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Rosso Fiorentino – La disputa coi committenti, quei Santi che paiono diavoli

Tra le questioni analizzate da Antonio Natali – nella monografia “Rosso Fiorentino. Leggiadra maniera e terribilità di cose stravaganti” (Silvana Editoriale) – con curiosità intellettuale, ma anche con evidente trasporto emotivo, vi è quella che riguarda il frequente scontro del Rosso con i committenti causato dalla sua espressione anticonformistica e spregiudicata, come nel caso più noto, riportato già da Vasari, che riguarda la Pala dello Spedalingo di Santa Maria Nuova (1518), oggi conservata agli Uffizi.

Ordinata al maestro per un altare della chiesa fiorentina d’Ognissanti da Leonardo Buonafede, grazie al lascito di una vedova catalana vissuta a Firenze, la tavola, pur essendo ancora in uno stato d’abbozzo, fu oggetto di un’aspra controversia fra il pittore e il committente, il quale giunse infine a rifiutarla. Scrive il Vasari: “Fecegli fare lo spedalingo di Santa Maria Nuova una tavola, la quale vedendola abbozzata, gli parvero, come colui ch’era poco intendente di questa arte, tutti quei Santi, diavoli, avendo il Rosso un costume nelle sue bozze a olio fare certe arie crudeli e disperate, e nel finirle poi addolciva l’aria e riducevale al buono. Per che se li fuggì di casa, e non volse la tavola, dicendo che lo aveva giuntato”.

In realtà risulta sospetto che uno come il Buonafede, a cui, in contrasto con quanto affermato dal Vasari, poteva essere attribuita una certa competenza in fatto d’arte essendo personaggio di primo piano in città sia in ambito religioso che intellettuale, non avesse individuato nell’aspetto, certo inquietante, delle figure ritratte dal pittore il riflesso della meditazione sulla morte e sul destino dell’uomo di chiara discendenza dalla matrice savonaroliana che caratterizzava la spiritualità rossesca e che si ritrova in molte sue opere coeve; una meditazione, peraltro, assolutamente in linea con i tempi, considerate le problematiche escatologiche che in quegli anni affannavano i predicatori fiorentini.

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Dunque le divergenze di opinione che portarono alla insanabile controversia andrebbero più plausibilmente individuate nell’ambito di una inconciliabilità di posizione tra i due in materia d’espressione figurativa. Forse il fatto che Rosso avesse in questa pala scelto di rifarsi in maniera del tutto originale alla tradizione fiorentina, evocando modelli quattrocenteschi, non era in sintonia con la disposizione culturale del Buonafede, il quale, pur non essendo alieno ad un apprezzamento di quella tradizione, potrebbe non averne condivise le modalità formali d’approccio.

Resta certo il fatto che l’opera venne rifiutata, finendo allocata in una chiesa del Mugello; e le traversie cui andò incontro hanno lasciato tracce evidenti sul dipinto stesso, come hanno dimostrato le analisi radiografiche e spettrografiche, determinando, oltre che l’incompiutezza (che si evince dal viso di Gesù – con quattro occhi -, dalle mani di Maria e dal manto di san Girolamo), sostanziali cambiamenti sul piano iconografico. Le due figure dei santi che potevano essere collegati alla committenza, san Leonardo e san Benedetto – omonimo del padre della vedova che aveva lasciato il denaro per pagare la pala -, furono infatti rispettivamente trasformate in santo Stefano e in sant’Antonio Abate.

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