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Il mistero della giovane vedova dipinta da Correggio


Il Ritratto di dama (cm 103×87, oggi al Museo dell Ermitage a San Pietroburgo), firmato dal Correggio – Ant Laet (us), cioè la latinizzazione di Antonio Allegri, il vero nome dell’artista – è uno dei dipinti più intriganti e dolcemente misteriosi del Cinquecento per i simboli complessi e, all’apparenza contraddittori, che contiene. L’opera appartiene al genere del ritratto con simboli, finalizzato ad alludere a un particolare status dell’effigiato. Ciò che ha sempre colpito gli iconologi sono la conflittualità tra elementi sensuali e rinvii alla religione.
I principali dati visivi di cui disponiamo. La giovane donna, della quale si vedono le spalle sensuali, lancia uno sguardo intenso allo spettatore. Sulla testa porta una cuffia, particolarmente utilizzata agli inizi del Cinquecento dalle donne d’élite nell’Italia settentrionale. La stoffa della cuffia è bloccata da una ricca spilla. L’abito: appuntiamo per ora lo sguardo sull’abito bianco scollato alla spagnola, con un nastrino nero al centro del petto, notando invece l’apparente estraneità dell’indumento scuro -che non è perfettamente collocato sul corpo – di cui ci occuperemo più avanti.
Il paesaggio: “E’ simile a quelli in cui appare colei che ‘ama in assenza’ e che ha compiuto la propria conversione, dalla mondanità a Cristo, cioè Maddalena, alla Baume, la montagna selvaggia dell’area provenzale sulla quale la Santa visse, dopo la Crocifissione di Cristo e l’approdo in Francia – dice Maurizio Bernardelli Curuz – Sotto il profilo realistico la veduta paesaggistica è compatibile con l’osservazione della pianura da un’altura dell’Appennino tosco-emiliano. Correggio avrebbe potuto inserire un personaggio reale in una paesaggio vero, ma che rinviasse ai luoghi della conversione-preghiera e del ricordo doloroso di Cristo che osserviamo, appunto, nei dipinti dedicati a Maddalena.” La donna regge un bacile nel quale appare la scritta nephente. Il nepente era una sorta di calmante, ma veniva inteso anche come prodotto utilizzato per cercare di alleviare il dolore psicologico e aiutarne la rimozione.
Le ipotesi sull’identità della donna. Porterebbero a Veronica Gambara, che aveva perso il marito nel 1518 (Giberto X da Correggio) e a cui alluderebbe il lauro poetico, o a Ginevra Rangoni, vedova nel 1517 di Giangaleazzo da Correggio e terziaria francescana come vorrebbe lo scapolare e il cordone di quell’ordine presenti nel ritratto. Ginevra pare avesse commissionato il dipinto per le future nozze avvenute il 24 luglio 1519 con Aloisio Gonzaga, marchese di Castel Goffredo. Altre ipotesi: Elena di Troia. Elena offre agli ospiti il rimedio per addolcire il loro dolore. E il chiarore che appare da lontano, come un’alba. Seconda questa ipotesi – che Curuz indica come incongrua alla lettura, ma possibile rinvio ad evocazioni polisemiche secondarie e terziarie – sarebbe quello evocato da Pisistrato che, nel ricordare il fratello morto pronuncia la seguente frase: “io non godo a piangere dopo la cena, ma verrà ancora/ figlia di luce l’Aurora”. Questa lettura però, argomenta Bernardelli Curuz, non è possibile poichè nel quadro appare il cordone francescano, che porta, con certezza assoluta, Correggio e la propria modella alla dimensione del presente.

Come si può accordare uno scapolare da terziaria francescana – dipinto nel suo bruno, dimesso colore – con le spalle nude, giovani e invitanti di questa donna, da poco colpita da un gravissimo lutto? Siamo chiamati ad essere testimoni di un momento cruciale della vita dell’effigiata, perfettamente colto da Antonio Allegri detto il Correggio (1489-1534). E’ proprio l’individuazione di una sequenza di eventi ravvicinati, tutti presenti, contemporaneamente, sulla superficie dello stesso quadro, che consente di comprendere, nella totale coerenza degli indici simbolici, il significato articolato dell’intenso ritratto. Gli studiosi, dopo un lungo percorso che ha consentito di giungere all’attribuzione dell’opera – confermata dalla presenza della scritta Antonius Laetus, latinizzazione del nome e del cognome dell’artista emiliano – hanno affrontato i misteriosi nodi del dipinto, anche se manca ancora qualche elemento per completare il piano dei significati.

vedova correggio

Partiamo da ciò che viene dato ormai per acquisito. Il nastrino nero che scende dall’orlo dell’abito indurrebbe a pensare a un segno di lutto, come il piatto di metallo, retto dalla donna con la destra, sobrio e raffinato manufatto sul quale, in caratteri greci, è scritta la parola nepenthe, una sostanza di origine vegetale che esercita un’intensa azione calmante, attenuando il dolore. Il nepente rinvia, in ambito omerico – e quindi sotto il profilo della citazione colta – al prodotto che venne somministrato da Elena agli ospiti addolorati del banchetto. Gli altri elementi simbolici già rilevati riguardano la presenza dello scapolare francescano, segno che la vedova decise di farsi terziaria. Ma resta, secondo quanto annota Michele Danieli, estensore della scheda del dipinto pubblicata nel catalogo Mantegna a Mantova (edito da Skira), un’obiezione di fondo: “Se proprio bisogna muovere un appunto contro l’opinione corrente – scrive lo studioso -, bisogna dire che le sue vesti hanno poco di vedovile e di contrito, ed ella si presenta senza velo, con una ricca acconciatura, un copricapo alla moda (che avrà certo fatto pensare a Lotto), con le spalle scoperte e una generosa scollatura”. Ciò che appare come un elemento fortemente incongruente – la compresenza, appunto, di abiti mondani e religiosi – fa pensare, in realtà che il Correggio abbia voluto rappresentare, in una somma di micro-sequenze simboliche, la storia della vedova.
correggio ritratto di dama
Ora osserviamo il dipinto, avvolto dalla profonda malinconia di una giornata cupa, come suggerisce il brano paesaggistico alle spalle dell’effigiata. A sinistra della donna, lievemente acceso da una luce eloquente, ecco il tronco di un albero secco sul quale resta avvinta un’edera, anch’essa priva di vita. L’edera è simbolo della fedeltà passionale, soprattutto coniugata al femminile. Nel linguaggio delle piante essa significa dove mi attacco muoio ma anche nulla può staccarmi dall’albero sul quale sono cresciuta. Proprio per la peculiarità dell’essenza, che suggerisce l’eternità del vincolo d’amore, essa era utilizzata dagli antichi greci per ornare gli altari di imene durante i riti nuziali, sicché gli sposi se ne scambiavano un rametto come reciproca promessa di fedeltà. Ma dobbiamo, a questo punto, chiederci perché l’edera sia rinsecchita sul tronco dell’albero morto. Essa simboleggia la morte figurata della moglie nel momento in cui il compagno è defunto.

Sempre alle spalle della vedova, Correggio ha però collocato un ampio cespuglio di alloro, la pianta sempreverde che, in questo caso – come del resto avviene nei dipinti di Bernardino Luini – allude all’eternità e alla castità proiettata verso l’eterno Sommando i diversi elementi simbolici possiamo sostenere che la donna, nel momento fissato dal quadro, sta compiendo la scelta che la porterà dal dolore per la perdita del marito all’orizzonte spirituale della preghiera. Ha appena attinto al piatto di nepente, per attenuare il ricordo del dramma che si è da poco consumato. Ed ha scelto di diventare terziaria francescana, facendo voto di castità, appalesato dal cordone dotato di un singolo nodo, che è stato rappresentato da Correggio sotto il piatto. Ciò che avviene di stupefacente nel quadro è la raffigurazione sequenziale di una metamorfosi nella quale, contemporaneamente, sono dipinti segmenti simbolici legati al passato, al presente e al futuro. E’ per questo motivo che lo scapolare francescano e l’abito scollato sono compresenti. L’artista, infatti, ha narrato, nel divenire, il momento in cui il passato non è trascorso e il presente si proietta in direzione del futuro. Non v’era modo più intenso di ricostruire un doloroso rito di passaggio che porta dalla felicità dell’unione all’oscurità del lutto, dalla ricerca di requie all’individuazione della strada che conduce alla consolazione divina. Scapolare e spalle nude convivono soltanto nel momento in cui le acque di un’intensa vita mondana si uniscono al fiume placido del pensiero eterno. (maurizio bernardelli curuz)

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[PDF] Il rebus della vedova

STILE ARTE 2006

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