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Statua di Guidarello, cinque milioni di baci e di pensieri erotici femminili




Sarebbero cinque milioni le donne che nel corso di un paio di secoli non hanno saputo resistere al fascino di Guidarello Guidarelli, il nobile cavaliere effigiato nel 1525 dallo scultore Tullio Lombardo nella celebre lastra funebre che, tra le opere conservate nella Pinacoteca del Mar, il Museo d’arte della città di Ravenna, costituisce senza dubbio quella più nota e visitata. Sulla base della leggenda popolare per cui “le donne nubili che baceranno Guidarello, potranno sposarsi entro l’anno”, milioni di labbra si sono dunque posate su quel volto fissato nel marmo, milioni di dolci contemplazioni e platonici abbandoni si sono succeduti al cospetto di quello struggente ritratto colto nel passaggio tra la vita e la morte.

E stando alle cronache, le manifestazioni d’affetto per la statua, oltre alle visite di vip della cultura, del teatro e del cinema, contemplano pure l’invio di appassionate lettere anonime e mazzi di rose rosse depositate ai suoi piedi. Fin dal momento in cui il simulacro di Guidarello Guidarelli, giovane cavaliere ravennate rimasto ucciso (in realtà per futili motivi) nel 1501, fu collocato nell’originaria sede dell’Accademia di Belle Arti, inaugurata nel 1829, esso divenne oggetto di una devozione particolare. Il fatto, poi, che a lungo non siano stati noti né il nome dell’autore né le circostanze del decesso del personaggio raffigurato, contribuì a creare un alone di mistero che ha mantenuto acceso il culto di Guidarello fino ad oggi. Al centro di controversie attributive, l’opera fu attribuita a Tullio Lombardo, grazie al ritrovamento di un documento trovato nel 1914 che lo attestava come unico destinatario del compenso per la sua realizzazione -. La scultura raggiunse rapidamente livelli eccezionali di notorietà, favoriti dall’interesse ad essa rivolto da scrittori e intellettuali di grido. Il primo fu lo storico fiorentino Gino Capponi, che in un taccuino di viaggi la indicava come una delle più belle sculture mai viste.

In seguito, diversi viaggiatori europei ne lasciarono nei loro appunti descrizioni tanto entusiastiche da sollecitarne la richiesta di copie in gesso da parte di importanti musei esteri, come il South Kensington Museum di Londra, il Museum of Fine Arts di Boston e quello di Buenos Aires. Pure Gabriele d’Annunzio fu affascinato da Guidarello, che celebrò così in un sonetto del 1903: “Ravenna, Guidarello Guidarelli / dorme supino con le mani conserte / su la spada sua grande. Al volto inerte / ferro morte dolor furon suggelli…”, contribuendo a circondare l’effigie del guerriero di quell’aura decadente che avrebbe condotto alla definitiva venerazione estetica e sentimentale del volto. I dubbi che in anni recenti hanno sollevato una nuova querelle intorno alla paternità dell’opera, al punto da fare ipotizzare che si tratti di un lavoro ottocentesco, sono legati da un lato ad alcune dissonanze evidenziate da esperti in armature antiche in particolari come l’elmo, gli speroni e le scarpe, dall’altro al rilevamento di una sostanziale mancanza di unitarietà stilistica: al verismo accentuato del viso, infatti, si contrappone una resa sommaria e semplificata della figura, che rimanda ad un’iconografia canonica. Il patetismo un po’ eccessivo nell’espressione del volto, inoltre, è ritenuto inspiegabile seguendo la parabola estetica di Tullio Lombardo. L’ipotesi sollevata, e in attesa di dimostrazioni, è che i proprietari dell’opera, dopo averla prestata alla neonata Accademia di Belle Arti, l’abbiano ritirata, e che qualcuno, per riempire l’improvviso vuoto, abbia commissionato il fortunato falso. Certo è che il piccolo giallo creatosi intorno all’epoca e alla paternità della statua pare non avere che contribuito a rinverdirne il fascino su tante donne più o meno giovani, che imperterrite continuano a rivolgervi la propria appassionata devozione.
Nel passato,secondo le testimonianze orali, che sono state tramandate a Ravenna, alcune donne facoltose ottenevano, pagando il guardiano, la possibilità di essere chiuse all’interno della stanza, da sole, potendo godere così, come amanti, la bellezza del condottiero.

Guidarello Guidarelli nacque tra il 1450 e il 1460 a Ravenna (al tempo sotto il dominio della Repubblica di Venezia) da una famiglia d’origine fiorentina trasferitasi nella città romagnola agli inizi del XV secolo. È il primo di sette figli (di cui tre maschi e quattro femmine) e il padre, Francesco, era notaio. Uomo d’arme, nel 1468 Guidarello (ancora in giovanissima età) venne insignito della nomina di cavaliere dall’Imperatore del Sacro Romano Impero Federico III d’Asburgo.
Durante il periodo di carnevale del 1501, in attesa di sferrare l’attacco decisivo su Faenza, Cesare Borgia si dilettava con i suoi passatempi preferiti: tornei, corride e balli in maschera. Fu proprio in occasione del gran ballo mascherato organizzato ad Imola per l’ultimo giorno di febbraio che Guidarello Guidarelli venne ferito a morte. La causa di quel ferimento mortale resta un mistero, anche se non è escluso che, al di là di possibili vendette politiche, l’uomo sia stato vittima, nel clima surriscaldato del carnevale, di un colpo sferrato per futili motivi.

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