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Gualtiero Marchesi – Sandro Chia, quel volto striato…

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di Gualtiero Marchesi

2_1Mi è successa una cosa strana. Ora ve la racconto. La premessa. Il mio amico Sandro Chia rilascia una bellissima intervista a “Stile”, nell’ambito dell’inchiesta che la nostra rivista sta conducendo sulla Transavanguardia. Con Enrico Giustacchini ci sentiamo, scambiamo qualche opinione, e concordiamo di riservare al maestro questa puntata di “Art food”, stabilendo così una sorta di raccordo interpretativo (come, del resto, abbiamo già fatto in altre, precedenti occasioni). L’antefatto. Succede che, la sera, mi sprofondo nel firmamento di Chia. Sfoglio, febbrile, i libri a lui dedicati, mi lascio trasportare dal fascino delle sue opere riprodotte nei tanti cataloghi delle sue mostre. Quando, molto più tardi, mi addormento, intorno a me turbinano vorticosamente immagini e colori che mi stregano e mi stordiscono. Il fatto. Mi sveglio, la mattina, in compagnia d’una visione. Il delirio iconico della sera si è placato, lasciando il campo ad un’intuizione netta, decisa. Le figure di Sandro Chia continuano a correre, ma in un universo parallelo, seppure, in fondo, non così distante, non così inaccessibile. Galleggia, nell’orbita più prossima, un volto maschile (il quadro è il “Senza titolo”, del 1989-90, riprodotto in questa pagina). Lampeggiano, con l’intermittenza d’un neon, quelle strie gialle, quelle strie verdi. E capisco cosa intende il maestro quando dice – nell’intervista – del “potere ambiguo e ambivalente dell’immagine”. Quando stigmatizza l’atteggiamento di certa avanguardia, che “si scandalizza se usi il colore”. Quando ribadisce il concetto di “pittura per il pittore”, pittore che “assurge al ruolo di protagonista di una condizione umana straordinaria”. La conseguenza.

Da qui alla mia rilettura, il passo diventa, così, breve; piano il cammino. La visione si fa concreta, biforcandosi in un’istantanea e nel suo esatto opposto: cromaticamente, ma pure concettualmente parlando. Un piatto nero per un risotto bianco. Un piatto bianco per un risotto nero. Su entrambi i veli di chicchi – in alto, a destra – due fettine sottili di zucca, garbati, ammiccanti spicchi di luna. Dove il giallo – solido, poderoso, arrembante come un urlo – cede ad un tratto, per arabeschi lievi, al verde marzolino della scorza. Ci risiamo, amico Chia. Si torna, ancora, al mistero della forma. Alla danza delle cromie. Alla gioia del creare, rivelando ogni volta al mondo una molecola nuova della nostra anima

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