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San Rocco di Gavardo – Il Beato Simonino

Il santuario di San Rocco a Gavardo, in provincia di Brescia

Il santuario di San Rocco a Gavardo, in provincia di Brescia

di Maria Paola Pasini

Una preziosa testimonianza di fede, arte e storia. E’ la chiesa di San Rocco a Gavardo. L’oratorio – dalle linee sobrie ed eleganti – sorge in via Giovanni Quarena in posizione rialzata rispetto alla carreggiata ai piedi della collina e conserva al suo interno opere di valore. Tra queste, anche una presenza insolita. Quella di un affresco di fine Quattrocento dedicato al Beato Simonino, la cui tragica (e per certi versi misteriosa) vicenda si intreccia direttamente proprio con Gavardo.

Il martirio del Beato Simonino, Gavardo, Santuario di San Rocco

Il martirio del Beato Simonino, Gavardo, Santuario di San Rocco

Il culto del Beato Simonino (infante seviziato e ucciso a Trento, secondo la tradizione, da alcuni ebrei per seguire un rituale antico) è piuttosto inconsueto in questa zona della provincia, mentre è maggiormente diffuso, per esempio, in Valle Camonica. La storia è fatta rivivere nel libro (poi ritirato dallo stesso autore a causa delle polemiche suscitate dal suo lavoro) Pasque di sangue, di Ariel Toaff, edito da Il Mulino.
Le pagine scritte da Toaff riferiscono di processi per omicidi rituali condotti nel Quattrocento nei confronti di ebrei ashkenaziti in diverse località del nord Italia, e si incentrano in particolare su quello tenutosi a Trento a pochi giorni dalla Pasqua del 1475. Alcuni dei protagonisti della drammatica vicenda hanno un legame stretto con Gavardo per aver abitato e svolto i loro affari in questa borgata tra il lago di Garda e la Valle Sabbia. E proprio in una chiesa del paese, come detto, si trova un affresco che illustra il martirio del piccolo circondato dai suoi aguzzini (in abiti ebrei) e dagli strumenti della tortura. Semplice coincidenza?

Nel volume di Francesco Bontempi Il ferro e la stella viene ricostruita la presenza degli ebrei a Gavardo nella seconda metà del Quattrocento. Si parla di un “banco di pegno da loro gestito”, con riferimento ad un documento datato 7 marzo 1488. “Verso gli ebrei – scrive Bontempi – le autorità locali assunsero un atteggiamento ambiguo”.
Antonio Fappani nella sua Enciclopedia bresciana scende nel dettaglio e ricorda che “a Gavardo esisteva una piccola colonia ebraica che teneva banco di prestiti. Nel 1473 un fanatico del luogo, Giovanni Della Pola, denunciava gli ebrei di Gavardo accusandoli di falsificare monete ed avvalendosi della testimonianza di altri. Ritenuti tutti falsari, il 10 dicembre 1473 vennero banditi dal paese”. In precedenza erano già stati scacciati nel 1468 e rientrati alla spicciolata nel 1469. Di nuovo allontanati, furono reintegrati grazie ad un’ambasciata di alcuni bresciani che rappresentavano a Venezia il disagio che sarebbe derivato dall’assenza di tali prestatori di denaro. In loro favore intervenne anche il vicario generale della diocesi, Pietro Frigerio.
Che Gavardo fosse uno dei luoghi della nostra provincia privilegiati dagli ebrei è ribadito da una testimonianza di Norino Manenti raccolta da Enrico Giustacchini. Manenti, cultore appassionato di storia locale scomparso alcuni anni fa, aveva riferito un suo ricordo estremamente interessante. In gioventù, nel muro di un’antica casa di via Capoborgo egli aveva individuato uno strano simbolo scolpito nel marmo sopra un uscio. Si trattava di un candelabro a sette braccia. “Ciò a conferma – raccontava Manenti – di quanto i vecchi del posto sostenevano, ossia che quella era stata la casa degli ebrei. Incuriosito, ho fatto ricerche ed ho appreso che effettivamente verso la fine del XV secolo un gruppo di una trentina di ebrei si era insediata a Gavardo acquistando un terreno in Capoborgo per costruirvi le proprie abitazioni”.
Rapporto dunque importante, anche se complesso e travagliato, quello degli ebrei con la comunità gavardese. Amore e odio. Benevolenza e invidia. Rancore e ammirazione. Negli stessi anni, si allontana dal paese bresciano per stabilirsi a Trento l’ebreo Angelo Da Verona. Sarà costui uno degli imputati principali nel processo per l’uccisione del piccolo Simone, il cui corpicino martoriato venne rinvenuto in una forra vicino al quartiere ebraico della città. Dal tragico ritrovamento partì l’inchiesta che condusse gli inquisitori ad arrestare, torturare e condannare a morte alcuni ebrei di Trento, tra cui il “gavardese” Angelo Da Verona, accusato di “omicidio rituale”.

Madonna in trono, con i santi Rocco e Sebastiano, Santuario di San Rocco, Gavardo (bs)

Madonna in trono, con i santi Rocco e Sebastiano, Santuario di San Rocco, Gavardo (bs)

Ma i legami con Gavardo non finiscono qui. Numerosi altri personaggi, protagonisti di oscure vicende che Ariel Toaff cerca di chiarire, trascorrono parte della loro vita in questa località: da Rizzardo, Enselino e Jacob, tre fratelli che gestivano un banco in paese, all’ineffabile Israel Wolfang, un artista ebreo convertito che si trattiene a Gavardo per un certo periodo, tanto che “per guadagnare qualche soldo – scrive Toaff – aveva accettato di rilegare il breviario dell’arciprete”.
E proprio tali contiguità potrebbero aver indotto i gavardesi, comprensibilmente molto colpiti dal delitto di Trento, a far raffigurare il Beato Simonino nell’affresco che ancora oggi campeggia nella chiesa di San Rocco.

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L’affresco dell’oratorio di San Rocco a Gavardo che ricorda la vicenda del Beato Simonino
L’interno della chiesa gavardese

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