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Ramona Zordini, quelle splendide lastre dell’amore fossile

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Le immagini e le performance di Ramona Zordini sono splendide, anche se esse rinviano a un erotismo fossile; termine con il quale non identifichiamo una categoria negativa ma, piuttosto, uno stato d’essere, caratterizzato da un’eco geologica. E’ come osservare le danze sessuali tra due ammoniti, trasformate nell’interagire eterno di due grandi corpi fossilizzati; stavano accoppiandosi, durante la sciagure telluriche? E in questi ragazzi e ragazze non c’è pelle, non c’è guizzo; nessuna parola sussurrata, nessun amore, ma il pieno accesso all’anti-eros di De Sade e di Bataille. Il sesso distruttore. Per quanto plastiche e giovanilmente bellissime, le figure maschili e femminili sono inserite in questi acquari dominati dall’anossia; ed è il senso di soffocamento a imperare e a rendere molto difficile che si sviluppi, nell’osservatore, un semplice pensiero erotico. Che diremmo dovessimo vedere donne e uomini iguana? Uomini e donne coccodrillo? Se ragazzi e ragazze si trasformassero in serpenti, in un terrario acquario? I volti restano sott’acqua,  oppure ne sono al limite; i corpi avvertono questo punto estremo di collocazione e, anziché colloquiare carnalmente tra loro, pongono una tensione inquietante al termine della danza sessuale, condotta senza interagire con l’altro/a.

Ramona Zardini analizza ciò che lei sente in modo intenso: l’apparir del vero, gli inganni dell’età adulta, i dolori dell’abbandono della condizione infantile – che cita spesso, anche come una nouvelle Alice, lavorando sull’interazione tra disegni a fotografie-. Il suo è un sesso alla Schopenauer. Ramona ci racconta, seppur indirettamente, come sia stata strappata dal prato fiorito della sua primavera infantile, per essere proiettata nell’inquietante mondo della sessualità e della sopraffazione sentimentale. E questa Alice non piange, non si lamenta, non tenta di fuggire perché ha, in sé, una grande dignità e una straordinaria forza espressiva (curuz)

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Ramona Zardini
La biografia

Nasce a Brescia nel 1983.Nel 2009 a seguito di precendenti studi in grafica e pittura si laurea in Fotografia Artistica con il massimo dei voti. Nel 2009 viene inoltre pubblicata sulla rivista Internazionale Zoom e vince il Premio Telethon. Nel 2011 partecipa alla Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo con un progetto insieme a Studio Azzurro. nel 2014 la personale al Museo Nazionale della fotografia, nel 2016 la partecipazione al Documentario TV canadese “L’Art Erotique” e un capitolo nel libro “Il Corpo Solitario” di Giorgio Bonomi. Lavora in Italia e all’estero collaborando con gallerie per lo più inglesi, le sue opere risiedono in varie Collezioni Permanenti tra cui citiamo il Museo MACS e il Museo MUSINF.La sua ricerca artistica nasce dal mezzo fotografico imponendo fin da subito la necessità di eliminare le delimitazioni spaziali e mentali di opera fotografica quadrata e bidimensionale;Lavora principalmente sul concetto di mutamento, di trasformazione psico-fisica, attratta più dal divenire scandito e modificato dal tempo che dal processo compiuto, spesso attrice del suo stesso lavoro, si serve dell’arte per esplorare le proprie scatole chiuse e scoperchiarle.Negli ultimi anni, cercando di sovverchiare le delimitazioni spaziali ha unito la fotografia del corpo al cucito e alla tridimensionalità degli altorilievi lavorando prevalentemente con l’acqua, elemento ricco del concetto di trasformazione e delimitazione tra l’ora e il suo tempo dissonante.”Vorrei l’impermeabilità delle cose per toccare ogni sensazione senza che filtri occasionalmente il mio essere e mi stordisca, lasciandomi implosa a riempire una scatola di rievocazioni decomposte e reinventate a mia immagine e somiglianza. Ambiguo il termine, ambiguo il luogo, il gesto, il pensiero, i tuoi occhi persi dentro un lui senza entrata, è un eterno momento di transizione, nulla è come ieri, il filtro è da pulire.”

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