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Streghe – Processi nel Bresciano, storia e iconografia. Il caso di Benvegnuda Pincinella


Angelo Caroselli, La negromante, XVII secolo - Ancona, Pinacoteca Civica

Angelo Caroselli, La negromante, XVII secolo – Ancona, Pinacoteca Civica

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Il processo a Benvegnuda Pincinella venne celebrato a Brescia nel 1518. Le informazioni di questo breve saggio sono desunte dagli atti giudiziari, inviati a Marin Sanudo, a Venezia.Il capitolo è tratto da Bernadelli Curuz “Streghe bresciane”, 1988

Senza scope magiche e gatti diabolici, con il contatto di un ruvido saio sulla pelle, Benvegnuda Pincinella giunge in piazza Loggia a Brescia, fra un doppio cordone di birri. Zulian, suo diavolo custode, agile e fottutissimo rosso malpelo, l’ha definitivamente abbandonata. La pila di legna è stata preparata ai piedi della colonna, dove è appollaiato il leone di San Marco. Benvegnuda espia definitivamente il peccato stregonesco a sessant’anni, nel torrido luglio del 1518. A nord, Lutero sta intrigando contro l’unità della chiesa. In provincia i preti rinnegano la dottrina cristiana. Si conculcano le ostie nella pubblica via e prendono corpo gli infausti vaticinii dei mistici che vedono l’opulenta e augusta «Bressa» squinternata preda del demonio.

Pincinella è una donna stravagante. Fa becco il marito, va a passeggio di notte con le amiche, pratica con successo l’arte magica. Proprio per questo è richiesta a destra e a manca. Le brave massere di tutto il circondario la chiamano a consulto per sgarbugliare i casi più difficili: briga e disbriga incantamenti, lega e slega matrimoni, guarisce i dolori d’intestino e le possessioni; confeziona cataplasmi, debella infezioni veneree come il «brusor d’orina». Nel 1509, alla porta della sua casa di Nave, hanno bussato persino i servi di Sebastiano Giustiniani, podestà di Brescia, ricordato come persona con scarsa vocazione al comando (quando da ovest arriveranno le truppe francesi abbandonerà la città per tornarsene a Venezia). Il podestà ha una figlia. Nei documenti processuali non viene chiaramente indicata l’età della ragazza, che comunque deve essere poco più che una bambina. Giace immobile nel letto. La fame le si è spenta in gola. Tutti, familiari e servi, pensano subito alla conseguenza di una fattura e in particolare si ritiene che la fanciulla sia stata «maleficiada da una soa fantesca dandoli da manzar». Le fantesche sono le donne più esposte alle accuse stregonesche. Mai «bestie» quanto i servi, creature ambiguamente dotate di un’educazione o di un portamento superiori, spesso diventano amanti dei padroni o comunque aspirano a conseguire la potestà padronale, attraverso matrimoni o contratti segreti. Ma dopo l’agone amoroso, per somma ingratitudine, sono desti¬nate a riprecipitare nella condizione servile. Per recuperare il terreno perduto fanno così ricorso alle pratiche della magia casalinga. Benvegnuda Pincinella lascia la sua casa di corsa, con un involto d’erbe, sicura di poter annullare il malefico influsso. Nel corso della deposizione, resa al tribunale della santa Inquisizione di Brescia (nella persona del domenicano Fra Lorenzo Maggi) la strega, chiamando in causa pazienti illustri per cercare un’ingenua giustificazione, ricorda minuziosamente la terapia seguita per liberare la ragazzina. Benvegnuda aveva preso con sé una manciata di sambuco. Ne aveva fatto un decotto, che era stato somministrato alla paziente per tre mattine di seguito. L’operazione avveniva mentre la guaritrice, con una stringa della malata fra le dita, pronunciava alcune frasi magiche. «Postu romagnir così neto e sgurà come romagnì le piaghe de Cristo vere, postu guarir e miorar come fece le piage de Jesù quando le comenzò a saldar» («Possa tu restare così pulito e ripulito come le piaghe di Cristo; possa tu guarire e migliorare come le piaghe di Cristo quando iniziarono a rimarginarsi»). Poi, riferisce Pincinella, «me butava in zenochioni denanzi a la nostra Donna che era in quella camera et si disevi nove Pater Nostri e nove Ave Maria a onor de Dio, della nostra Dona et de San Zulian, che me donasse quella grazia, dicendo e sapeva che la vomitarave, perchè ho fatto questa esperienza in altri e questa esperienza me fo data da un maestro che soleva star a la porta de San Zuane può esser anni cinquanta».

Angelo Caroselli, La strega, secolo XVII, Museo statale d'arte medievale e moderna

Angelo Caroselli, La strega, secolo XVII, Museo statale d’arte medievale e moderna

Giuliano è un nome ricorrente in questo processo. Così si chiama il santo ospedaliere, protettore di malati e guaritori, raffigurato in alcune chiese bresciane con il corpo devastato dalle piaghe. Secondo una radicata credenza popolare, se invocato al momento giusto, Zulian aiuta i fedeli colpiti da morsicature di serpente o da ferite profonde. Non è quindi una semplice coincidenza che il consigliere diabolico della strega, il suo occulto suggeritore, abbia proprio questo nome, come non è casuale che la malefica, nelle sue invocazioni, non si appelli direttamente alle potenze del male, ma alle stesse divinità cristiane, ai martiri, ai santi, reinterpretando liberamente i riti e i miti di Santa Romana Chiesa. Il caso della figlia del podestà si risolve positivamente. Liberata dalla pressione diabolica che l’aveva spinta alla soglia della morte, la ragazzina torna in salute quando, prodigiosamente, riesce a vomitare «una taza d’argento piena de brodego et de chativeria».

Tutti concordano: deve esser proprio colpa della fantesca se quell’oggetto s’è annidato nelle viscere della pulzella. Il procedimento fatale per Benvegnuda Pincinella viene avviato nel giugno del 1518, su segnalazione di un solerte dirimpettaio della strega. La donna è tenuta d’occhio da tutta la comunità del paese di Nave, in cui risiede, poichè ha già subito una lieve condanna nel 1509, quando, per ordine del padre inquisitore, per gli stessi reati stregoneschi, è stata costretta ad indossare l’abito infamante e a sottoporsi alle ghignanti provocazioni dei parrocchiani. Il delatore viene sentito il 19 giugno 1518. Si chiama Benvegnudo da Pontevico. È un cittadino bresciano temporaneamente domiciliato a Nave. Dopo aver prestato giuramento davanti a padre de Maziis, il denunciante dice di aver sentito molte persone degne di fede affermare che Pincinella è una strega, perchè ha «strigato molte persone, come sono puti e pute stropiati e fatti morire».

Fra i delitti enumerati, lo scatenamento di tempeste che piluccano selvaggiamente i chicchi al graspo e mietono come furiosa falce ogni coltura; la partecipazione agli striozzi, o sabba, o zuoghi del barilotto, ovvero tregenda, su, al Tonale, il monte del tuono. Padre Lorenzo svolge con acribia teutonica la sua missione, senza eccessi brutali, raccogliendo scrupolosamente le testimonianze per non inficiare la validità del processo. L’inquisitore non scorda mai di chiedere ai testimoni se la deposizione viene fatta «per odio o per zelo della santa fede et per ben de l’anima di costei».


Il 20 giugno per ampliare il mosaico accusatorio, padre Lorenzo lascia la città e il convento di San Domenico per recarsi a Gussago. Qui, in una casa del centro, incontra Pasquina, figlia di un certo Antonio de Comini. La testimone è stata indicata al vicario dell’inquisizione dai confratelli domenicani che reggono il convento della Santissima, edificio monastico che sorge alla sommità dell’omonimo colle e che funge da casa di soggiorno estivo per i frati della città. La giovane riferisce con dovizia di particolari di essere stata, certo per gravi ragioni, cliente della strega. Pasquina ricorda di aver lasciato in fretta e furia la propria casa, abbandonando la madre a letto, gravemente prostrata. Previdentemente la ragazza aveva portato con sé una stringa della sofferente, oggetto che avrebbe poi consegnato alla strega. Reggendo il laccio per le due estremità e osservandone la criptoscrittura oscillante, la guaritrice disse di aver compreso la natura del male e di essere così in grado di consigliare la migliore cura per poterlo debellare. Anche quella visita a distanza, riferisce la giovane, si rivelò tanto mirata e precisa che il miracolo ebbe presto compimento.

Veduta notturna del convento domenicano della Santissima Trinità, a Gussago, in provincia di Brescia. Qui venne interrogato uno dei testimoni del processo a Benvegnuda Pincinella, accusata di stregoneria nel 1518

Veduta notturna del convento domenicano della Santissima Trinità, a Gussago, in provincia di Brescia. Qui venne interrogato uno dei testimoni del processo a Benvegnuda Pincinella, accusata di stregoneria nel 1518

Proprio nel convento della Santissima Trinità di Gussago frate Maggi riceve, il 21 giugno, la testimonianza di Zuan Francesco de Tolinis, notaio del luogo. «Sì, la cognosco da quattro anni» ammette il notabile e poi racconta di averla vista diverse volte compiere incantesimi, tenendo una stringa fra le dita e pronunziando la seguente invocazione: «Dio fe sì, dio fe Zuan Francesco, dio fe el legno de la Santa Cros, Dio me guardi da li sette dolori, di fuoco ardente, de aqua corrente, de omo possente più de mi che in de l’andar in là sia con Dio, e la vergine e i santi suoi». Dopo queste parole, pronunciate con una certa chiarezza, la donna prendeva a sussurrare all’oggetto altre frasi incomprensibili. Fra la malefica e il laccio correva una fitta comunicazione fatta da un lato di mossette e roteazioni, dall’altro di soffi lievissimi. L’inquisitore intuisce che Zuan Francesco de Tolinis sa comunque più di quanto voglia dire. E lo sollecita a confessare. Il testimone, in un primo tempo restio, si lascia quindi andare ad una diffusa narrazione. Abitava in paese una ragazza avvenente. Di notte, costei appariva in sogno al notaio ed era sul punto di rivelargli carnalmente ogni sua grazia riposta. Preso dall’assillo d’amore, l’uomo decise di rivolgersi a Pincinella alla quale chiese consiglio sulla strategia del corteggiamento. In particolare Zuan volle ricevere notizie sulla presenza di un eventuale rivale. La stringa rispose negativamente. Ma Benvegnuda non si fermò all’esperimento di chiaroveggenza. Propose al cliente una pratica supplementare a tariffa maggiorata per ribaltare affinità e repulsioni, per far bruciare la sorda concupita d’un desiderio indiscreto e tormentoso. Il notaio riferisce a malincuore di aver accettato la fattura d’amore. La strega aveva estratto dalla scarsella un chiodo nuovo di forgia, lo aveva arroventato fino a vederne l’anima imporporirsi e ad esso aveva sovrapposto, in forma di croce, due rametti d’ulivo. Per far sì che l’incantamento avesse buon esito aveva inoltre recitato un’altra formula: «Io te sconzuro e e strenzo ti Zoan, ti Antonio e ti Ysepo che ti debbi far affocar el cor, la mente e la volontà di tal persona che non la possi andar né star né requiar né polsar, né bever né manzar, né dormir, fin che non la fa la mia volontà».

Alessandro Bonvicino detto il Moretto, La caduta di Simonmago, XVI secolo, Brescia, Seminariodiocesano

Alessandro Bonvicino detto il Moretto, La caduta di Simonmago, XVI secolo, Brescia, Seminariodiocesano

Benvegnuda aveva quindi consegnato al notaio un incarto di polvere bianca, da utilizzare per numerosi incantesimi e cure, la stessa sostanza assunta dalle donne gravide che intendevano abortire. Terminato il sopralluogo gussaghese, il 22 giugno, padre Lorenzo, torna in città per incontrare monsignor Zuane de Stephani, curato e presbitero della chiesa di Santa Maria in Nave. Il sacerdote dice di conoscere la donna da oltre vent’anni. Riferisce di ricordare con grande nitidezza alcune immagini della strega; in particolare la rivede seduta sui gradini della chiesa del paese, affranta e singhiozzante, mendica di pietà e di riabilitazione, dopo la prima condanna per stregoneria. Indossava un saio di tela con croci rosse saldamente cucite come l’infamia e, fra le lacrime, supplicava gli altri parrocchiani di perdonarla per «esser stata sententiada per strigha». Monsignor Zuane, che ha seguito scrupolosamente ogni spostamento di Benvegnuda oltre i confini della parrocchia, si considera insoddisfatto di quel comportamento. Nonostante costei praticasse i sacramenti (confessione compresa) finiva per ricadere nell’eretica pravità. Il buon prete rivela all’inquisitore che l’inquieta pecorella aveva così contravvenuto alla sentenza del 1509, con la quale era stata diffidata dalla pratica di ogni arte magica. Subito dopo la scarcerazione, Benvegnuda aveva preso infatti a medicare «molte e molte persone, fra le quali il figlio del conte Bernardino di Lodrone, ferito ad una gamba». Non solo. La donna è sempre stata così lontana dal sincero pentimento che «la fa pezo che non faseva avanti che la fosse presa et che la medica quelli che sono strigati, et che la insegna a far disperder li puti, a far che una persona voglia bene all’altra et fa che li mariti vogliano bene alle soe moier et che non le possano batere si ben le moier fanno le corna a li mariti sui». Le prove sono numerosissime e tali da giustificare l’arresto immediato della malefica.

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È Pietro Albanese, addetto militare dell’Inquisizione di Brescia, cavaliere ufficiale della Santa Croce (un ordine fondato nel XIII secolo e organizzato agli inizi del Cinquecento: comprendeva cento nobili bresciani che portavano insegne e decorazioni speciali e una medaglia sulla quale brillava la croce del campo con la scritta «Milites custodes Crucis Sanctissimae») a catturare Benvegnuda. È il 24 giugno 1518; il giorno precedente, in Valcamonica, sono state portate al rogo otto persone. L’ufficiale ha un breve incontro con l’inquisitore e, per ordine di quest’ultimo, rinchiude la presunta malefica «ne la presone de li eretici e le strige», (presumibilmente in una cella sotterranea dello stesso convento) senza notificarle con chiarezza il capo d’imputazione. «Credo — dirà comunque Benvegnuda, il giorno successivo — di esser stà retenuta per aver contrafata a quella sententia che ho fatto un’altra volta contra de mi, che non dovessi più medegar persona alcuna». Pincinella, che è una donna navigata, cerca subito di trovare una giustificazione, addossando ogni colpa all’ex podestà di Brescia, che, chiamandola al capezzale della figlia indemoniata, ne aveva autorevolmente legittimato l’attività. Ma l’inquisitore dice di non credere alla natura episodica del reato e, rileggendo le testimonianze raccolte nella prima parte dell’istruttoria, sottolinea la chiara evidenza di tutta l’attività svolta successivamente alla sentenza. Pincinella deve così riconoscere per vere le parole del curato di Nave. Confessa di essere stata per due mesi ospite dei conti Lodrone «perchè missier Zorzi non si poteva mover sora dil letto» e di avergli curato una gamba con lavacri «dil latte molle e una erba che si chiama iria, et rosa et camamilla, et feci bogir in lo latte mole et lo lavavi zozo uno dì et l’al¬tro no». L’infrazione è doppia. Pincinella è tornata a «far la medica» e ha inoltre violato la disposizione che le imponeva il domicilio coatto («li fo consegnata la soa casa per preson»). Così, il 27 giugno, sentitasi scoperta (e forse sollecitata dagli arnesi dell’aguzzino) Benvegnuda racconta di aver imparato il maggior numero di segreti del mestiere da un certo Zulian, un diavolo che da tredici anni le sta nascosto nella gamba e che le dà infallibili consigli. L’estasi diabolica? Segue strade parallele a quella mistica. Mentre infatti Benvegnuda riferisce di avere sempre accanto un nume-consigliere, Caterina da Siena afferma di non temere la solitudine perchè un bel giovane, che essa immagina Gesù, resta al suo fianco costantemente, accompagnandola ovunque.

La citazione di Zulian conduce il processo nell’intricata materia del festino diabolico. È chiaro che in alcuni momenti le dichiarazioni vengono rese sotto la minaccia o l’azione della tortura. Ma, come vedremo in seguito, è altrettanto palese che il castello accusatorio non è esclusiva opera dell’inquisitore. I processi per stregoneria si basano su una lunga serie di fraintendimenti, prosperano sul terreno della frattura sociale e religiosa. Laici ed ecclesiastici, ricchi e poveri, montanari e campagnoli parlano lingue diverse, rappresentano mondi agli antipodi e nuovi equivoci babelici.

Suoni di piva sul fiume Mella

È interessante notare come la parola «sabba» («riunione di streghe», spregiativo del sabbath ebraico) non compaia generalmente nei verbali processuali e come i sostantivi utilizzati dalle streghe per designare gli incontri notturni non siano caratterizzati da connotazioni diaboliche o comunque negative. Negli incartamenti processuali dell’area bresciana (e di buona parte dell’Italia settentrionale) compare sempre il sostantivo zuogo, gioco, oppure ballo. Scarso è l’uso del sostantivo tregenda («passaggio di streghe»), entrato nel gergo degli studiosi soltanto successivamente.

Angelo Caroselli, La maga, secolo XVII, Museo statale d'arte medievale e moderna

Angelo Caroselli, La maga, secolo XVII, Museo statale d’arte medievale e moderna

È una notte di settembre inoltrato quando Pincinella, incontra per la prima volta Zulian. Lasciati il marito Pinzino e i figli, Benevegnuda scende nel cortile di un vicino, Ambros da Nave, dove sta in filò con alcune conoscenti. Una puta da marito, figlia di Pizin de Ferari, le propone di andare a raccoglier l’uva nei pressi della cava di calce di Zuan d’Urago, vicino al fiume. Il centro abitato dista dal Mella alcuni chilometri. Lungo la via la bella Fior e la sua più vecchia compagna — Benvegnuda ha 36 anni — incontrano una terza donna che decide di unirsi alla coppia. Di campo in campo, il fiume si avvicina. Nella notte, dalle rive erbose, si leva una melodia festosa. Una moltitudine di suonatori trae dagli strumenti rustici un’aria impertinente e campagnola. Al centro della spianata se ne sta una signora — «la giera una dea» — che indossa un abito di ricco velluto nero. Benvegnuda e Fior non si sono ancora riprese dallo stupore quando Maria, stringendole ai polsi, le offre a due uomini con saio che, lasciato il gruppo, le hanno prontamente avvicinate. «Vaga de sopra via» dice Maria, come se pronunciasse una parola d’ordine. Gli uomini — che si presentano come Martin e Zuliano — trascinano Fior e Benvegnuda a qualche centinaio di metri dal luogo del convegno; le stringhe dei corpetti s’allentano e gli abiti s’afflosciano sull’erba fredda. Solo all’aurora, con Lucifero basso, la festa in¬zia a languire e, sotto il peso di una notte intensa, la comitiva si scioglie. Accompagnate da Martin e Zuliano, Benvegnuda e Fior si avviano verso casa. Ma strusciante e lusingatore, soffiando in quella sua modesta barbetta rossa e caprina, Zulian tenta ancora la donna e la induce ad accorciare il passo, fino a quando le ombre degli altri due sono lontane. Benvegnuda si trova così a far l’amore nel campo di un certo Rizet, nella contrada Derva, ad ovest del centro abitato di Nave. Colta da profonda prostrazione si risveglierà col sole già alto. Sarà così stanca da non riuscire ad alzarsi. Per levarsi da terra dovrà quindi chiedere aiuto a una bambina, la Bona, che si offrirà di accompagnarla a casa. «El demonio Zulian — spiegherà Pincinella all’inquistore — me aveva consumato usando con esso carnalmente, et per ballar e andare tuta la note a matezar». Pincinella dirà di aver sospettato della natura diabolica del suo compagno soltanto dopo aver saggiato la temperatura del liquido seminale: lo sperma era freddo. Spiega San Tommaso nella summa Teologica: «Non è che venga veramente eiaculato. seme da essi o dai corpi che essi assumono, ma in realtà prendono il seme di qualche uomo vivo: il demone cioé, dopo esser stato sodomiticamente succubo ad un uomo si fa incubo ad una donna». «Se arrivassi soltanto a sapere perchè nelle loro confessioni le streghe dicono sempre che lo sperma del diavolo è freddo!» scriveva Freud a Fliess, nella lettera del 24 gennaio 1892. Indubbiamente il fatto non ha alcuna spiegazione psicanalitica. Appartiene alla tradizione popolare. Un tempo si riteneva che il demonio fosse sprovvisto di corpo e si pensava che, per rendersi evidente agli uomini, rapinasse la carcassa ai defunti o ai dormienti e con essa liquidi, plasma e sperma. La secrezione, non riscaldata da alcun organo vitale, rimaneva pertanto fredda. Quel liquido gelido è per Benvegnuda una sinistra rivelazione. Spaventata dall’idea di aver fatto l’amore con il demonio in persona, la donna decide pertanto di rompere la relazione clandestina e di evitare ogni contatto con Maria la Chizina, la donna che l’ha portata sul Mella. Pincinella, nel corso del processo dirà che, per colpa di quest’ultima, ha perso anche un bambino, stroncato da un maleficio della strega.

Pincinella parla dell’incontro al fiume come di un momento licenziosamente dissacrante. «Zulian — racconta l’inquisita — una volta usò co mi su di essa croce, da poi desssimo dil culo suso tutti quanti». Il signore (o la signora) del gioco, che già in antico presiedevano le feste romane, consegnavano «ali homeni una bella zovene per morosa e a le done uno zovane tanto bello quanto tu puoi imaginar, et poi tutti se danno la mano et fanno un ballo tondo el qual se adimanta rigoletto et le pive e gli altri strumenti sonano che mai fu aldito meglio». I convegni notturni si tenevano solitamente in luoghi diversi: sui colli retrostanti Bovezzo e Nave e su qualche sforma nel signore del ballo, maschio sudaticcio con barba e movenze feline. La descrizione viene sempre più a coincidere con il «modello dominante» del diavolo. La strega, invitata ad esporre i motivi della sua iniziale reticenza, dice di non esser stata in grado di parlare «perchè Zulian me menaza e non vol che confessa et qualche volta el me tien streta la gola e non vol che parli qui in vostra presenza».


Padre Lorenzo chiede alla strega se abbia proposto a Zulian di liberarla. «Sì — risponde Benvegnuda ¬ Ma quando ge’l digo el dise che ‘1 non pol ajutarme quando semo in man dil vicario inquisitore, overo di esso reverendo padre inquisitor». Il 29 giugno Benvegnuda ammette di aver ricevuto in prigione una visita di Zulian. Si è sentita chiamare da una voce flebile, di là dalla porta. Si è così alzata dal pagliericcio e ha teso l’orecchio in direzione di quel suono. «Se non ti avesse dito el fato tuo a frà Lorenzo e a frate Battisya te engeneria adesso a guadagnar assai denari. L’é a Brexa uno zentilhomo al quale é cazuta una borsa con cinquanta ducati nel cesso e la dà la colpa a la massara. Ti ge’l faressi intender e averesti la mità; ma ti vol atender li frati e loro te farà morir». L’inquisitore finge di essere perplesso sui contenuti della confessione. Chiede all’imputata se sia andata realmente al «gioco» o se tutto sia dovuto ad un eccesso di immaginazione. «E cognosso veramente — risponde l’inquisita — che vado corporalmente et che non me insonio». Precisa quindi che gli incontri avvengono sempre al giovedì «L’é 24 anni che una zuoba (giovedì ndr) de sera a ore do de notte… andorno tutte e tre insieme et quando azonseno al ditto luogo, sentirno un gran moltitutide de sonatori e zente che balavano». «Dimandata si l’era stata più al zuogo, rispose de sì; e quasi ogni zuoba e tutte le calende». «Fosti e perseverasti nell’eresia, sostenendo e credendo nei seguenti errori: e cioè in primis che dalla tua giovinezza ad oggi, ogni settimana, nella notte fra giovedì e venerdì sei andata con oriente e la sua odiosa compagnia e a lei hai fatto riverenza, con ciò credendo di non fare peccato». 18 L’indizio del giovedì «I sabba erano molto frequenti — scrive Trevor Roper nell’opera Protestantesimo e trasformazione sociale —. Inizialmente gli inquisitori della Lorena ritennero che avvenissero soltanto una volta alla settimana, di giovedì». Anche il poeta macaronico Teofilo Folengo, grande ispiratore di Rabelais, utilizzò nel Baldus (VI 16) la voce zubiana, per indicare la «donna del giovedì», strega che galoppa fra le nubi, dopo essersi cosparsa di unguento. Il sostantivo zubiana diventerà poi sinonimo di donna di malaffare e sopravvivrà nei dialetti bresciano e bergamasco fino all’Ottocento, quando sarà registratò dal Rosa. Secondo il «Flagellum haereticorum fascinariorum» di Nicolas Jacquier (XV secolo) i piaceri disordinati del giovedì sera potevano esser traditi la giornata successiva. «Questo talvolta è stato scoperto dai servi dei suddetti stregoni i quali, dopo i processi e le confessioni che avevano reso pubblica la vicenda, riferirono che i padroni avevano detto loro che in certi venerdì erano sta¬ti a letto malati». Basta comunque sfogliare qualunque volume che raccolga i processi per stregoneria del XV e XVI secolo per comprendere quanto il giovedì sia elemento misteriosamente comune a tutte le deposizioni, troppo ricorrente per essere ignorato ai fini dello studio del sostrato folkloristico e religioso che alimentò le persecuzioni.
«Un giovedì notte delle quattro tempora di San Martino, essendo Margherita a casa sua, vennero le gatte nere e sollevandola la portarono via… In quel luogo fecero un gran man¬giare ed una grande cucina con un foco pallido». (Processo a Tessadrella ne La signora del gioco, Luisa Muraro, Fel¬trinelli 1976) «Si ricorda che una volta, un giovedì notte delle quattro tempora di San Michele venne un diavolo in forma di cane nero, e la chiamò e lei uscì» (processo a Orsola, ibi¬dem) «Un’altra volta Margherita, trovandosi a filare in casa della Scorma di Tesero insieme ad altre donne, erano le quattro tempora di Natale, un giovedì sera mentre filava le fu dato un gran pizzicotto e una botta sulla schiena, così Pan attorniato da satiri, che danzano lo sfrenato rigoletto monte più alto che l’accusata ritiene il Tonale, in realtà distante un centinaio di chilometri. Benvegnuda non descrive voli notturni, piedi grifati, zanne diaboliche; non dà testimonianza di segni chiaramente diabolici, almeno fino a quando l’inquisitore, deluso di non aver visto il diavolo far la sua comparsa nella deposizione della donna, non le forzerà la mano. «Perchè ti fai pregar confessar el mal fatto?» le chiede ripetutamente. Un’accurata analisi del verbale processuale permette di evidenziare un notevole cambiamento dei registri tematici dopo questa frase-chiave pronunziata dal frate domenicano. Il 26 e il 27 giugno Benvegnuda ha presentato la sua attività di guaritrice con estrema attendibilità e ha descritto il «gioco del barilotto» come una festa rurale, licenziosa sì, ma certamente verosimile. Ma se la prima parte della testimonianza è caratterizzata da un limpido realismo descrittivo, la seconda è un crescendo di perversità grottesche. La scena si intorbidisce e si conforma a quell’immaginario inquisitoriale che Goya interpre¬terà, con grande aderenza ai modelli secenteschi, nelle se¬rie dei quadri neri. Tutto pare cioè modellarsi sullo stereotipo stregonesco delineato dagli scritti ad uso degli inquisitori, il cui numero, in questi anni, è cresciuto vertiginosa¬mente. (Ricordiamo le opere di Alfonso Tostato — 1400 1455 — Jean Vineti + 1470 — Nicolas Jacquier + 1742 — Gior-dano da Bergamo — seconda metà del XV secolo — Girola¬mo Visconti — morto nel 1748 — Ulrich Molitor — morto nel 1501 — Sprenger e Institoris, autori del Malleus male¬ficarum, il Martello delle streghe pubblicato nel 1486, — Ber¬nardo Rategno da Como — morto nel 1510 — Silvestro Prei¬ras, morto nel 1523). Rifacendosi alle teorizzazioni diaboliche dei predecessori, l’inquisitore riesce a portare la testimonianza dell’inquisita sui binari di una fattispecie astratta, che permetterà di giungere alla condanna.

«Circa 35 o 36 anni fa un giovedì sera durante le feste di Pasqua in marzo le arrivò da Aldino uno, inviato a dirle che suo figlio stava male. Orsola era per ciò molto turbata… Arrivata alla Pausa sopra il sentiero vide arrivare una gran moltitudine di gente, uomini e donne, tra i quali non conosceva nessuno» (ibidem) «Trovandosi a lavorare durante le quattro tempora del giugno passato, dopo mezzogiorno, quasi all’ora di vespro, arrivarono due cagnetti neri» (ibidem) «E così una notte di giovedì durante le quattro tempora di marzo, la Vanzina fu condotta da quelle sue compagne sotto la noce dei boschetti dove trovò molta gente (ibidem)». Le testimonianze, a questo riguardo sono quasi ossessive, almeno fino a quando la demonizzazione, per sovrapposizione del mito ebraico a quello propriamente stregonesco, non individuerà un nuovo giorno, il sabato, che si presterà meglio (in quan¬to giorno dedicato alla Madonna) ad alimentare l’accusa di lesa divinità. Ma perché le presunte streghe avrebbero scelto il giovedì per gli incontri rituali? E in particolare perchè il giovedì delle quattro tempora? Questo giorno doveva costituire nelle società rurali una sospensione carnevalesca e rabelaisiana di un periodo rituale, caratterizzato dal rifiuto della corporeità. Le quattro tempora erano infatti costituite da «quattro serie di di tre giorni di digiuno e di astinenza istituite dalla Chiesa al principio delle stagioni dell’anno con finalità di propiziazione». Secondo Leone Magno il digiuno era di origine ebraica; mentre altri autori vi hanno scorto la continuazione delle feriae romane di carattere agricolo (feriae messis, vindemiae, sementiciae). Quel che è certo è che nel VI secolo Gregorio Magno le fissò definitivamente al mercoledì, al venerdì, e al sabato che precedono la se-conda domenica di Quaresima, la prima dopo Pentecoste, la terza di settembre e dell’Avvento (primavera, estate, au¬tunno, inverno). Il giovedì restava pertanto giornata libera dai tabù cristiani, compensazione e interruzione della ri¬nunzia mistica, spazio aperto nella griglia liturgica, attraverso il quale rifluivano liberamente tradizioni pagane, legate alla terra e alla sua propiziazione. Le analogie con altri «giorni liberi» (quelli della Quaresima) sono molto strette, anche se, presumibilmente, la specificità rituale della zobia (connessa alla fertilità d’erbe, d’uomini e animali) doveva rendere più eversiva la carica erotica del festino. Prima e dopo i digiuni e le astinenze, imposti dalla Chiesa, ci si incontrava in campagna e nei boschetti isolati. Si accende-vano i falò; si faceva l’amore dove un tempo gli antenati rendevano omaggio a pietre, alberi, fonti in cui albergava il principio della fertilità. Le quattro tempora, per forte caratterizzazione rituale, dovevano assumere inoltre una con-notazione magica, sempre legata alla propiziazione e all’abbondanza. «Chi infatti ha la facoltà di accedere durante le tempora, dopo un misterioso letargo all’aldilà popolato di morti e presieduto da Holle Venere — scrive Ginzburg ne «I benandanti» — si garantisce la fertilità». Agli occhi degli inquisitori glì incontri del giovedì dovevano apparire con il crisma infernale perchè in essi prevaleva il culto per la materialità, per gli appetiti, per il corporeo, che, nell’equazione cristiana, sta al diabolico come lo spirituale al divino. Identificare i riti della cultura materiale (in particolare quelli più trasgressivi) con messe nere di devozione al demonio e di contestazione della divinità non era quindi un’operazione logica particolarmente complessa.

In realtà, dalle testimonianze di Pincinella e delle streghe sue contemporanee, si comprende che gli incontri notturni rappresentano l’altra faccia (quella popolare e sommersa) della religione cristiana, una zona d’ombra che si sta¬glia sullo stesso corpo cultuale, in uno stretto gioco d’incastri. Il cristianesimo si era infatti imposto con sincretismo, come un disegno arcimboldesco ottenuto dall’accostamento (spesso stridente) di diverse realtà di culto. Così le maliarde, nell’esposizione dei tabù stregoneschi, confermano la veridicità della griglia che inscrive vecchio e nuovo. Osservano infatti le prescrizioni e le proibizioni ecclesiastiche e quindi praticano il gioco soltanto nei giorni consentiti. Le malefiche riferiscono infatti di andare in tregenda soltanto il martedì e il giovedì, non il venerdì (giorno di Passione del Signore) non il sabato (giorno della Madonna) e non la domenica (giorno consacrato e di Resurrezione). Perchè rispettare questi tabù se «la perfida genia» delle streghe avesse lavorato realmente alla dipendenze dell’eterno Avversario? La demonizzazione di queste usanze potrebbe essere avvenuta nel seguente modo: 1) Chiesa e religiosità eterodossa (un pastiche di cristiano e pagano, di materiale e spirituale) vivono per secoli in una compenetrazione ben più profonda di quanto oggi si ritenga; 2) all’epoca delle insidie preluterane, specie negli ultimi decenni del XV secolo, la Chiesa si sente in pericolo e provvede a un progressivo sganciamento delle consuetudini eterodosse e di tutti i riti più ambigui; 3) la zobia delle quattro tempora, come momento legato alla fertilità, alla sessualità e alla propiziazione presenta caratteristiche notevolmente ambigue; 4) la cultura umanistica e urbana fornisce inconsapevolmente gli spunti per la demonizzazione dei partecipanti al gioco, attraverso la riproposta di modelli pagani (Veneri cornute, Diane invitanti e opulente). Il folklore, fino ai nostri giorni ha continuato a mettere in relazione vecchie, fuochi, fertilità, cultura materiale, basso rabelaisiano. Già alla fine del ‘500 il processo di stereotipia (il passaggio dalla realtà all’idealizzazione mitica degli incontri del giovedì) si stava concludendo. Lo testimoniano due sinodi del 1590 e del 1591 (Crema e Lodi) che invitano i preti a contenere il diffuso gioco magico dei bambini che, nei giovedì di marzo, strepitavano per i campi e le strade, con l’intenzione di scacciare le streghe. Nello stesso periodo nasce anche la credenza secondo la quale «sono streghe e stregoni gli individui venuti alla luce nel periodo delle quattro tempora». Annota Nanni Svampa in una raccolta di canti e folklore: «Questa usanza (il rogo rituale ndr) si ricollega alla tradizione, diffusa soprattutto nella Brianza, di bruciare la strega d’inverno, la Giobbiana, per cacciare i rigori invernali… La vecchia rappresenta una strega, un male per l’agricoltura. Bruciare una vecchia significa che van via tutti i mali e tutto il raccolto è buono. Il nome Giobbian pare tragga origine dal piemontese giobbia, giovedì, giorno in cui si riunivano le streghe. C’è poi la leggenda secondo la quale la Giobbian sarebbe scesa dai camini ogni ultimo giovedì di febbraio e si sarebbe nascosta in attesa di una porzione di tradizionale risotto». Anche in Valcamonica, zona d’epicentro stregonesco e d’elevata cultualità preistorica, è vivo il ricordo di un gioedé de le bele (giovedì delle belle) «A Breno, durante la fiera che si teneva dal 17 gennaio al 14 febbraio — scrive lo storico bresciano Antonio Fappani — … era chiamato gioedé de le bele l’ultimo giovedì di gennaio, che vedeva la partecipazione di tutta la valle, sfilate in costume ecc. Venne introdotto in tempi antichi ed è già ricordato ìn documenti del ‘600. Diverse le opinioni sul nome. C’è chi ritiene fantasiosamente che si riferisca al sacrificio di vergini alla divinità, chi al fatto che in tal giorno le donne di casa, le più schive si mettevano in mostra, chi pensa che si trattasse di una specie di festa dedicata alla donna».

La condanna di Pincinella

Gli elementi d’accusa acquisiti da padre Lorenzo sono sufficienti alla formulazione del giudizio. Pincinella è rea confessa (e questo basta a giustificarne la condanna) ed è inoltre eretica relapsa. Ma l’inquisitore dimostra di voler fare del processo un gioiello procedurale, e indugia ancora. In effetti gli incartamenti di questo procedimento saranno inviati a Venezia come esempio di rettitudine e correttezza dei tribunali domenicani. «Questo è il processo el qual molte volte me hai scrito che io debia mandarte — scrive un anonimo a Marin Sanudo, già membro del Consiglio maggiore, otto volte «Savio ai ordeni» e cinque nella Giunta – Onde tu die saper che mai non si mette la mano addosso ad alcuna persona se prima non se hanno inditii evidenti, veri testimoni degni di fede, così ancora volendo proceder el nostro Inquisitor e li soi compagni riservano questo ordine». Padre Lorenzo chiede a Benvegnuda Pincinella se sia intenzionata ad affidare l’intervento di difesa a un avvocato. Ma la strega rifiuta: ha scelto una linea di condotta ben precisa, quella della piena ammissione dell’eretica pravità, della disarmata abiura delle credenze stregonesche, dell’apostasia d’ogni principio diabolico e della piena conversione a un cristianesimo solare. «E non voi — risponde — defensione alcuna, nè advocati, nè procuratori, ma dimando un’altra volta misericordia»: Nel precedente processo questo comportamento le era stato vantaggioso ai fini della mitigazione della pena. Ma ora siamo nel 1518. È l’anno di Lutero. La situazione sta precipitando con l’avvento dell’Anticristo. L’inquisitore, per «non mancare in cosa niuna», dà comunque a Benvegnuda tre giorni di tempo per presentare una convincente,,linea difensiva. Intanto viene convocata la giuria dei probiviri: frate Agostino, minorita, fra Donato da Brescia domenicano (autore del «Liber de sensibilibus deliciis paradisi»), Zuan Paolo da Brescia e fra Tomaso da Carpenedolo, eremitani, e i dottori in utroque iure, messere Matteo Avogadro — più volte ambasciatore di Brescia a Venezia — messer Hieronimo Consolli e Beneto de Roberti. Nella foresteria del convento di San Domenico i giurati esaminano gli incartamenti processuali ed esprimono il loro giudizio al cospetto di sei frati predicatori, dell’ufficiale del tribunale, del vicario dell’inquisitore e del notaio. Ritengono «Benvegnuda ditta Pincinella essere recascada come pura et vera eretica et per questo esser data la brazo secular». Il 19 giugno 1518 la donna viene tratta in cella.


Nella vicina piazza del mercato fervono le contrat¬tazioni. Baptista de Caperonibus, vicario generale della diocesi di Brescia (nel 1512 aveva sostituito il vescovo) firma la sentenza. Il dispositivo parla di recidiva e di tradimento della religione cattolica. Il vicario episcopale ricorda la clemenza della Chiesa dimostrata nel processo del 1509 e lascia intendere che ai peccatori può essere concessa una sola possibilità di redenzione. «Te abiamo trovata — dice Baptista de Caperonibus — esser tornada al zuogo col tuo ditto Zuliano e con altri demonii et esser stata lì ogni zuoba, per fina che se stata prexa e menada da li officiali a la preson, et in quel luogo un’altra volta sei tornata e ha renegada la fede… et hai accettato la signora del zuogo per tuo Dio». «Così — continua il vicario — non restando altro a la Santa Madre Chiesa di poderti far contra, atento che la te abia usata tanta misericordia et ti la dispresia ritornando al vomito dell’eresia un’altra volta… te iudichemo essere veramente recascada ne la eretica pravitade, del judicio nostro ecclesiastico te lassemo overo te demo al brazo e judicio secular che circa la effusione del sangue et il pericolo de la morte voglino moderar la soa sententia».

 

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