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Sesso selvaggio in un affresco del tardo Quattrocento bresciano. L’analisi, il significato


Scoperta molto interessante e particolare è stato il ritrovamento, durante la ristrutturazione di un edificio del centro storico di Brescia, di una piccola stanza affrescata con dipinti allegorici davvero inconsueti. La non accessibilità del luogo ne ha permesso la conservazione nei secoli. Le dimensioni della stanza sono ridotte sia nella superficie perimetrale che nell’altezza (punto di massima altezza cm 165) e l’ingresso fu murato in tempi successivi alla sua realizzazione celando così l’ambiente. La particolarità dell’opera è costituita sia dalla tecnica esecutiva, che dal soggetto dei dipinti. “La sorpresa si è avuta durante l’intervento di restauro” ha affermato la restauratrice Luisa Pari, che ha eseguito il recupero e l’intervento conservativo. Sotto di uno spesso strato di sudiciume e nerofumo affioravano personaggi, animali e decorazioni floreali dai colori vivaci e brillanti dipinti con dovizia di particolari. Le scene principali rappresentate sono tre e la più “curiosa” è quella che raffigura una cortigiana seduta in atteggiamento lascivo circondata da scimmie ed altri animali. La rappresentazione nella sua globalità ha un significato simbolico notevole. Risulta pertanto interessante approfondire con un accurato studio storico-artistico l’origine e la storia di questo originale ed inconsueto ambiente.

La lunetta licenziosa scoperta nel centro storico di Brescia

La lunetta licenziosa scoperta nel centro storico di Brescia

Non ho dubbi nell’affermare che, al cospetto dell’affresco di stampo quattrocentesco trovato in una stanza murata del quartiere del Carmine, l’anonimo pittore configurò, con sommo divertimento, un mondo ribaltato, secondo quella categoria bachtiniana collegata alle inversioni carnevalesche che trasformava re in buffoni, sacerdoti in uomini licenziosi, suore in donne dedite al vizio. Non siamo in grado di sapere se la stanza fosse l’alcova di una casa di piacere con annessa decorazione finalizzata alla stimolazione visiva dei clienti o, caso forse meno plausibile, il camerino di un edificio privato palesemente riservato all’esercizio dell’eros, con un apparato pittorico lubrico in grado di preparare le ospiti del vano a incontri contrassegnati dalla spudoratezza.

Certamente possiamo affermare che la violenza iconica del soggetto, collocava l’affresco in una dimensione riservatissime. come del resto testimoniano la collocazione e la morfologia della stanza, un vano di limitate dimensioni e di altezza ridotta (1,65 m nel punto massimo). I lupanari, dai tempi dei romani, usavano offrire alla clientela dipinti parietali dedicati a Priapo e ad Eros, in molti casi arricchiti da motti o indicazioni di servizio, tra le quali ricordiamo quella famosissima incisa sul muro di un postribolo di Pompei, in cui una prostituta, evidentemente preoccupata per la dirompente azione di clienti, invitava gli uomini alla delicatezza durante il rapporto sessuale (“lente impelle”). La presenza di pitture di cavalletto che raffiguravano nudità caratterizzava invece, a partire dal Rinascimento, le stanze di alcuni ricchi collezionisti. Ma in quei casi l’argomento della congiunzione sessuale era soltanto alluso, attraverso l’allegoria. Molto diretto – quasi che fosse vergato con la violenza del dialetto – è invece l’affresco scoperto nell’edificio bresciano, opera raffigurante, tra gli altri brani della scena, una scimmia che pare si stia preparando alla congiunzione carnale con una giovane dama. Il soggetto evidentemente non fu realizzato da un grande pittore, ma da un discreto artigiano, che contò forse sulla collaborazione di un aiuto, come dimostrano soprattutto gli eroti combattenti, realizzati nella stanza – rievocanti l’attività sessuale che, all’epoca, veniva definita il “dolce fatto d’arme”- rispetto ai quali, nel confronto con la scena centrale, è evidenziabile una maggior maturità espressiva.

Particolare

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Ma ciò potrebbe anche dipendere dal fatto che, per la stesura degli eroti, l’artista abbia utilizzato precedenti cartoni, soggetti piuttosto diffusi all’epoca, mentre la scena licenziosa è stata ideata senza che poggiasse su più raffinati interventi preparatori. L’impressione che si ricava osservando lo stile del dipinto è quello di un’opera realizzata da un pittore del Quattrocento. L’edificio risale al Trecento, ma denota rimaneggiamenti del secolo successivo. E’ possibile che l’affresco sia giunto come completamento di quel restauro antico. Il ribaltamento del mondo, nel dipinto del Carmine, è segnato dal mutamento delle collocazioni tradizionali dei protagonisti: l’orizzonte dei vizi sostituisce quello delle virtù. L’urgenza dell’amore carnale – suggerito peraltro dall’abito rosso fuoco della signora – e la sua fiamma rapinosa hanno il potere di distogliere la donna dallo sgabello sul quale, come una moglie virtuosa, era impegnata nella filatura, opera che, nelle società arcaiche, denotava dedizione alla famiglia.

Particolare

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La dama, in una scena non dipinta, ma che immaginiamo come prologo concettuale alla raffigurazione di questo “ineluttabile infortunio della virtù”, doveva proprio essere collocata su quello sgabello che, per ruolo, le apparteneva. Un presidio che ella occupava con la conocchia in mano – strumento che già di per sé costituisce, associato al fuso, pur in un quadro di onestà nuziale, l’anticipazione, attraverso la forma fallica, del cedimento sessuale – e che ora viene retto da un maschio di scimmia. Mondo doppiamente ribaltato, se si pensa che lo scimmione porta al fianco la spada, come il capitano di un esercito conquistatore. Le scimmie hanno infatti invaso la stanza, caricando espressionisticamente l’allegoria.

Particolare

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Questi animali, conosciuti per la spudoratezza con la quale affrontano gli accoppiamenti e per l’abitudine che hanno, pur in solitudine, di “giocare” a lungo con il proprio sesso, sono sempre considerati incarnazione simbolica della lascivia primordiale. Il loro aspetto comicamente antropomorfo è in grado di sollecitare l’instaurazione di uno stretto parallelismo tra i bisogni primari di una società che nasconde il proprio desiderio sessuale e le “giungle” nelle quali è collocato l’habitat dei primati inferiori. In questo caso specifico gli animali dipinti costituiscono una primordiale trasposizione del desiderio sessuale maschile. Ma osserviamo analiticamente la scena. Nella parte estrema della lunetta, alla nostra destra, appare un piccolo albero che funge da attaccapanni: esso, attraverso una calza e una scarpa femminile – forse appartenenti alla donna stessa, che nell’istante fissato dal pittore ha i piedi nudi – rappresenta il vestibolo della nudità.

Il sacco (di farina?) collegato alla brocca più sotto impugnata da una scimmia, potrebbe essere la trasposizione iconografica di un proverbio latino molto popolare per tutto il medioevo. Esso ricorda che senza il vino e il cibo, l’amore viene preso dalla morsa del freddo. (“Sine Bacco et Cerere frigescit Venus). Le scarpe maschili trascinate per la stanza alludono, come pare naturale, alla presenza dell’uomo che è entrato nella stanza e che, osservando l’affresco, si prepara alla congiunzione carnale. La scimmia con la spada e con la conocchia, che occupa la parte centrale dell’affresco, divide la scena e introduce la parte licenziosa della raffigurazione, alla nostra sinistra. Ai piedi della donna stanno due piccoli mammiferi – forse cani – e soprattutto un ramarro che evoca sempre – basti pensare al “San Girolamo” di Bellini – la tentazione demoniaca. Il volto di questa giovane, elegante dama, incorniciato da boccoli biondi che ricordiamo molto spesso riferiti, a livello di iconografia, alle Maddalene, è estatico. Le palpebre sono chiuse. Le labbra serrano il bocchino di un lungo strumento a fiato retto da una scimmia tentatrice. Appare molto chiara l’allusione all’azione sessuale compiuta dalla dama. Alle sue spalle, un’altra bestiola le scopre i glutei. La nudità delle natiche assimila la signora agli animali, che mostrano nell’affresco il deretano scoperto. La discesa verso le pulsioni primordiali è avvenuta. La scintilla è scoccata.

 

La scimmia significa perfidia, libidine e avarizia litigiosa

La scimmia è uno degli animali simbolici per eccellenza. Essa incarna una viva intelligenza orientata alla perfidia, alla libidine e all’avarizia litigiosa. Questo, almeno, nella cultura occidentale. In Oriente, infatti, l’animale è considerato come portatore di aspetti magici beneauguranti. Nell’arte e nella letteratura cristiane, la scimmia è considerata negativamente. Simboleggia – in molti casi è raffigurata mentre regge uno specchio tra le mani – l’uomo che, a causa dei suoi vizi, è decaduto allo stato animale, e, in particolare, i peccati capitali di avarizia, lussuria e vanità. Quando è incatenata, raffigura il demonio sopraffatto dalla virtù.

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