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Tadini, l’immagine è magia nella tragicommedia della vita

di Alessandra Zanchi

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L’Il ricordo di Emilio Tadini (Milano 1927-2002) non si spegne. Lo intervistammo nel 2001, quando una grande antologica  a Palazzo Reale di Milano ne consentì di vedere il percorso dalla fine degli anni Cinquanta fino a quei giorni. “Stile Arte” ha colse  l’occasione per chiedere all’artista di parlare della sua poetica e dei momenti più significativi della sua carriera.




Emilio Tadini, oltre che pittore, è critico, saggista e scrittore. Dopo l’esordio sulla rivista “Il Politecnico” di Vittorini nel 1947, approda nel ’63 al primo romanzo “L’armi l’amore”. Seguono molti successi e soprattutto il capolavoro “La Tempesta” del ’93, che ha altresì ispirato un lavoro teatrale. Maestro, ci racconti di come è nato il desiderio di intraprendere la pittura dopo la formazione in ambito letterario. Ho cominciato fondamentalmente come scrittore anche se già mi dilettavo con il disegno e con qualche dipinto. L’inizio di un lavoro più sistematico in pittura è stato in realtà una evoluzione successiva ma molto naturale, che temporalmente ha coinciso con la fine degli anni Cinquanta. Ero amico di tanti artisti, tra cui Tancredi e Romagnoni – e già questo mi avvicinò alla pittura -, ma certo fu determinante l’incontro con Marconi, che ai tempi iniziava con la sua galleria. Alla prima mostra organizzata da lui c’eravamo io, Adami, Schifano e Del Pezzo.

Il suo linguaggio pittorico si esprime tramite una figurazione alquanto originale che si sviluppa attraverso grandi cicli tematici. Uno stile molto personale, ormai inconfondibile. Quali sono stati, tuttavia, i punti di riferimento fondamentali, tra i maestri del Novecento? E quali i rapporti con gli artisti della sua generazione?
I punti di riferimento erano moltissimi. Sicuramente Picasso, con il suo modo di articolare la forma e muoverla da dentro, e poi soprattutto il De Chirico metafisico degli anni Venti. Senz’altro anche Chagall, con la sua mancanza di gravità e leggerezza surrealista. L’elenco potrebbe continuare a lungo perché è segno di una certa propensione all’arte – non dico talento – l’apprezzamento profondo di qualsiasi “testo” che piaccia. Leopardi diceva che un vero poeta si distingue dal fatto che quando legge una bella poesia di un altro vorrebbe subito farne una esattamente uguale, non solo ispirarsi ad essa. Credo che il confronto sia un’alimentazione continua da cui non si può prescindere. L’ultima fonte d’ispirazione è stato Beckmann. Una decina di anni fa la vista dei suoi trittici mi ha davvero scosso, ed ho iniziato ad utilizzare questa soluzione formale di antica memoria proprio in omaggio all’artista tedesco.
Flavio Caroli ha scritto che il fulcro di ogni investigazione teorica sull’attualità riguarda per forza di cose la modificazione dell’inconscio collettivo nella realtà “informatico-massificata-spettacolare” che ci travolge, ma che un artista come Tadini riesce a raggiungere un equilibrio perfetto tra l’esigenza contingente di immagini semplificate e il bisogno atavico di intelligenza e sensualità, secondo antica tradizione pittorica. Una combinazione dunque di emblemi Pop e della complessità metafisica di De Chirico, come lei ha per esempio citato. Cosa ne pensa?
Io penso che l’Avanguardia del secolo scorso, da Picasso in avanti, sia stata determinante per la sperimentazione della lingua della pittura; lingua che vale assolutamente la pena di preservare e custodire, nonostante l’irrompere di altre lingue. Come il teatro non è finito con l’avvento del cinema, così la pittura è un campo che ha ancora molto da dire e da esplorare. Ogni bambino di qualsiasi etnia o parte del mondo prende d’istinto una matita o un rametto e traccia un segno. La tendenza alla figurazione è qualcosa di assolutamente connaturato alla specie. Ovviamente la realtà che ci circonda influisce anche sull’arte. Tra gli stilemi Pop, con cui mi sono ovviamente confrontato sin dagli esordi, preferisco comunque il fenomeno inglese, Tilson per esempio, anche se è quello americano che ha radicalizzato il fenomeno. E tra gli americani in ogni caso prediligo un artista come Rauschenberg che conserva il gusto dell’action painting, quindi del far “sentire” la materia dipinta.


Tra l’opera pittorica e quella letteraria è noto che lei ricerchi una continuità. Può farci qualche esempio per illustrarci come è possibile superare o annullare le barriere tra i due diversi ambiti espressivi – in tal senso, lei ha parlato spesso di intreccio tragicomico – pur rispettando le particolarità di ogni linguaggio?
Ad di là delle definizioni di poetica “integrale” o “intertestualità”, che sono giudizi a posteriori e di cui non c’è una vera coscienza, si tratta di un legame difficile, perché nella pratica del lavoro le due cose si separano. Dipingere è per me proprio uno staccarsi dal mondo della letteratura e viceversa. Succede poi che un tema come quello del “Profugo”, titolo e personaggio di un poemetto, transiti verso la pittura diventando parte di uno dei miei ultimi dipinti. Gli scambi sono continui e costante è il legame tra tragico e comico, che nei quadri si evidenzia sovente con il tipico naso da clown. Tuttavia mi pare che la lingua delle parole sia più “reale” rispetto al libero linguaggio delle immagini. Come dice un anagramma francese, l’immagine è magia (image-magie). La parola è connaturata al fatto che un fonema è legato ad una cosa e non è facile staccarlo da essa. Si pensi alla parola “uomo” e a che fatica bisogna fare per piegarla ad un significato diverso dalla visione che ne abbiamo, mentre un uomo disegnato si può infinitamente variare.
Quali sono i suoi progetti per il futuro, tra arte e letteratura?
Questa mostra mi ha impegnato molto, anche perché si ha sempre voglia di inserire l’ultimo quadro… Sto comunque preparando un monologo teatrale per la “Maratona di teatro” di questa estate e un libro di racconti.
Con la mostra antologica a Palazzo Reale il Comune di Milano rende omaggio ad uno dei suoi artisti più importanti. Le chiediamo di segnalarci le opere che considera cruciali in questo percorso.
La mostra è giocata sulla presenza di opere di grandi dimensioni con l’intermezzo di piccoli quadri, dipinti recentemente sul tema delle fiaba e corredati da un mio testo in catalogo sul concetto stesso di fiaba. Un concetto che fu definito bene da Dumézil quando diceva di avere passato la vita a cercare di scoprire la differenza oggettiva tra fiaba e mito e di non esserci mai riuscito.

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