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Perchè Tolstoj voleva gettare sul rogo i quadri di Leonardo, Michelangelo e Raffaello



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Stiamo leggendo un trattato di estetica scritto dal giovane Lenin? Se dovessimo soffermarci esclusivamente sul testo, senza passare dalla copertina o dal colophon – dove ci si imbatte nel nome ingombrantissimo di Tolstoj – non manifesteremmo dubbi e diremmo, con certezza, di trovarci al cospetto di uno scritto di qualche proto-comunista che spianasse, attraverso le proprie parole, la strada del socialismo, attraverso l’individuazione di un’arte borghese – da censurare – e di un’arte del popolo – da promuovere -.

Ma qui siamo in un ambito meno scontato. O comunque in un territorio – quello che i politologi a noi contemporanei definirebbero senza esitazione come pensiero catto-comunista – occupato da uno dei più sensibili scrittori russi dell’Ottocento. Tolstoj scrisse il saggio Che cosa è l’arte? nel 1897, dopo quindici anni di difficile gestazione, iniziandone la prima stesura attorno agli anni Ottanta, nel corso della sua più acuta crisi spirituale. Nella Confessione del 1882 scriveva, riferendosi soprattutto all’arte borghese: “(…) Ma ormai mi ero accorto che anche l’arte è un inganno. M’era chiaro che l’arte è un abbellimento della vita, un allettamento a vivere… Ogni aspetto della vita, riflettendosi nella poesia e nelle arti, mi aveva procurato gioia. Mi rallegrava osservare la vita nello specchio dell’arte; ma quando cominciai a ricercare il senso della vita, questo secondo specchio divenne inutile, superfluo e grottesco, o addirittura tormentoso. Mi era impossibile confrontarmi con ciò che vedevo in esso: perché vedevo soltanto che la mia situazione era stupida e disperata. Mi era stato facile rallegrarmi quando nel profondo dell’animo credevo che la mia vita avesse un senso… ma quando riconobbi che la vita è assurda e spaventosa, il gioco allo specchio non poté più svagarmi”.

Era maturata in Tolstoj un’idea molto precisa nell’ambito delle finalità dell’espressione artistica. Essa doveva essere l’autentica manifestazione della coscienza religiosa dell’uomo. Una coscienza che l’arte stessa
– quella complessa e illusionistica del Rinascimento, con le sue prospettive ardite e la finzione ottica – aveva, di fatto, cancellato tra mille orpelli, essendo divenuta uno strumento sofisticato attraverso il quale le classi egemoni controllavano e suggestionavano le classi popolari. Per lui, come per i Preraffaelliti, l’autenticità si era fermata alle porte del Rinascimento. Nella condanna, accanto a Leonardo e a Michelangelo, Tolstoj aggiungeva anche i contemporanei pittori impressionisti, che nascevano dall’humus corrotto della visione borghese dalla vita. Unica eccezione nell’Ottocento? L’Angelus di Millet (in alto, nella foto). E’ chiaro il fatto che Tolstoj agiva in direzione di un’arte impegnata, seppur ancorata al sentire cristiano, ma già aperta agli sviluppi rivoluzionari

UN VIDEO DEDICATO ALLE OPERE DI MILLET, IL PITTORE AMATO DA TOLSTOJ

 

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