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Gualtiero Marchesi, Sonata per Warhol nonostante lui cantasse la zuppa


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di Gualtiero Marchesi

Ho conosciuto personalmente Andy Warhol. Era l’ottobre del 1983 e il grande artista si trovava in visita a Milano, in compagnia di Jean Michel Basquiat. Lo incontrai in quell’occasione, ad una festa organizzata in suo onore in una discoteca: un avvenimento di cui Warhol parla, tra l’altro, nei suoi famosi diari, tradotti anche in italiano (“I diari di Andy Warhol”, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1989). Di questo protagonista dell’arte del Novecento mi ha sempre affascinato il ricorso, giocato nel vento del genio, alla serialità. Serialità che supera il meccanicismo della mera clonazione dell’icona in direzione di una sequenza di scartamenti progressivi, di sussulti a prova di derapaggio, pertinenti, mai fuoripista: e tuttavia incisivi, graffianti, capaci di peculiare imprimitura. Le magistrali serie di Warhol – principe dei replicanti, ed al tempo stesso affossatore del tedio del replicare – ci consegnano insomma la novella dei volti, la fabula di effigi trascorse dalle diseguali stagioni dell’umano sentire. Come ben dice, nell’intervista pubblicata nelle precedenti pagine di “Stile”, quel grande conoscitore dell’artista che è il mio amico Gabriele Mazzotta, “ogni multiplo si distingue dagli altri, divenendo espressione di differenti stati d’animo”.

E’ in questo spirito che tributo il mio omaggio ad Andy Warhol. Il quale – se fosse ancora tra noi, e se per una qualche ragione venisse informato della cosa – certo perdonerebbe, da persona ricca d’ironia qual è stato, la mia celia affettuosa: a lui, che compose l’elegia della Coca-Cola, dell’hamburger e della minestra in scatola, ho dedicato un piatto all’insegna della mediterranea pasta, condita da mediterraneo olio d’oliva e da mediterraneo pecorino. Stesso sapore, dunque: eppure… Le sequenze della mia opera “seriale” si scompongono in quattro tipi di pasta: ecco il pacchero, corto e tozzo, inesorabilmente trafitto di lato da una forchetta; ecco lo spaghetto, ghiribizzo che s’avvolge in iperboli imprevedibili attorno ad un’altra forchetta; ecco la sgranata nebulosa del risone, per un attimo ricomposta nella conca d’un cucchiaio; ed ecco, infine, la precisione del “radiatore”, gioiello sortito dall’estro di designer. Consegue, da ciò, il centrifugo distacco dell’unicità verso tattilità diverse, consistenze diverse, e diverse sensazioni. Entro il binario di una comune appartenenza, peraltro. Warhol docet.

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