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Spaventose illusioni in pittura, riveliamo il codice segreto di Kurt Wenner


Kurt Wenner, Reflections”

Kurt Wenner, Reflections”

intervista di Gian Mario Andrico

“Inganni ottici, distorsioni prospettiche, illusioni tridimensionali. L’anamorfosi – spiega Kurt Wenner, l’artista californiano adottato dalla città di Mantova, che vive e lavora in un’antica torre, quel poco che ancora rimane delle imponenti difese esterne di Curtatone – è una scienza precisa, studiata sin dall’antichità per dare corpo alle più ardite apparenze che lo spettatore percepisce come in movimento, vede sprofondate in abissi senza requiem, immagina concave quando invece sono lineari…”. Kurt racconta con spigliata semplicità ciò che in realtà è tecnica difficile, matematica pura rivolta al creativo. “L’anamorfosi è un espediente di prospettiva con sue proprie regole, studiato da Piero della Francesca, Bramante, Masaccio – aggiunge l’artista- e da molti altri artefici del Primo Rinascimento, cioè appena riscoperta la prospettiva lineare. In particolare fu scienza approfondita dal pittore italiano noto col nomignolo di ‘Paradosso’, proprio per la ricerca che condusse nei confronti di questa forma d’arte che definirei affabulatoria, che vanta una sua perfezione oggi ingiustamente dimenticata, perduta.

“Neptune“, Woodbine, Georgia (particolare)

“Neptune“, Woodbine, Georgia (particolare)

Del resto si è perso molto altro in seno all’arte, alle sue ‘leggi’, alla filosofia creativa che sapeva ‘disegnare la voce’… Il Codice segreto che guidava la mano degli artisti, per fare un esempio, quanti oggi lo saprebbero riconoscere o decifrare?”. Nelle affermazioni dell’artista statunitense non è difficile leggere una vena di delusione, di mal celata insoddisfazione. Perché? Forse abbiamo intuito l’arcano, anche se non abbiamo il coraggio di chiedere lumi direttamente a lui, al maestro Wenner. Lo studio sempre più profondo, e l’uso iterato dell’anamorfosi bilancia, forse dicevamo, la disillusione del pittore per questa decadente Italia? Il poliedrico artista se ne andrà a breve. Lascerà Mantova, la terra che abita da molti anni. “Quando sono arrivato c’erano paludi, campi verdeggianti e la torre era raggiungibile per una stradina bianca – racconta con accento sincopato il creativo straniero – Ora è un massacro. Là sorge uno spaventoso supermercato, lì passa una circonvallazione, e ovunque sono nate casette che assecondano solo espedienti edili, nulla a che vedere con l’architettura. Non riesco più a respirare, a reggerla questa terra che pure mi ha fatto innamorare.

“Voyage of Ulysses”, Time Warner Center, Central Park, New York

“Voyage of Ulysses”, Time Warner Center, Central Park, New York

Quando sono venuto in Italia avevo aspettative grandi. Pensavo di trovare maestri in grado di insegnarmi la pittura, le sue regole, i segreti di queste regole. Era, per me, un’esigenza grande. Ma nemmeno in questo sono stato esaudito. E’ vero o no – chiede Kurt con occhi un po’ spiritati – che l’Italia ha fatto il Rinascimento? Nel mio tempo, in questo tempo, ben poco è rimasto di quello che voi italiani avete saputo insegnare al mondo”. Le affermazioni dell’artista sono dure, ma le sue parole sono ricche di verità. “Comunque vi ho studiato, ho cercato di capire la grandezza del vostro passato. La ‘Bella Maniera’, tanto colta perché classica, tanto moderna…Ne furono campioni Leonardo, Parmigianino, il Rosso Fiorentino, Correggio, Raffaello, e quel Giulio Romano che amai alla follia, che mi ha condotto in Italia e mi ha guidato per le strade mantovane. Poi, subentrò ben presto all’idea di ‘misura’ quella della magniloquenza, e le forme furono esaltate. Iniziò il diacronico alternarsi tra classicismo e anticlassicismo. E’ proprio a questo punto che prende il giusto significato la nuova ricerca della forma, commista a capacità tecnica di alto livello, nota con nome di anamorfosi: non reale nelle linee, nella natura e nemmeno nei contorni ma che rientra a pieno titolo in questo fare e dire creativo. Mai ‘reale’, dicevo: a tale proposito si rammenti la celebre frase di Goethe: ‘Quello che ho disegnato io non l’ho visto…’”. Continua a spiegare Kurt. “L’anamorfosi è una rappresentazione che si avvale della pittura per dare corpo a deformazioni prospettiche percettibili solo da un punto di vista.

“The Ghetto”, Mantova

“The Ghetto”, Mantova

La stessa scena, se osservata da qualsiasi altra angolazione, apparirà deforme, persino incomprensibile. Basta vedere la nota ‘Sala degli Specchi’ in Palazzo Ducale, a Mantova; o l’indimenticabile opera di Hans Holbein ‘Gli Ambasciatori’, col teschio visto di scorcio; e ancora la cupola finta, che tanto ho studiato, eseguita nel Settecento da Andrea Pozzo in Santa Flora e Lucilla, ad Arezzo, dove in certe ore del giorno non si vede trattarsi di una grande tela circolare, posta a pochi metri da terra, e che dà l’illusione di elevarsi sino al cielo. Credo invece che l’anamorfosi non sia un trompe-l’oeil, cioè l’imitazione così esatta della natura da riuscire a ingannare anche il più esperto osservatore, ma è la conseguenza di sofisticati calcoli geometrici legati a grande capacità progettuale: una tecnica che si può imparare e insegnare. Ne sapeva qualcosa anche Leonardo che, ad un certo punto, dichiara guerra alla prospettiva lineare. Il grande maestro tentò di sposare l’Armonia alle regole prospettiche ma non ci riuscì, o meglio, è la prospettiva che non è in grado di soddisfare questa esigenza filosofica. Vedi l’‘Ultima Cena’, per realizzare la quale il Vinci abbandonerà le rigide regole prospettiche e preferirà, per dare libero sfogo al suo pensiero, alla sua infinita creatività, l’‘Armonia della Proporzione’. Lui voleva molto di più di quello che la matematica conosciuta al suo tempo era in grado di dare, voleva scoprire regole nuove, senza limiti: ‘divine’…”. E’ di fatto a Leonardo che dobbiamo le prime anamorfosi conosciute e studiate per essere trasformate in pittura.

Qui sopra osserviamo alcune forme complesse ricostruite dall’artista americano grazie alla tradizionale regola del punto di fuga centrale e reale su un piano piatto.  E’ dal superamento di questo quadro prospettico, tenendo conto della conformazione dell’occhio umano e delle regole percettive ad esso sottese, che si raggiunge il campo di un’illusione che va oltre il tridimensionale.

Qui sopra osserviamo alcune forme complesse ricostruite dall’artista americano grazie alla tradizionale regola del punto di fuga centrale e reale su un piano piatto. E’ dal superamento di questo quadro prospettico, tenendo conto della conformazione dell’occhio umano e delle regole percettive ad esso sottese, che si raggiunge il campo di un’illusione che va oltre il tridimensionale.

Alcuni suoi appunti, contenuti nel “Codice atlantico”, e certi suoi disegni dimostrano la perfetta acquisizione del principio che porta alla creazione di queste figure illusorie. Camere oscure, paradossi diottrici, telescopi paradossici e altri apparecchi dai nomi bizzarri, macchine catottriche realizzate con specchi conici, cilindrici, o piani, sino alla ben nota lanterna magica, sono il racconto lungo e interrotto di una secolare ricerca che Kurt Wenner ha approfondito in questi anni, raggiungendo risultati sorprendenti. La loro storia però prende le mosse dai tempi di Aristotele ed è costellata da nomi di scienziati illustri come Johann Kepler, Christiaan Huyens, ma anche da alcuni celebri rappresentanti di quella tradizione di studi strettamente legata alla magia naturale, come Giovan Battista Della Porta o Athanasius Kircher. Kurt lo dice: “Quando arrivai in Italia mi unii ai madonnari e lavorai su molte delle vostre belle piazze. Ben presto mi resi conto che del mio lavoro rimaneva solo qualche fotografia, ma erano piatte, non rendevano giustizia alle fatiche messe in campo, anzi in piazza. Fu così che pensai di privilegiare l’aspetto dell’anamorfosi, affinché gli effetti fossero accentuati, non cancellati. In pratica ho voluto potenziare le capacità già esistenti nell’occhio umano, che vede a 120 gradi, arrivando fino a 180 gradi in particolari condizioni. E’, questo sforzo, buona cosa perché più allarghi il campo visivo più coinvolgi l’osservatore. E io so bene quanto questo oggi sia necessario. C’è, in questo spesso drammatico confronto tra la visione simbolica, la matematica della progettazione, e la reale esperienza della percezione visiva, tutto il fascino della pittura”.

Esaminiamo con attenzione la tavola di Wenner qui sotto. Essa è, di fatto, il passaggio a un orizzonte percettivo e rappresentativo nuovo, come combinazione di due sistemi prospettici. Se il nucleo centrale del disegno si basa sulla prospettiva di fuga centrale e reale, le linee più distanziate dal centro si arrotondano, come se seguissero la curvatura dell’occhio. L’artista tiene conto dell’interazione delle due regole prospettiche per produrre gli straordinari effetti visivi dei suoi dipinti.

Esaminiamo con attenzione la tavola di Wenner qui sotto. Essa è, di fatto, il passaggio a un orizzonte percettivo e rappresentativo nuovo, come combinazione di due sistemi prospettici. Se il nucleo centrale del disegno si basa sulla prospettiva di fuga centrale e reale, le linee più distanziate dal centro si arrotondano, come se seguissero la curvatura dell’occhio. L’artista tiene conto dell’interazione delle due regole prospettiche per produrre gli straordinari effetti visivi dei suoi dipinti.

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