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Rosalba Carriera, quotazioni gratis

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Ricca e poco parsimoniosa. Così le biografie descrivono Rosalba Carriera (1673-1757), l’artista celebrata fin dai primi anni del Settecento quale “ornamento d’Italia e prima pittrice d’Europa”, vera e propria icona dell’antico regime, come Warhol e la sua Marilyn sarebbero divenuti cantore e volto del boom economico novecentesco. A lei la Fondazione Giorgio Cini di Venezia dedica una splendida e intelligente mostra (fino al 28 ottobre), organizzata dall’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione stessa con la collaborazione di numerose istituzioni internazionali: un evento che propone pastelli, miniature e disegni provenienti da importanti musei e collezioni pubbliche e private italiane ed europee.

Poco si sa della gioventù di Rosalba e della storia della sua famiglia. Certo è che era figlia di una ricamatrice e che prese lezioni dal pittore veronese Balestra. E’ possibile ricostruire in modo soddisfacente le sue vicende biografiche solo a partire dal 1700, anno in cui incomincia a conservare la corrispondenza e le carte di casa. Dai documenti si evince che nel 1747, quando la cataratta l’aveva costretta ad abbandonare l’attività artistica cui si era dedicata per oltre mezzo secolo, la Carriera era in possesso di capitali per un totale di 15.500 ducati e di beni immobili del valore di 2mila ducati. Un reddito notevole, certo, ma che esce ridimensionato dal confronto con i lauti proventi dell’aristocrazia veneziana dedita all’attività fondiaria. La pittrice si dimostrò piuttosto liberale nella gestione del proprio denaro: amava condurre uno stile di vita agiato e si preoccupava di garantire una solida protezione finanziaria alla propria famiglia. Rosalba, nel volgere di pochi anni, era divenuta una grandissima pittrice, corteggiata dai committenti di mezza Europa. Non c’era sovrano, gentiluomo o straniero di rango che, di passaggio a Venezia, non ambisse ad avere un ritratto o una miniatura da lei realizzati. Augusto III di Sassonia impazzì per i suoi pastelli, con cento dei quali decorò un’intera stanza nel suo palazzo di Dresda.

Il segreto stava nella morbidezza con la quale l’artista rendeva i volti e nella sua capacità di aver individuato il topos antropologico di un’epoca, il modello a cui conformarsi. I suoi estimatori ne esaltavano soprattutto l’abilità nel far risaltare nel viso di ciascuno, oltre alle caratteristiche fisionomiche, la luce dell’anima. La predilezione per la tecnica a pastello le consentiva di accorciare i tempi di posa a favore della naturalezza e di cogliere, in modo leggero, la transitorietà del sembiante, l’interiorità di ogni volto. La sequenza degli autoritratti mostra nel modo più eloquente l’evoluzione di una raffigurazione sempre più introspettiva, tanto concentrata sul viso da isolarlo. Rosalba registra i segni del tempo. Nell’ultimo autoritratto appare un fantasma: gli occhi fuggono dallo sguardo dell’osservatore, le labbra sono serrate, l’espressione è stanca e disillusa. Giunta al termine del suo cammino, la pittrice sembra aver carpito e fatto proprio il segreto dei ritratti di Rembrandt.

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