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Simone Butti



Fin da bambino, Simone Butti (Carpenedolo 1912-2002) assimila intensamente le suggestioni dell’arte, essendo il padre apprezzato decoratore. In seguito frequenta la Moretto di Brescia, per approdare poi all’Istituto Beato Angelico di Milano e al Toschi di Parma. Significativi, nel tempo, i contatti e le collaborazioni con Giuseppe e Vittorio Trainini, Eligio Agriconi, Eliodoro Coccoli, i fratelli Mozzoni, vale a dire il meglio della produzione decorativa locale; e non secondari i rapporti con maestri della grafica pubblicitaria, da Boccasile a Dudovich, e le amicizie con Silvio Consadori e Lilloni. In breve, però, Butti s’evidenzia come pregevole pittore di cavalletto, che non esita a ricorrere agli stilemi più avanzati dell’epoca. Sono gli anni Quaranta: in quel periodo il suo fare figurativo è testimoniato fra altri da Natura morta, Gabbietta, mentre nell’ambito del ritratto sono importanti Violinista, Giacinto e Autoritratto, soggetti saldamente costruiti con colori fondi e scanditi, racchiudenti penombre silenti ma preziose come focose gemme rosate.

E’ una stagione limitata, quella figurativa, superata da una ricerca alimentata dagli sconvolgimenti seguiti al secondo conflitto mondiale. Se la figurazione si frange, permangono le tinte palpitanti, nelle quali non v’è presagio dell’esplosione cromatica delle opere successive agli anni Sessanta, quando Simone Butti abbraccia definitivamente l’astrattismo, in cui riesce a far germogliare il seme della pura armonia. In queste composizioni racchiude ormai moduli geometrizzanti, la sintesi compiuta nella ritmica dei colori. Rappresentativi di quest’estrema effervescenza di cromie, racchiusa fra l’incastro di quadrati e il librarsi di filiforme lamine, sono L’obelisco e Composizione ritmica (1976), Ricordo Venezia (1977), fino a Composizione (1984), opere nelle quali prevale un equilibrato ordine di linee e di colori. Chi ha conosciuto Butti non può non convenire sul fatto che il rigore delle sue composizioni coincidesse con la severità dell’uomo, prima ancora che dell’artista: un artista peraltro assai poco noto in città, avendo perseguito l’affermazione fuori dal territorio locale (ricordiamo le commissioni portate a termine a Bergamo, Roma, Como, Cantù…). Soltanto nel 1994, al crepuscolo della vita, l’Aab gli ha dedicato una mostra antologica.

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