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Thorvaldsen – Giove-aquila, il suo giovane amante e la partita a dadi con Cupido

B.THORVALDSEN, Cupido e Ganimede, post 1831, marmo di Carrara, bassorilievo, h. 43, l. 60 cm, Copenaghen, Museo Bertel Thorvaldsen

B.THORVALDSEN, Cupido e Ganimede, post 1831, marmo di Carrara, bassorilievo, h. 43, l. 60 cm, Copenaghen, Museo Bertel Thorvaldsen

 

Di questo splendido bassorilievo, eseguito dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen (1770-1844), che fino alla vendita all’asta del 1882 si trovava nella collezione Fenaroli a Brescia, purtroppo non si conosce l’attuale ubicazione, ma è  nota l’iconografia attraverso la versione conservata presso il Museo Thorvaldsen di Copenaghen. Il tema di Cupido e Ganimede che giocano a dadi, non particolarmente frequentato nella scultura e nella pittura del periodo, prende spunto da un avvenimento, tratto dal mito greco degli Argonauti, che vede Afrodite cercare il figlio Amore  per far divampare nel cuore di Medea la passione per Giasone e lo trova a giocare a dadi con Ganimede.


L’artista, “patriarca” nell’arte di trattare i bassorilievi, immagina su una superficie di fondo astratta Ganimede con il cappello frigio sul capo, morbidamente seduto su una roccia stilizzata – alle sue spalle  un’aquila, animale in cui si era trasformato Giove per rapirlo – mentre sta allungando verso Cupido la mano in cui reca i dadi che getterà sulla roccia, che funge anche da rudimentale tavolo da gioco; a terra sono poggiate l’anfora e la coppa,  simboli che lo caratterizzano nell’ufficio di servire il nettare agli dei. Cupido dall’altra, che nella posizione volutamente non chiastica delle braccia e delle gambe, una stesa e una flessa, riprende l’iconografia del genio funebre scolpito dall’artista nel 1814 per il monumento alla cara amica baronessa Elisa Schubart, si rivolge verso il suo compagno di gioco con sguardo interrogativo e perplesso. Il bassorilievo è dominato da un preciso ritmo ed equilibrio in cui nulla è lasciato al caso, ma appare studiato in ogni suo particolare e le parti sebbene nella loro essenzialità e idealizzazione compositiva interagiscono armoniosamente con le due immagini.

Il principe troiano è stato più volte indagato dall’artista: sin dal 1804 nella figura stante di Ganimede che porge la coppa o nella successiva versione del 1816, in cui Thorvaldsen muove dinamicamente la composizione ritraendo il giovane con il braccio alzato mentre riempie la coppa, o nell’opera, inserita cronologicamente tra queste due, in cui Ganimede è raffigurato in ginocchio con l’aquila, il primo esemplare, di dimensioni ridotte, entra nel 1815 nella collezione bresciana del conte Paolo Tosio (1775-1842), che legò successivamente al sua prestigiosa collezione alla città di Brescia, creando il primo nucleo dell’attuale Pinacoteca Tosio-Martinengo.  Il nobile asolano dimostra di prediligere lo scultore danese dato che nel 1832 acquista dalla collezione di Giovanni Edoardo de Pecis anche i due affascinanti tondi della Notte e del Giorno, opere che nell’immaginario comune hanno acquisito “quasi la funzione archetipi visivi”.

 

 

 

 

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