi incuriosisce. Ho sentito dire di una speciale tempera che lei usa, di una strana mescolanza di uova, vino…”. Le fornisco qualche delucidazione e, per rivelarle che sono al corrente del suo interesse per la pittura, vengo meno all’impegno e faccio cenno al quadretto che ho visto ieri.

Non s’arrabbia, dopo tutto, e solo sorride con modestia mentre mi dice che quello è stato uno dei suoi primi tentativi; una copia da una vecchia stampa a colori…

L’artista ha terminato il proprio lavoro con Kennedy, ed è il momento del congedo.

Era tardi, questa sera, quando ho raccolto le cose mie. Tutti se n’erano andati, anche dagli uffici, e c’era un gran silenzio. Mentre impacchettavo cartelle, tavolette, cavalletto e colori, Kennedy, che s’era levato, se ne stava eretto, con le mani appoggiate sulla scrivania, silenzioso. Quando sono stato pronto ad andarmene e mi sono rivolto a lui per salutarlo, non s’è accorto di me, e per alcuni secondi lunghissimi ha continuato a fissare chissà cosa e dove con gli occhi leggermente strizzati e tutto assorto. Poi s’è riscosso, m’ha teso la mano e sorridendo mi ha detto: “Goodbye, we will miss you”.

Ho capito che in tante ore assidue trascorse là dentro avevo subito un processo di metamorfosi e che mi ero trasformato in un qualcosa come una seggiola o un soprammobile, ormai destinati altrove.

 

Papa Giovanni e la “piccola cosa” chiamata Gioconda

 

Ben diversa è l’esperienza di Pietro Annigoni con Giovanni XXIII, il quale – al contrario del presidente Usa – si dimostra affabile e disponibile al colloquio.

Il discorso, un po’ guidato da me, è caduto stamani sull’invio ormai probabile della Pietà di Michelangelo alla Fiera mondiale di Nuova York. Io esprimo chiaramente il mio pensiero, e cioè la mia disapprovazione.

Il papa quasi non ha atteso che finissi di parlare e mi ha risposto con impazienza: “Non capisco perché questo progetto debba essere così discusso e da tante parti osteggiato. La Pietà a Nuova York darà o non darà soddisfazione e gioia a milioni di persone che altrimenti non avrebbero mai occasione di ammirarla? E allora? Perché non dovrebbe essere mandata? E poi… sia pure le opere d’arte… anche le più grandi… sono cose del mondo e non ci si dovrebbe attaccare a esse con fanatismo”.

Insisto a dirgli, benché sfiduciato, che in ogni caso abbiamo il dovere di proteggerle, certe opere d’arte e, in primo luogo, il dovere di non esporle volontariamente al pericolo d’essere menomate o addirittura distrutte, se vogliamo tramandarle, incolumi se possibile, a coloro che verranno dopo di noi.

“Questo sì, è vero – mi risponde, – tuttavia… ero a Parigi quando fu rubata al Louvre la Gioconda… e anche allora che baccano se ne fece, che baccano!… per una così piccola cosa (coi gesti ne precisa la ‘piccolezza’). Certo il ladro meritava d’essere punito (e con la mano fa il gesto di sculacciare un bambino) ma, tutto sommato, che esagerazione fu quella!…”.

Anche del congedo da papa Roncalli troviamo riferimento sulle pagine del diario del pittore.

Prima d’andarsene è venuto a vedere il disegno e, rivolgendosi a monsignor Capovilla: “Questo è uno che sa il suo mestiere” ha detto.

Poi ha indicato l’orecchio piuttosto voluminoso e l’ha scherzosamente commentato: “Anche questo è proprio così. Quando ero in seminario ed ero piuttosto magro i miei orecchi sembravano ancora più grandi, tanto che i compagni, ravvisando una certa rassomiglianza con gli orecchi dei pachidermi, mi chiamavano l’‘elefante’”.

Nell’accomiatarmi mi sono genuflesso per benino e son perfino riuscito a cogliere a volo la mano. Quella mano che lui, dopo, mi ha posato su una spalla dicendomi per tutto saluto: “Coraggio”.

Un cattivo modello il papa, ma veramente un sant’uomo, direi. Emana da lui una dolce serenità, nonostante le evidenti sofferenze fisiche e non solo fisiche. Con poche parole sa riportarti davanti all’Eterno e ti sa ricordare, come nessuno che io sappia, il “vanitas vanitatum”…

 

La regina Elisabetta, Apollo 12 e la tariffa del taxi

 

Divertenti infine i siparietti con Elisabetta II, durante le lunghe pose per il ritratto negli appartamenti di Buckingham Palace. In quei giorni, è in corso una memorabile impresa dell’uomo nello spazio, ma la sovrana pare essere più interessata ad osservare dalla finestra le piccole banalità della vita quotidiana che si svolgono a due passi da lei.

Sono preoccupato col lavoro e ascolto senza attenzione la regina che mi racconta del ritorno dell’Apollo 12.

Sembra che ci siano state delle difficoltà all’ultimo momento. “Si vede che è più facile scendere sulla Luna che sulla Terra”. Poi la sento e la vedo interessata alla presenza di un policeman sul piazzale. Ci dev’essere qualcosa che non le torna perché la sento disapprovare l’impiego, a quanto sembra, del suddetto policeman.

Ed ecco che sul piazzale si verifica un incidente d’auto, con grande stridore di freni. Niente di grave; un taxi e un’altra macchina, guidata da una signora, si sono affiancati fino a sfregarsi. Sono lì ferme, e tassista e signora discutono. La regina li osserva interessata. “Intanto il tassametro gira – commenta, – e quel poveraccio nel taxi dovrà pagare”.

La scenetta che trattiene l’interesse della regina si svolge, per mia fortuna, in un punto del piazzale che la induce a restare più o meno nella posa da lei desiderata. La discussione, laggiù, dura un buon quarto d’ora. “Forse – commenta ancora – il tassista scalerà il prezzo”.

Mentre sto lavorando i capelli, faccio cenno alla parrucca sul capo del manichino lì accanto, indossante il costume del British Empire, che ne riproduce abbastanza fedelmente il colore e l’acconciatura. “Sì – mi dice la regina, – è un’ottima imitazione, ed è costata anche molto cara”.

Silenzio, e, d’improvviso: “Sono ansiosa di conoscere il rapporto della polizia di palazzo circa lo studente di Oxford che per il compleanno di Charles è intervenuto non invitato. Sono curiosa di sapere che spiegazione ha dato”. La guardo meravigliato e interrogativamente, e la regina continua: “Sì, uno studente di Oxford è fuggito l’altra sera dal collegio e si è presentato prima qui ai cancelli e quindi, essendogli stato rifiutato l’ingresso, ha trovato il modo di scavalcare il muro di cinta del giardino e di raggiungere mescolandovisi il gruppo di giovani invitati alla festa”.

“Ma – dico io, – una volta scoperto, non ha dato nessuna spiegazione?”.

“L’ho visto – risponde la regina, – ed era talmente ubriaco che, a parte certe villanate, non sapeva dire altro”.

“Sarà stata una bravata” suggerisco.

“Credo anch’io” risponde.

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