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Quel santo sembra un troglodita


In terra piemontese, spesso la raffigurazione dell’eremita Onofrio si fondeva con quella assolutamente blasfema del mitico ed orribile uomo selvatico, anarchico sovvertitore dei valori comuni

di Claudia Ghiraldello 

La canonica raffigurazione di sant’Onofrio quale asceta con corpo villoso e lunga barba ebbe talora a proporsi come mistificazione malriuscita, da scomunica per blasfemia, del terribile, leggendario uomo selvatico il quale, etnologicamente parlando, rappresenta la ferinità dello stadio umano primordiale distrutto dall’avvento delle regole sociali e, in parallelo, il paganesimo poi stravolto dall’arrivo del Cristianesimo.

Personaggio pericoloso, in Piemonte l’om salvèi abita ancora, sebbene malamente leggibile, la facciata di Casa Masserano, al Vernato di Biella; figura cinquecentesca, sta qui brandendo una clava nel gesto di sferrare il micidiale colpo per difendere la casa da eventuali aggressori.

Benna (Biella), oratorio di Santa Maria delle Grazie, dipinto di Gaspare da Ponderano

Benna (Biella), oratorio di Santa Maria delle Grazie, dipinto di Gaspare da Ponderano


Ma chi era questo selvatico? Era essenzialmente il diverso. Affetto da tricosi, portava una lunga e folta barba, era di statura bassa, tarchiato e dotato di una forza fisica enorme. Orgoglioso della propria libertà, era sovvertitore dei valori comuni. Ad esempio, era felice quando pioveva perché aspettava il bel tempo, ed era triste nel bel tempo perché aspettava la pioggia; temeva solo il vento, come le bestie che in quella circostanza corrono al riparo. Non riconosceva valore economico all’oro perché per lui oro era tutto ciò che riluceva, tutto ciò che era luminoso, anche il colore di certi fiori. Innamorato delle belle donne, era ingenuo, ma allo stesso tempo saggio, maestro, tra l’altro, delle tecniche casearie, della tessitura, della lavorazione dei metalli.

Un tempo, non era eccezionale vedere immagini di selvatici all’esterno di case e castelli. Poi, la capacità di autodifesa e il dominio delle forze naturali maturati dagli uomini finirono per ridimensionare il ruolo di protezione magica di tali creature, le quali andarono pian piano scomparendo, rifugiandosi entro i racconti mitici che avevano dato loro vita. Alcune di esse, le più scaltre, si “salvarono”, però, sotto le spoglie di sant’Onofrio.

Una, per restare in terra biellese, si trova sulla parete di fondo dell’oratorio di Santa Maria delle Grazie a Benna, ivi dipinta nel 1501 dall’artista tardogotico conosciuto come Gaspare da Ponderano. Si appoggia ad un nodoso bastone, che rimanda al pastorale del san Gottardo vicino al quale è ritratta. Accanto alla sua testa si legge la scritta “S. Auno[frius]”, ma l’aspetto ferino, nella massa di peli su tutto il corpo e nella cintura di foglie, la dice lunga sull’impatto visivo-emozionale giocato un tempo sul popolo dei fedeli.

Oropa, sacello della Basilica antica, dipinto del Maestro di Oropa

Oropa, sacello della Basilica antica, dipinto del Maestro di Oropa

E’ lo stesso messaggio di malcelata blasfemia inviato dalla figura del sant’Onofrio che nel santuario di Oropa abita la volta del sacello ove è custodita la statua della Madonna nera. Vi fu dipinto dal cosiddetto Maestro di Oropa, operante qui all’inizio del XIV secolo, e, sebbene tenga in mano un rassicurante Vangelo, tradisce l’intento provocatorio all’interno di un programma figurativo dichiaratamente canonico.

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