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Calco a vivo o calco dal vero – La scultura, gli scandali, le tecniche


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I modelli venivano avvolti dal gesso e chi posava correva il rischio di morire

La tecnica del calco dal vivo è ampiamente utilizzata lungo tutto l’arco dell’Ottocento nei più svariati settori, dall’attività scultorea alla pratica medica, come viene ricordato dal catalogo A fior di pelle. Il calco dal vero nel secolo XIX, edito dal Museo Vela di Ligornetto, in Svizzera.

Eseguirla richiede una notevole destrezza: si tratta di un lavoro delicato e impegnativo, atto a cogliere la natura sul fatto fissando, in materia solida, un istante, un’espressione furtiva, un movimento fugace.

Le Moulage, opera edita da Lebrun e Magnier nel 1843, rappresenta una fonte irrinunciabile per chi voglia intraprendere uno studio sul calco dal vero. Gli autori, prodighi di consigli, si rivolgono tanto al modellatore quanto alla persona che si presta a fungere da soggetto per l’impronta.

Edouard Dantan, Un calco dal vero, 1887

Edouard Dantan,
Un calco dal vero, 1887

 

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La pelle del modello avrebbe dovuto essere unta con una sostanza grassa, in genere olio d’oliva o burro fresco; all’artista si rammentava di aggiungere sale alla matrice, di forma cava, per accelerare la presa. A tal proposito gli autori de Le Moulage ammonivano coloro che “si fanno prendere il calco dal vivo” a fare attenzione all’espressione che avrebbero assunto in volto al momento della stesura del gesso, giacché “gli occhi chiusi e la bocca spesso di traverso sono altrettanti impedimenti alla fedeltà, al gradimento di questa impronta”.

Era necessario che il modello rimanesse immobile fino alla completa solidificazione della sostanza, sopportandone il calore crescente; onde evitare lamenti e rimproveri, il modellatore avrebbe dovuto avvertirlo in anticipo che, a causa del gesso, la pelle si sarebbe afflosciata.

Continui gli appelli alla perizia dell’artista: se era il viso a dover fornire l’impronta, i capelli avrebbero dovuto essere raccolti con una pomata, in modo da “formare una massa compatta. Se il modello è un uomo, dev’essere perfettamente rasato di fresco. (¼) Quando è tutto preparato, (…) con un pennello fine si applica il gesso, incominciando dalla fronte e dalle guance e terminando con la bocca e il naso”. A questo punto ci si sarebbe dovuti occupare della posa dei fili: “l’uno corre al centro della testa, sale in linea diretta alla sua sommità e scende davanti dividendo la fronte, il naso, la bocca e il mento in due parti uguali; il secondo incrocia il primo e separa la testa in due porzioni uguali, una davanti e l’altra dietro”.

Per riprodurre il busto, invece, si suggeriva di far sedere il modello “su una sedia senza schienale, appoggiando le sue braccia sull’estremità superiore dello schienale di una poltrona sistemata davanti a lui per sostenerle. (…) Prima di ungere occorre proteggere con un panno gli abiti che coprono le parti inferiori del modello, e questo panno deve formare una specie di ciambella in fondo al busto”. Vengono menzionati anche altri metodi, più o meno antichi, che ci permettono di capire il profondo disagio avvertito dai modelli, vere e proprie vittime alla mercé dell’artista‑torturatore: “L’impiego della mussola è di grande utilità per l’impronta del petto e del busto, poiché contrasta efficacemente le screpolature che la respirazione causa al calco di queste parti”. Categoricamente sconsigliata la realizzazione del calco di una persona intera in una sola volta, giacché l’artefice avrebbe rischiato di “vedersi morire tra le mani il modello”.

Questo invito alla prudenza non cade a sproposito: agli inizi del XIX secolo, il pittore Benjamin Haydon (1786‑1846) volle il calco di Wilson, il suo modello prediletto: “L’esecuzione del calco per poco non fu fatale a Wilson, perché Haydon, non contento di prendere ogni arto separatamente, aveva costruito una sorta di muro attorno al corpo nudo di Wilson e vi aveva versato sette moggi di gesso (circa 250 litri), che indurendosi cominciarono a soffocare l’infelice, liberato appena in tempo”. Restii al calco dal vero, gli animali venivano riprodotti servendosi di soggetti morti, tramortiti o cloroformizzati. Una testimonianza è offerta da Gaudķ, che effettuņ il calco di un asino per il gruppo scultoreo della Fuga in Egitto destinato alla  Sagrada Familia: “Vedendo che l’animale scalciava e respingeva i tecnici, l’ho fatto issare sostenuto sotto il ventre. Quando si è sentito sospeso nel vuoto, è rimasto tranquillo e da quel momento è stato possibile prenderne l’impronta senza difficoltà”.

Anche il calco dei vegetali richiedeva grande perizia ed esperienza. Maestri indiscussi del campo furono Adolphe Geoffroy‑Dechaume (1816‑1892) e Jean‑Baptiste Barla (1817‑1896). I vegetali venivano ricoperti di gesso molto liquido, steso con un pennello in più strati sottili.

Per leggere il saggio sull’uso del calco a vivo o calco da vero da parte di Canova, aprirlo gratuitamente, cliccando il nostro link,  evidenziato in blu

www.stilearte.it/lincoffessabile-segreto-di-canova-uso-i-calchi-presi-dai-modelli-il-giallo-la-soluzione/

 

 

 

Suo malgrado il calco dal vero entra in stretto rapporto con la fotografia, dalla quale fu poi scalzato; entrambe le tecniche erano state infatti oggetto di critiche e pubblica disapprovazione.

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