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Quando un’opera d’arte ci aiuta a capire come il nostro cervello crea un’emozione


L’emozione è creata dal nostro cervello tramite la simulazione di azioni e di sensazioni, e nella percezione finale conta, seppure solo in parte, il grado di cultura individuale. Tutto ciò, sostengono alcuni ricercatori dell’Università di Parma, è vero anche, e soprattutto, nell’ambito dell’arte, poiché c’è un settore della nostra mente che si attiva a contatto con quadri e sculture.

Un gruppo di volontari, posti di fronte ad alcune tele, hanno reagito nello stesso modo
– secondo le registrazioni effettuate dalla risonanza magnetica -, cioè rievocando le emozioni vissute dai personaggi dei dipinti o, ancora, seguendo con il movimento del corpo e della testa le tracce lasciate dalle pennellate nelle opere non figurative. Ci si è resi conto, per esempio, che nel caso dell’Incredulità di san Tommaso di Caravaggio entrano in azione quei neuroni che di solito si attivano quando veniamo toccati, come risposta del nostro cervello che “percepisce” il movimento dell’apostolo che con il dito penetra nelle piaghe di Cristo; o, ancora, alla vista dei Prigioni di Michelangelo si azionano nella mente le zone che controllano il movimento dei muscoli corrispondenti ai punti messi in evidenza dallo scalpello dell’artista, e le contorsioni della pietra vengono trasmesse al corpo, ovviamente in forma psichica. Allo stesso modo in cui si accentua l’attività nelle aree del dolore di chi osserva i Disastri della guerra di Goya, così stress e ansia sono destinati ad aumentare in chi si trova di fronte al Ratto delle Sabine di Poussin.
Davanti a quadri astratti, invece, lo spettatore, non potendo vedere personaggi o forme riconoscibili, s’immagina il gesto del pittore che dipinge o, nel caso di Fontana, che taglia la tela.

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