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Renzo Piano, al Whitney Museum di New York la visione tutta italiana dell’irregolarità

stefano baratti

di Stefano Maria Baratti

In un recente articolo pubblicato su The New York Review of Books, Ingrid D. Rowland paragona la progettazione della nuova sede del Whitney Museum of American Art a New York (che ha aperto le sue porte a maggio) a quella della stravagante chiesa romana di Sant’Ivo alla Sapienza, opera di Francesco Borromini.  Quello che accomuna le due strutture non è certo l’architettura, ma la pianificazione avvenuta in entrambi  i casi su spazi assai irregolari e sotto la direzione di due artisti che  loro malgrado non vollero compromettere nulla pur di rimanere fedeli alle proprie visioni.  A Sant’Ivo alla Sapienza, Borromini – condizionato dalla preesistenza del palazzo e del cortile già realizzati che lasciavano uno spazio grossolanamente quadrangolare  – deve fare i conti con una superficie che termina con un’esedra ad arcate chiuse che non poteva essere sfruttata come ellisse.   Da questi vincoli egli aguzza il suo ingegno , scarta le forme circolari e quadrate, scegliendo il triangolo equilatero che gli consente di creare una stella a sei punte che occupi tutta la superficie a disposizione. Innalzata quindi la cupola, la lanterna, e una chiocciola a spirale che termina in una fiamma, fa ricostruire ben otto volte dai suoi operai la tiara, il globo e la croce in ferro battuto fino a raggiungere l’effetto desiderato nel 1660.

A distanza di quasi quattrocento anni,  con un bilancio di 422 milioni di dollari,  Renzo Piano trapianta la vecchia sede del Whitney Museum of American Art situata nella Upper East Side (dal 1966 ospitato in un edificio sulla Madison Avenue progettato dall’architetto modernista Marcel Breuer), su un lotto di terreno sulla Lower Manhattan con vista sul fiume Hudson, cercando  una relazione con il carattere ex industriale del vecchio Meatpacking District attraverso una forma dinamica e asimmetrica , in un quartiere protagonista di una metamorfosi urbana dai ritmi vertiginosi. Ne nasce una specie di gigantesca nave con la prua puntata verso Manhattan,  la cui colossale costruzione (quattromila tonnellate di acciaio che sorreggono una struttura di 28,000 tonnellate) offre otto piani adibiti a spazi per gallerie ed uffici, ospitando circa 22 mila opere di 3000 artisti.

«Io ho sempre amato molto l’edificio di Breuer, ma era nel luogo sbagliato, questo in qualche maniera è un ritorno alla natura vera della collezione”, precisa Piano,  aggiungendo che “La grande avventura è stata quella di partire da una collezione straordinaria di arte americana che non aveva spazio per essere esposta su Madison Avenue, e di costruire un edifico degno di divenirne la casa, dove dare spazio all’arte e connetterla con il mondo esterno».

La nuova sede del Whitney è situata all’estremità della High Line , una vecchia ferrovia sopraelevata trasformata in giardino pensile e passeggiata panoramica realizzato dal 2006 su progetto di James Corner Field Operations e Diller Scofidio + Renfro.  Il museo triplica la capienza espositiva rispetto alla vecchia sede ed ospita ,oltre alla collezione permanente,  mostre ed eventi negli spazi interni ed esterni del nuovo imponente spazio ora affacciato sull’Hudson River.  Una delle soluzioni  adottate dall’architetto genovese è stata quella della flessibilità sotto due aspetti:  da un canto offrire degli spazi idonei a opere mulltiformi in modo da  costituire il filo conduttore di tutte le soluzioni progettuali di allestimento, posizionati in modo da valorizzare il rapporto spazio/opera d’arte, e dall’altro  una sfida ingegneristica, trattandosi del primo grande edificio destinato al pubblico, costruito così vicino all’acqua nella New York del dopo-Sandy,  la tempesta ha colpito New York il 29 ottobre 2012, inondando strade, tunnel e linee della metropolitana. Da una sorta di bunker anti-atomico in cemento nero firmato da Marcel Breuer nel 1966, il Whitney Museum of American Art riapre le porte  ad una struttura più “democratica”, organica ed agibile, con spazi per laboratori, un centro studi, due teatri e vari servizi al pubblico tra cui una hall di 6.000 metri quadrati, un ristorante, una caffetteria e un negozio, spazi deposito e uffici . Piano mantiene l’equilibrio tra estateica e sostenibilità  riappropriando l’uso del legno per le pavimentazioni unitamente a  l’adozione di un sistema avanzato di illuminazione naturale ad ombreggiamento e l’introduzione dell’illuminazione LED (sigla di Light Emitting Diode) dispositivi o diodo ad emissione luminosa optoelettronica.

Secondo la curatrice Donna De Salvo, dai 350.000 visitatori annui del vecchio Whitney, si prevede di balzare a un milione di visitatori annui in questa sede, che a differenza di Madison Avenue – difficilmente abbordabile per le fasce meno abbienti della popolazione urbana –  stimolerà interesse e  vitalità per il quartiere del  Meatpacking, come afferma Renzo Piano:

«Questo problema della gentrification purtroppo è generalizzato, l’ho visto a Parigi come a Londra e New York. È per questo che sono attratto dal tema delle periferie. I centri urbani tendono a diventare luoghi di shopping e sedi del potere. New York per fortuna insieme con la vivacità, la creatività e il dinamismo, ha anche uno spirito ribelle. L’attuale responsabile della politica urbanistica con il sindaco de Blasio pone dei freni alla speculazione, fissa degli obblighi di costruzioni di residenze popolari. È importante che Chelsea e il Meatpacking non siano associati solo alla movida. Per fortuna insieme con l’arte del Whitney c’è questo aspetto un po’ selvatico, industriale, legato alla storia del quartiere. Quando arrivai qui ad aprire il mio studio la High Line non era stata ancora riaperta al pubblico, l’ho vista crescere fino a diventare uno dei simboli di New York. È un buon esempio di poesia, orgoglio urbano, e attenzione alle radici industriali».

 

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