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Teka, una scultura sonora che scolpisce in un cubo le voci e le esplosioni di Gaza


L’opera del giovane artista Teka si è imposta nella sezione scultura del Premio Novicelli ’15, raggiungendo il podio e collocandosi al secondo posto. L’opera, 60′, è una scultura sonora che si presenta come un grosso cubo realizzato con materiale di recupero, alla cui base elementi luminosi hanno la funzione di staccarla visivamente dal terreno.  La fonte sonora, che funziona in loop con la replicazione di un tracciato sonoro, è contenuta dal cubo. Stile Arte ne ha intervistato l’autore

TEKA_60 (1)

Iniziamo con una breve scheda anagrafica.
Sono nato ad Addis Abeba il 21/12/1989 e sono stato adottato nel 1995.
La mia “relazione” con l’arte ha ufficialmente solo 2 anni e non credo di poter definire uno specifico orientamento che mi caratterizza.

 

Teka

Ho sempre vissuto con la sensazione di essere fuori tempo, ed è con questa convinzione che ho cominciato gli studi accademici, perciò l’unico obiettivo che mi sono posto quando ho cominciato è stato quello di apprendere tutto .
Cerco di assorbire come una spugna ma costantemente nel rischio di esserne assorbito.
Sono artisticamente onnivoro e spesso nei processi di maturazione e di realizzazione di un’ idea utilizzo differenti medium, a volte in modi differenti dal loro normale scopo.
Sono molto attratto dalle interferenze e i miei lavori nascono da ogni tipo di riflessione che venga da dentro di me o da stimoli esterni ed evolvono in modi che io stesso a volte ho difficoltà a comprendere.

Nell’ambito dell’arte, della filosofia, della politica, del cinema o della letteratura chi e quali opere hanno successivamente inciso, in modo più intenso, sulla sua produzione? Perché?
Tutto ciò che non conosco o non comprendo diventa di interesse per me, diventa un’idea che matura, a volte molto velocemente altre volte con tempistiche molto lunghe, attendo che l’esperienza che non ho ancora fatto, o la persona che non ho ancora incontrato, o il suono che non ho ancora udito ecc. giungano a completare il lavoro.
Altre volte semplicemente sono io a non essere pronto. A volte comincio un lavoro senza avere ben chiaro cosa esso diventerà,
l’idea fuorisce e si trasforma in un qualcosa che è percepibile con i sensi, diventa reale, esiste.
Per me l’arte è una terapia che dura tutta una vita, a volte porta chiarezza e altre volte confusione.

Può analizzare nei temi e nei contenuti l’opera da lei realizzata e presentata al Premio Nocivelli, illustrando le modalità operative che hanno portato alla realizzazione?
60” parla di tempo, o meglio di mancanza di tempo e di attesa.
Il lavoro è un lavoro nato dalla riflessione sulla tematica casa, attorno al quale si è sviluppato il lavoro.
In particolare sulla casa all’interno del contesto di Gaza.

E’ un lavoro che gioca con le interferenze,
parla di attesa e di sospensione.

Una casa senza fondamenta, levita, non appartiene a nessun tempo, è un ibrido in un contesto che non gli appartiene, è una casa ma anche un bunker, soffoca ma contemporaneamente amplifica, protegge ma allo stesso tempo imprigiona.

Indirizzi di contatto

Gotti.tecalign89@gmail.com

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