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Roberto Ferri, gli angeli confusi che non sanno distinguere il Bene dal Male. Il video

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Il tormento delle bellezza più alta, la sensualità, le tentazioni, il travaso del bene e del male, fortemente liquidi e mescolati, in una società che non sa discernere la dimensione del sacro e correlarla alla luce. Che si precipita nel fondo della propria oscurità, inverando ciò che Leopardi scrisse, riprendendo l’evangelista Giovanni, in esergo a La ginestra. E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.

Per Roberto Ferri (Taranto, 1978) la forma di questo conflitto si dispiega attraverso la verità invasiva del realismo barocco, nella sua potenza di nitore e di verità, ma pure in quel senso di rotazione, di percezione labirintica, di metamorfosi che è tipico della forma secentesca; ma in un dubbio che è ottocentesco, che ricorda certe vene del maledettismo di Hayez, appartenente a quella cultura che identificava, attraverso l’Inno a Satana, l’altro Creatore, il demiurgo, il sovrano della materia. Materia e spriito sono in conflitto anche nelle opere di Ferri, che proietta queste entità in una dimensione moderna, non nella forma – che egli fa aderire all’eternità del Grande Canone – quanto nel significato di questi corpi cangianti, umani o spirituali che siano. Sempre contraddittori, sempre alla ricerca di una forma definitiva in cui incarnarsi stabilmente.

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