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Schizzo, bozzetto, griglia, disegno preparatorio. Le tecniche dei pittori accademici “antichi”

inganni copertina

di Giorgio Orlandi

Indaghiamo, attraverso il restauro e le azioni preparatorie per il dipinto, la tecnica tradizionale di realizzazione di un quadro, nel rapporto tra parte disegnativa e cromatica.  Tale modalità, fortemente presente, in Italia, nell’ambito della pittura accademica di derivazione tosco-romana fu rifiutata dagli impressionisti, che lavoravano direttamente sulla tela, e parzialmente contestata dai pittori veneti del Cinquecento, orientati al colorismo. Considerata la continuità tra le opere di Raffaello e Michelangelo – veri fari accademici – e l’insegnamento ottocentesco, prendiamo in considerazione il lavoro di uno scrupoloso pittore dell’Ottocento, Angelo Inganni., che operò tra Milano e Brescia. Gli esordi di questo artista sono legati al favore di un ben più illustre e storico personaggio dell’epoca, il maresciallo Radetzky. E’ appunto grazie alla benevolenza dell’alto ufficiale che il giovane Inganni ha la possibilità di intraprendere gli studi artistici presso l’Accademia di Brera.
Risultava chiaro, nell’ambito del trasferimento dei concetti educativi, che regole e cognizioni erano necessariamente indirizzate ad affermare i fasti e la potenza dell’Impero austriaco nei territori occupati. Partendo da questo preciso momento storico e da queste influenze è possibile indagare anche il metodo di insegnamento accademico e le sue regole, precise e sequenziali operazioni tecniche che ogni studente avrebbe costantemente ripetuto durante tutta la propria carriera artistica.

Studio della veduta di Piazza Borromeo

Bozzetto della veduta di Piazza Borromeo

 

L'opera finita. E' possibile notare come, durante il lavoro di realizzazione del dipinto, siano state apposte varianti, rispetto al bozzetto

L’opera finita. E’ possibile notare come, durante il lavoro di realizzazione del dipinto, siano state apposte varianti, rispetto al bozzetto

Coerenti con la produzione di ogni pittore di solida formazione accademica, i numerosi disegni o schizzi sono inizialmente colti dal vero, per strada od attorno ad un camino acceso; sono spunti da introdurre in un eventuale lavoro, siano essi, in parte o nell’insieme, “tatticamente” trasformati. Molto spesso gli schizzi – che equivalgono agli appunti di uno scrittore, che descrive e fissa un particolare della realtà che potrebbe poi riversare o rielborare nel proprio romanzo – ritraggono anche una sola figura. Il bozzetto è invece un’idea del quadro da dipingere. Anch’esso, normalmente veniva steso a matita o a penna con inchiostro e poteva trarre ispirazione da qualche schizzo precedente cogliendone alcune figure o assemblandole. Il bozzetto è compositivamente equilibrato e completo e rivela la struttura del quadro che sarà dipinto. Qualche artista aggiungeva al bozzetto anche della biacca, colore bianco che consentiva di evidenziare le parti in luce. Il bozzetto, se l’artista decideva di trasporlo in un quadro, veniva dotato di una griglia, cioè di quadretti. Attraverso questi quadretti era possibile trasferire le linee del disegno su un foglio più grande o direttamente sulla tela affinchè la composizione fosse adeguatamente sviluppata in una dimensione maggiore, nel rispetto di ogni proporzione delineata dal bozzetto stesso. L’indagine conoscitiva ed il restauro effettuato sull’ultimo dipinto eseguito da Inganni nel 1880 ci ha permesso di ricostruire la sequenza dell’esecuzione. Come ben testimoniato dall’ultimo lavoro dell’Inganni (in questo seducente dipinto ad olio non finito e recentemente sottoposto ad intervento di restauro conservativo), è l’abbozzo o underdrawing, delineato a matita sulla preparazione. E’ questo il disegno preparatorio.“Il Bracconiere”, che presentiamo qui in fotografia, è sostanzialmente composto e dipinto come se l’artista avesse assemblato tre piccole scene. Tre schizzi, assemblati in un bozzetto unico. Partendo dal fondo, la prima scena è completamente terminata.

Una donna in controluce, guarda fuori dalla porta, sul paesaggio innevato, minuziosamente dipinto con un pennello minuscolo; i bianchi e i grigi della luce invernale sono il piccolo ma efficace contraltare alla massa scura dei neri e della terra di Kassel, stesi con pennellata larga ed uniforme, che segnano di fatto l’ambiente interno. Nella parte centrale, un uomo si scalda al fuoco, mentre una donna fa asciugare un panno: il gioco chiaroscurale, con una forte resa luministica, è reso dalla sequenza delle velature. Il tono del colore si fa più acceso verso il focolare ad accentuare i bagliori del fuoco sul panneggio, sul viso della donna e sull’unico particolare dell’uomo, cromaticamente definito: le mani dipinte, finite, analitiche ed illuminate (s’intravedono persino le vene ed entrambe le mani non sono più lunghe di 2 centimetri). Primo piano: le due figure “escono” dal dipinto. Ogni particolare è leggibile ed accurato. Qui il pennello adottato è piccolissimo, e percepisco l’ausilio del poggiamano, (il bastone che, fornendo un appoggio al braccio e al polso, consentiva al pittore di operare sui particolari più dettagliati, senza che la mano tremasse, ndr). Il bracconiere mostra la sua lepre (vi assicuro che potreste contare i ciuffi di pelo dell’animale). La donna lo guarda negli occhi senza interrompere il gesto in cui è affaccendata. Bianco di zinco, antimoniato basico di piombo (giallo di Napoli), una punta di cinabro rosso ed un “niente” di terra verde, questa è la composizione dell’incarnato femminile. L’uomo ha il viso parzialmente nascosto dalla tesa del cappello. Inganni ha aggiunto del nero di vite e una velatura di terra d’ombra. Il resto sono solo tratti a matita, un cane abbozzato ed altri oggetti non finiti, una sedia un arcolaio od un argano presso la cappa.

Inganni aveva iniziato a disegnare a quattro anni e, ancora bambino, effigiava a pagamento i clienti del padre. Suo vero talent-scout fu Radetzky che lo mandò a Brera, dove il giovane veniva beffeggiato dai compagni, perché costretto a indossare l’uniforme militare. A dodici anni guadagnava già dipingendo i ritratti

“Veduta di piazza della Loggia”, studio preparatorio. Inganni realizzava la quadrettatura per riportare il disegno, fedelmente, dalla dimensione dello schizzo a quella del quadro.

“Veduta di piazza della Loggia”. Bozzetto dotato di griglia
Inganni realizzava la quadrettatura per riportare il disegno,
fedelmente, dalla dimensione del foglio a quella del quadro. Ma il quadro finito sarà cambiato nella disposizione delle figure. Questi cambiamenti sono definiti ripensamenti. Essi possono avvenire direttamente sulla tela.

Angelo Inganni, Brescia, veduta di piazza della Loggia sotto la neve

Angelo Inganni, Brescia, veduta di piazza della Loggia sotto la neve

 

 

Un particolare estremamente curioso emerge dalle prime righe dell’autobiografia. Inganni scrisse di aver iniziato a fare ritratti – “ritrava”, annotava lui – a parenti, amici, conoscenti e clienti del padre, pittore di decorazioni, dall’età di quattro anni e, grazie alla guida del genitore, e di essere giunto a guadagnare, nel campo del ritratto, a partire dai dodici-tredici anni. Ammesso che queste informazioni risultino ipertrofiche per un’attitudine del pittore all’iperbole roboante – la retrodatazione dell’impegno pittorico avrebbe consentito di sottolineare l’origine innata della sua vocazione artistica – Inganni dovette essere comunque precocissimo, per chiare inclinazioni e per quella che risulta come una ferrea azione educativa di cui fu oggetto a partire dai primi anni d’età. L’ordine con il quale affrontò, anche durante la maturità, i suoi dipinti, la minuziosità che riservava alla ricostruzione minutamente descrittiva di volti e paesaggi non sembra frutto soltanto dell’introiezione di schemi accademici, ma pare risalire a un inquadramento posturale e mentale avvenuto in precedenza ad ogni impegno scolastico ufficiale. Del resto quando Inganni fu chiamato alla leva, venne notato dal colonnello Federico Esserman, per il quale, a Varese, dipinse numerose opere. “La voce si divolgò ch’io era pittore – annota Inganni -, ed ebbi commissioni di varii Generali”.


La fama acquistata in breve tempo dall’artista fu tale che qualcuno cercò persino di approfittarne, come un compagno d’armi, di professione imbianchino, che, raggiunto da un curato, il quale aveva in animo di commissionare all’Inganni l’affresco di due medaglioni nella propria chiesa, incontrò il truffatore che disse d’essere lui l’abile Angelo. Costui produsse alcuni scarabocchi che denunciarono immediatamente la sua vera identità. Il soldato fu severamente punito e, solo grazie all’intercessione del parroco e di Inganni, vide ridotta la sua pena carceraria. Successivamente l’abile Angelo – dopo aver rischiato la morte durante un’esercitazione – ottenne di passare in tranquillità alla Banda musicale dell’esercito, per la quale suonava il corno da caccia. Questa occupazione, non certo assillante, gli lasciava tempo per la pittura. Fu così che realizzò straordinarie scene di battaglia e che ricevette diverse commissioni pittoriche dallo stesso Generale Radetzky. Il comandante in capo, essendo rimasto soddisfatto dai lavori eseguiti, gli fece due proposte. “Scelga lei – riferisce Inganni -, se vuol proseguire la carriera militare, la faccio Ufficiale del Genio, se vuol compire li studii della pittura scrivo al Cav. Landonio, Presidente dell’Accademia di Belle Arti in Brera, che sarà tosto ammesso”. “Io accettai la seconda proposizione e mi presentai al prefato Presidente consegnandogli la lettera e con tutta cortesia fui subito ammesso agli Studii. Io feci un saggio dal rilievo sotto il Prof. Commerio, indi un concorso del quale riportai un premio facendo poi tutti i corsi regolari, ma avendo dovuto stare sotto il colonnello ancora per qualche tempo vestiva l’abito militare ed al mio entrare nelle sale gli altri studenti invece di compiangermi per l’abito che forzatamente indossava mi scherzavano suonando colle dita il tamburo sui banchi”.

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