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Quando le vergini ninfe sono assalite dal vizio


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L. Bartolini e G. Duprè, Ninfa dello scorpione, 1837ca., marmo, cm.88 x 122 x 67, San Pietroburgo, Ermitage

L. Bartolini e G. Duprè, Ninfa dello scorpione, 1837 ca., marmo, cm.88 x 122 x 67, San Pietroburgo, Ermitage

Così Charles Baudelaire, scrisse nel 1845 a seguito della sua visita al Salon parigino di quell’anno, a proposito de La Ninfa dello Scorpione scolpita da Lorenzo Bartolini per il principe  Charles de Beauvau: “(…)Certamente i nostri scultori sono i più abili, e questa preoccupazione eccessiva del mestiere assorbe oggi i nostri scultori come i nostri pittori; – ora, è appunto a causa delle qualità un po’ dimenticate dai nostri, cioè: il gusto, la nobiltà, la grazia – che guardiamo l’opera di Bartolini come il pezzo capitale del salone di scultura. (…) nessuno di essi ha saputo trovare un motivo così grazioso; nessuno di essi ha questo grande gusto e questa purezza d’intenzioni, questa castità di linee che non esclude affatto l’originalità (…)”. Forse Bartolini, che con il committente si era espresso in modo molto timoroso riguardo all’idea di esporre la sua creazione al Salon, non lesse mai la splendida recensione, ma gli echi del successo presto lo raggiunsero tanto da acquisire sempre maggiore considerazione e fama tra gli artisti, i letterati e la classe nobiliare, non solo della sua città, che presto gli tributò importanti onorificenze pubbliche.

Nel 1846 l’Imperatore di Russia, in visita nell’atelier dell’artista, a Firenze, vedendo il gesso della Ninfa dello Scorpione gli affidò la commissione dell’opera. Purtroppo Bartolini non riuscì a consegnare la statua perché nel 1850 fu interrotto il suo iter terreno. La vedova Virginia Buoni chiese a Giovanni Duprè di completare l’opera; in precedenza lo stesso Duprè aveva rifiutato al principe Demidoff di concludere il monumento dedicato al padre, sempre avviato da Bartolini, per una sorta di rispetto nei confronti del Maestro non volendo intervenire su un gruppo marmoreo che era quasi concluso e per il quale Bartolini aveva lavorato per un lungo tempo, nel caso invece di due altre opere, la Ninfa dello Scorpione e della Ninfa del Serpente, quest’ultima allogata dal marchese Ala Ponzoni,  Duprè accettò perché come riporta nei sui “Pensieri sull’arte e Ricordi autobiografici”: “ Ed eccomi alla spiegazione su questo punto, che in apparenza mi pone in contraddizione con me stesso. (…) quella della Ninfa dello Scorpione per l’Imperatore di Russia, il Bartolini non aveva mai messo le mani, anzi non era finita neppure di sbozzare. (…) Accettai dunque l’una e l’altra  commissione: quella perché la mano del Bartolini non vi s’era mai posata questa; questa, perché io potevo e volevo rimediarla (…).– ndr. Duprè si riferisce alla Ninfa del Serpente – Finii le due statue imitando i modelli originali, ove questi erano accuratamente finiti, e interpretandoli ov’erano appena accennati. Scegliendo nella viva natura i modelli adattati; e così soddisfeci alla fiducia dei committenti ed alla mia coscienza(…)”.

L. Bartolini e G. Duprè, Ninfa dello scorpione, (particolare) 1837ca., marmo, cm.88 x 122 x 67, San Pietroburgo, Ermitage

L. Bartolini e G. Duprè, Ninfa dello scorpione, (particolare) 1837 ca., marmo, cm.88 x 122 x 67, San Pietroburgo, Ermitage



Duprè con il suo magistrale e sensibile scalpello porta a compimento i due marmi di Lorenzo Bartolini che si legano tra loro oltre che per tratti iconografici anche e soprattutto per il significato morale ed etico impresso dal plasmatore del modello. Si tratta infatti di due giovani fanciulle che vengono “ assalite dal vizio”. Il serpente e lo scorpione ricorrono nel Mitraismo, culto ellenistico, praticato anche in epoca romano, quali alleati del Dio del Male. La bellezza e la purezza eterea delle due Ninfe sono messe in pericolo e rischiano di essere scalfite, con sottesa la trasposizione delle due figure ideali nel mondo reale, e nelle sue reali realtà quotidiane. Un messaggio quello bartoliniano, in parte celato, ma di grande forza che ribadisce la Virtù cristiana e la purezza dell’anima.

Nel caso della Ninfa dello Scorpione immagina una fanciulla da tratti adolescenziali, in cui l’acerba e pudica nudità del corpo non ha nessun rimando sensuale, anzi, così come nella Fiducia in Dio del 1835, in cui la delicata figura femminile appare immersa in un pensiero spirituale che emana tutta la sua purezza e religiosità laica, così accade anche in quest’opera successiva. Il viso dai lineamenti precisi, gli occhi attenti rivolti al piede appena punto dallo scorpione che si sta allontanando da lei, la bocca socchiusa dichiara un seppur lieve dolore. Una leggera e dalla efficace consistenza tattile ciocca di capelli esce inaspettatamente dalla severa acconciatura che raccoglie i capelli sul capo, quasi ad indicare come la splendida e all’apparenza lontana Ninfa è una fanciulla, tutte le fanciulle.

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